Il governo si prepara ad approvare, già nelle prossime ore, un nuovo Dpcm contenente misure restrittive contro la diffusione dell'infezione da Covid-19. Questo a pochi giorni dagli ultimi provvedimenti introdotti per frenare la curva. L'impennata di nuovi casi di coronavirus ha costretto l'esecutivo a mettere in campo una stretta anti-contagio per evitare di dover ricorrere a un nuovo lockdown, che sarebbe troppo gravoso sull'economia del Paese. Fanpage.it ha fatto il punto della situazione, cercando di capire che cosa ci aspetta nei prossimi mesi, con il presidente della fondazione Gimbe, un think tank che si occupa di ricerca sanitaria che dall'inizio dell'emergenza monitora l'andamento della situazione epidemiologica.

Gimbe ha definito le misure introdotte con il Dpcm del 13 ottobre come "insufficienti" ad arginare il contagio. Perché?

Le misure sono troppo blande rispetto alla velocità di ascesa della curva del contagio, oltre che tardive perché i numeri odierni riflettono comportamenti di 2-3 settimane fa. Peraltro, gli effetti di tali misure saranno difficilmente misurabili perché neutralizzati sia dall’incremento esponenziale dei contagi, sia dall’ulteriore sovraccarico dei servizi sanitari dovuto alla stagione influenzale. Più in generale le misure
restrittive – nazionali regionali o locali – non possono inseguire i numeri del giorno, ma devono essere commisurate alla proiezione della curva dei contagi a 3-4 settimane. Altrimenti, i tempi della politica e della burocrazia, mettono il turbo ad un virus già velocissimo.

Con i numeri che stiamo vivendo adesso, in quanto tempo si potrebbe arrivare a una situazione fuori controllo? E che misure servirebbero per evitare un quadro di questo tipo?

Purtroppo il trend da lineare è diventato esponenziale. La crescita dei contagi, dopo l’impennata di ferragosto, si era stabilizzata intorno a 10-12 mila casi settimanali sino a fine settembre. Ad ottobre nella prima settimana il monitoraggio GIMBE ha riportato oltre 17 mila casi e nella seconda più di 35 mila. Adesso nella terza settimana i nuovi casi sono già oltre 26 mila casi e supereranno il tetto dei 50 mila. Siamo in una fase di circolazione del virus molto sostenuta, documentata dall’impennata del rapporto tra positivi e casi testati: la media nazionale negli ultimi 7 giorni è dell’8% con punte del 22,8% in Valle d’Aosta e del 18,8% in Liguria. In ogni caso, numeri e trend documentano inequivocabilmente che nelle Regioni dove il tracciamento dei casi è fuori controllo iniziano a riempirsi gli ospedali. E anche qui la curva negli ultimi 10 giorni ha cambiato decisamente passo. Al 16 ottobre ci sono 6.178 pazienti ospedalizzati con sintomi e 638 in terapia intensiva. Al 1 ottobre i numeri corrispondenti erano 3.097 e 291.

Durante l'estate si è avvertito più volte sui rischi che si sarebbero incontrati con l'arrivo dell'autunno. C'erano dei provvedimenti che potevano essere presi per anticipare l'impennata di contagi che stiamo vivendo? Dove si è arrivati tardi?

Al di là di un’estate vissuta con eccessiva disinvoltura e del mancato potenziamento dei trasporti pubblici in occasione della ripresa del lavoro e della riapertura delle scuole, dal punto di vista sanitario il tallone di Achille è rimasto il sistema di tracciamento. Nonostante le risorse assegnate del Decreto Rilancio, i servizi sanitari territoriali responsabili del testing & tracing non sono stati adeguatamente potenziati durante i mesi “tranquilli”, quando i casi settimanali erano solo 1.400 casi. Ho più volte ribadito che la scialuppa di salvataggio della seconda ondata non sono le terapie intensive, ma i tamponi e le strategie di tracciamento e isolamento, di fatto mai potenziate in maniera adeguata. Ma ormai in alcune regioni è troppo tardi perché questo argine è ormai crollato.

Il Cts e l'Iss suggeriscono di valutare misure selettive che possono essere irrigidite nel tempo, tra cui lockdown mirati. Questo approccio può funzionare o nel caso di un peggioramento della situazione si dovrà per forza ricorrere a un lockdown nazionale?

Perfettamente in linea con l’appello della Fondazione GIMBE che ha invitato Presidenti di Regioni e amministratori locali, sindaci in primis, ad intervenire tempestivamente con misure restrittive locali, compresi lockdown mirati, per spegnere i focolai, arginare il contagio diffuso e prevenire il sovraccarico degli ospedali. Occorre agire tempestivamente dove il contagio corre più veloce: con l’aumentare vertiginoso dei numeri, il dato nazionale non rende conto delle marcate differenze regionali e provinciali che richiedono provvedimenti più restrittivi al fine di circoscrivere tempestivamente tutti i focolai e arginare il contagio diffuso. Altrimenti, il virus continua a correre e per rallentarlo servono decisioni su scala più ampia, regionali o nazionali

I test rapidi devono essere parte della strategia futura o sono troppo inaffidabili?
I tamponi rapidi costituiscono uno strumento fondamentale per potenziare le attività di testing, in particolare perché possono sostituire il tampone classico per le attività di screening. Ma anche qui siamo in ritardo clamoroso: se alcune Regioni si erano già mosse in autonomia, la richiesta pubblica di offerta del Commissario Arcuri che prevede l’acquisto di 5 milioni di tamponi rapidi, è scaduta lo scorso 8 ottobre. Tuttavia ad oggi non si conoscono né i tempi di approvvigionamento, né le tempistiche e i criteri di redistribuzione alle Regioni. Inoltre vi sono oggettive difficoltà che ostacolano l’utilizzo immediato dei tamponi rapidi, sia negli ambulatori di medici e pediatri di famiglia spesso strutturalmente inadeguati a garantire percorsi dedicati per sospetti casi COVID, sia nelle scuole dove la figura del “medico/infermiere di plesso” non risulta ancora sistematicamente implementata, sia più in generale per la necessità di un adeguato training dei professionisti destinati ad utilizzarli (medici di famiglia, pediatri, infermieri scolastici, etc.) perché la probabilità di risultati falsamente negativi aumenta in mani non esperte.