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Il vertice della Nato di Ankara si è trasformato, come c’era da aspettarsi, nello show personale di Donald Trump. Appena arrivato nella capitale turca, ha subito messo in chiaro di essere andato solo per fare un piacere all’amico Erdogan. Ma avrebbe di gran lunga preferito disertare, essendo molto arrabbiato con l’Alleanza Atlantica. Il motivo è sempre lo stesso: nessuno lo ha sostenuto nella sua guerra contro gli Ayatollah. Ovviamente Trump non ha mancato di menzionare l’Italia di Giorgia Meloni, che è stata “pessima” sulle basi. Lei è stata piuttosto fredda: è arrivata per ultima alla cena di inaugurazione del vertice, in modo da trovare Trump già in sala e non doverlo incrociare, si è seduta allo stesso tavolo in cui erano stati collocati tutti i big, ma a diversi posti di distanza. E poi, rientrando in hotel, con i giornalisti che le chiedevano dei rapporti con il presidente statunitense, ha tagliato corto dicendo che sono cordiali.
Ma il principale bersaglio di Trump in queste ore è stata la Spagna di Pedro Sanchez, che continua a rifiutarsi di portare le spese militari al 5% del proprio Pil. Trump ha detto che la Spagna è un caso senza speranza, che non ci vuole più fare affari commerciali perché è un partner terribile della Nato, che non partecipa e non paga. Ovviamente, in puro stile Trump, ha provato a umiliare gli spagnoli, dicendo – con una vocina piagnucolante – che torneranno da lui a pregarlo di commerciare ancora con loro. Ovviamente sono tutte parole, essendo il commercio estero un tema europeo, comunitario, e di conseguenza impossibile per Washington da tagliare con un unico Paese. Ma questo è un altro discorso.
Trump contro tutti
La lista nera di Trump comunque non si è fermata alla Spagna e in generale ha detto di essere stato trattato ingiustamente da tutti i Paesi della Nato. Ha precisato che gli Stati Uniti spendono miliardi su miliardi per difendere i Paesi dell’Alleanza dalla Russia e che, in cambio, loro si sono rifiutati di aiutarlo. E poi ha riesumato un vecchio cruccio, quello della Groenlandia. Prima del vertice principale, quello con tutti i capi di Stato e di governo Trump ha ribadito che l’isola – territorio autonomo facente parte del regno di Danimarca – dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, perché è molto importante per Washington e non per la Danimarca. Ha detto che Copenhagen non ha i soldi per aiutare la Groenlandia, che è circondata da navi cinesi e russe.
Ha ricordato che la Danimarca fu invasa dai nazisti in meno di un giorno e che allora fu chiesto agli Stati Uniti di intervenire. Washington lo fece e prese anche il controllo della Groenlandia per le operazioni. Poi, a guerra conclusa, ovviamente lasciò il campo e quello per Trump fu un grave errore. Per lui non avrebbero dovuto restituirla, perché l’isola è necessaria – così ha detto – per la protezione del mondo. La premier danese Mette Frederiksen ha replicato in modo chiaro, sottolineando che ormai sia cosa nota che gli Stati Uniti vogliono comprare la Groenlandia, ma è altrettanto noto che l’isola non sia in vendita.
Perché il tycoon vuole la Groenlandia
Era gennaio, al World Economic Forum di Davos, che si era raggiunto il picco di tensioni sulla Groenlandia. Trump aveva detto di voler comprare l’isola, ma era velocemente passato anche alle minacce militari. In sostanza, aveva giurato che si sarebbe preso quel territorio in un modo o nell’altro, a qualsiasi costo. Alla fine, gli europei avevano formato un fronte compatto, avevano anche mandato delle truppe sull’isola per delle esercitazioni congiunte, e avevano spinto Trump a desistere. La questione sembrava essere stata chiusa lì, ma evidentemente non era così. Del resto sono anni che Trump coltiva la sua ossessione per la Groenlandia: aveva esplicitato le sue mire prima di arrivare alla Casa Bianca per il secondo mandato. Inizialmente ne aveva parlato in termini di investimenti immobiliari, ma una volta tornato a essere il presidente degli Stati Uniti le cose hanno preso un’altra piega. E Trump è tornato a parlare di annettere la Groenlandia come se fosse una questione esistenziale per il Paese.
Da un lato ci sono ragioni puramente personali, che riguardano l’ego di Trump. Vuole essere il presidente che più di ogni altro ha allargato i confini nazionali, ha espanso il territorio degli Stati Uniti, in una vera e propria ambizione imperialista. Dall’altro non mancano gli interessi economici, visto che parliamo di una terra ricca di risorse naturali. E infine, ci sono i motivi geopolitici. Perché Trump è convinto che sia la Russia che la Cina siano dietro l’angolo, pronte a mettere le mani sull’isola. Un affare, se contiamo che i ghiacciai nell’Artico si stanno sciogliendo e nuove rotte commerciali diventeranno sempre più navigabili. Questa sembrerebbe essere la ragione più urgente, quella più seria. Ma in realtà è anche l’unica per cui Trump ha già la soluzione. Gli accordi con la Danimarca, quelli stretti proprio dopo la seconda guerra mondiale, permettono già agli Stati Uniti di installare sul territorio della Groenlandia tutte le basi militari che vuole. Ma negli ultimi anni Washington ha fatto il contrario, ne ha chiuse diverse. Quindi, forse, a pesare più di ogni altra cosa in questa partita sono, ancora una volta, i desiderata personali di Donald Trump.
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