
A Giorgia Meloni sono bastati letteralmente dieci minuti di intervista nello studio televisivo di Nicola Porro per indirizzare il dibattito politico delle prossime settimane. E portarlo su un tema decisamente molto complesso, la scelta del prossimo presidente della Repubblica, che però le dà un grosso vantaggio sul piano strategico. La partita del Quirinale, infatti, è talmente importante da consentirle di chiedere, più o meno esplicitamente, sacrifici e rinunce ai propri alleati e, in generale, a elettori ed esponenti della destra italiana, vecchi e nuovi.
Aver aperto questo faldone è stata una scelta strategica ben precisa, nella consapevolezza di poter inserire nel discorso tanto la riforma della legge elettorale che il rebus dell’alleanza con il movimento del generale Roberto Vannacci. Il ragionamento è tutto sommato abbastanza semplice: con lo Stabilicum, che la maggioranza continuerà a portare avanti, vincerà chi sarà in grado di prendere anche un solo voto in più; la crescita di un soggetto politico in grado di togliere voti al centrodestra finirà inevitabilmente per favorire il campo largo; chi prevale alle Politiche potrà scegliere anche il nuovo presidente della Repubblica. Di conseguenza, indebolire l’attuale maggioranza equivale a regalare a “Schlein, Conte, Fratoianni e Gruber” (cit.) non solo il governo del Paese, ma anche la possibilità di indicare “un altro nome di sinistra” per il Colle. Non è un mistero che il destinatario finale sia Vannacci, ancora in crescita nei sondaggi e, soprattutto, sempre più deciso a marcare la propria discontinuità rispetto alla maggioranza al governo.
Il messaggio, neanche tanto nascosto, agli elettori di destra è chiarissimo: se disperdiamo i nostri voti, la sinistra prenderà nuovamente il Colle; inseguire l'ennesimo leader che si professa "duro e puro" sarebbe un atto di autolesionismo imperdonabile.
Il fatto che la corsa al Quirinale si apra con una gigantesca fake news, quella secondo cui non c'è mai stato un Presidente "non di sinistra" (poi corretto da Meloni in "non di centrosinistra"), aggiunge quella punta di grottesco che non manca mai al dibattito pubblico italiano. Che solo formalmente sembra aver messo in stand-by quello che invece sarà il grande tema delle prossime settimane: le elezioni anticipate. Ne abbiamo parlato più volte, fin dalla sconfitta al referendum sulla riforma della Giustizia, sottolineando come Meloni avesse tutto da guadagnare nel ritorno alle urne. L'accelerazione sulla legge elettorale andava in quella direzione, l'arenarsi delle discussioni in Ue sui margini in materia di bilancio rafforzava l'idea che la maggioranza non volesse sobbarcarsi una manovra lacrime e sangue. Certo, c'era sempre il timore che Mattarella potesse essere indisponibile a sciogliere le Camere, dato il contesto, ma si trattava di un rischio da correre. Poi, la questione era stata accantonata, per tornare saltuariamente. Il punto è che le ragioni strategiche per votare prima della scadenza naturale dei termini sono ancora molto valide. Tra esse, la possibilità di tagliare le gambe al progetto di Vannacci, costringendo il generale a una complessa rincorsa per candidature, strutture sul territorio e fondi. Del resto, si ragiona, una cosa è trattare con FN al 5% nei sondaggi, un'altra sarà discutere col generale al 10% e con il prevedibile calo di popolarità che seguirà all'ennesima manovra prudente, conservativa o peggio ancora.
Così, la voce è tornata a circolare con grande insistenza in questi giorni, indipendentemente dalla buona riuscita del percorso verso una nuova legge elettorale. Percorso che, sia detto per inciso, è tutt'altro che in discesa: permangono, in effetti, grandi distanze tra le diverse anime della coalizione, soprattutto sulle preferenze (ma non solo…), al punto che non è impossibile immaginare che un "incidente" possa far saltare il banco. È per questo che si susseguono gli incontri e i vertici di maggioranza: per trovare una convergenza nel merito delle scelte, ma soprattutto per cercare di restituire un'immagine di solidità e compattezza. Nella consapevolezza che il nemico, ora come ora, è uno solo.