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Dietro il progetto del Tavolara Bay c’era un colosso brasiliano e un gruppo di trust basati in paradisi fiscali

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Non si farà più, almeno per ora, il complesso turistico di lusso a Cala Finanza, davanti all’isola di Tavolara in Sardegna. Un resort che prevedeva un hotel a cinque stelle, una ventina di ville, campi da golf, ristoranti, spa e beach club. Il tutto fronte mare, a qualche decina di metri dalla battigia. Dietro questo progetto c’era la Tavolara Bay Srl – una società del gruppo brasiliano JHSF Participações, che detiene anche ad esempio la catena alberghiera Fasano – a cui il governo aveva concesso l’autorizzazione per costruire. Il problema è che quell’area – nel comune di Loiri Porto San Paolo, tra appunto l’isola di Tavolara e Punta Coda Cavallo – è un’area marina protetta. Che, tra le altre cose, prevede il divieto di costruire a distanze fino a 300 metri dalla battigia.

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Il progetto del Tavolara Bay

Per ovviare a una serie di problemi è stato fatto ricorso alle procedure della Zes, cioè la Zona economica speciale che il governo ha esteso a tutto il Mezzogiorno. Questo meccanismo consente di operare in deroga a leggi regionali o altri permessi per avviare delle attività economiche sul territorio. L’obiettivo, per dirla in altre parole, è quello di semplificare e velocizzare alcuni processi per facilitare gli investimenti nelle Regioni del Sud e spingere quindi lo sviluppo economico del territorio.

E così – nonostante la contrarietà non solo di diverse associazioni ambientaliste, ma anche della stessa Regione Sardegna – il governo, riunito in Consiglio dei ministri a inizio giugno, ha dato il via libera al progetto nell’ambito della Zes. Quindi, nonostante i vincoli ambientali, nonostante il parere contrario di vari organi regionali così come della soprintendenza del ministero della Cultura, il governo ha autorizzato a procedere. Questa decisione sarebbe stata basata su praticamente l’unico parere favorevole, cioè quello del Consiglio comunale di Loiri Porto San Paolo, che avrebbe anche modificato la classificazione urbanistica del territorio: da zona protetta con edificabilità minima a un’area che consente di edificare senza troppi limiti.

Lo scontro tra Regione e governo

Quando il Comune si era espresso in maniera positiva, però, la Regione si era subito attivata nel denunciare una serie di irregolarità. Aveva sottolineato che il progetto non rispettasse né i vincoli di conservazione della costa né le norme del piano paesaggistico regionale, così come una serie di procedure, dalla valutazione ambientale strategica a quella di incidenza ambientale. E per tutte queste ragioni era stato chiesto di bloccare il via libera. Cosa che non solo non era stata fatta, ma aveva portato il governo a intervenire in senso contrario, avvalendosi della struttura di missione Zes. E a quel punto la Regione aveva deciso di fare ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale.

Il verdetto del Tar è atteso tra qualche giorno, ma nel frattempo è arrivata la notizia del passo indietro del governo. Ieri il Dipartimento per il Sud della presidenza del Consiglio dei ministri ha revocato l’autorizzazione legata alla Zes unica per il Mezzogiorno. La governatrice della Regione ha esultato con un video sui social in cui ha accusato il governo di aver provato a decidere al posto suo, senza riuscirci. Ha anche ribadito che questa non fosse una battaglia contro gli investimenti o lo sviluppo, ma che ci fossero in gioco dei principi fondamentali, in primis il rispetto del territorio.

Chi c'era dietro il progetto

La società che si sarebbe dovuta occupare dei lavori, la Tavolara Bay, si è detta sconcertata di questo cambio improvviso di direzione e, secondo quanto ha scritto il Sole 24 Ore, si starebbe preparando a fare ricorso con i suoi avvocati.

Insomma, sembra che in questa vicenda non sia stata ancora detta l’ultimissima parola. Sicuramente è un caso che ricorda quello dell’Albania: c’è un ambiente protetto che passa in secondo piano rispetto ad alcuni interessi economici, norme e procedure che vengono piegate a seconda delle necessità, investimenti di miliardari stranieri. La Tavolara Bay Srl è infatti controllata per la maggior parte da due entità estere: il gruppo brasiliano immobiliare di Josè Auriemo Neto (che ha un 44%) e il gruppo lussemburghese Csfg (con il 43%), in cui confluiscono società e Trust provenienti dalle Isole Vergini, da Malta o dalle Bahamas.

Ora bisognerà capire se questa società, con tutti questi investitori, si arrenderà alla decisione di fermare tutto o si batterà per continuare o avere qualche risarcimento.

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