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In Italia non c’è nessuna invasione di migranti: ActionAid smentisce la propaganda del governo

Il nuovo report di ActionAid smentisce la retorica dell’invasione tanto cara al governo mostrando come, a fine 2024, i migranti accolti siano stati appena lo 0,23% della popolazione, evidenziando un’ “emergenza programmata” fatta di centri sovraffollati, assenza di controlli e tagli all’integrazione.
A cura di Francesca Moriero
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Se il dibattito pubblico sull'immigrazione fosse un'equazione matematica, il risultato finale sarebbe sorprendente. Mentre una fetta della politica discute di "cambi di passo" e confini blindati, il report di ActionAid e Openpolis "La Frontiera, ovunque" riporta la questione alla realtà dei numeri. Il dato centrale è uno solo: a fine 2024, le persone accolte nel sistema italiano erano 134.549, ovvero appena lo 0,23% della popolazione residente. In termini pratici, significa che in una piazza con mille persone, solo due sono persone migranti in accoglienza. Una quota ridotta per un Paese di quasi sessanta milioni di residenti, ben lontana dall'idea di una pressione ingestibile.

Il punto sollevato dal rapporto è proprio questo: se i numeri sono contenuti, perché il sistema continua a funzionare come se fosse sotto assedio? La risposta indicata dall'analisi è che non esiste una crisi inevitabile generata dagli arrivi, esiste piuttosto una crisi costruita da scelte politiche e amministrative che hanno reso l'accoglienza più fragile, molto più opaca e meno efficiente.

L'addio all'integrazione diffusa

Negli ultimi anni il modello italiano si è progressivamente spostato dall'accoglienza diffusa verso la gestione concentrata nei grandi centri. Il sistema SAI (quello gestito dai Comuni, con piccoli numeri e percorsi di inserimento sociale) ha perso centralità. Al suo posto si sono rafforzati i CAS, i Centri di accoglienza straordinaria, nati teoricamente per affrontare situazioni temporanee ma diventati ormai la struttura ordinaria del sistema. Nel 2024 i CAS ospitavano 96.738 persone, cioè il 71,9% del totale. Il SAI si fermava al 24,7%, mentre la prima accoglienza rappresentava il 3,4%. Un dato che racconta una trasformazione precisa: la componente "straordinaria" è diventata la regola, mentre quella pensata per integrare è stata ridimensionata. Ma il cambiamento non è solo organizzativo. Nei centri diffusi l'obiettivo era accompagnare le persone verso autonomia, lavoro, lingua italiana, orientamento legale. Nei grandi hub, invece, prevale una logica diversa: ospitare, smistare e contenere. L'accoglienza smette cioè di essere un percorso e diventa gestione amministrativa di presenze.

Il business dei grandi numeri

Dentro questo spostamento cresce anche il peso dei gestori privati. Secondo il report, tra il 2022 e il 2024 i posti affidati a soggetti for profit sono passati da 7.089 a 14.813, con un aumento del 109%. Allo stesso tempo il 36% della capacità complessiva è concentrato in strutture con oltre 50 posti. Più grandi sono i centri, più facile diventa comprimere i costi: meno personale qualificato, meno mediazione linguistica, meno supporto psicologico, meno corsi di formazione. È la logica industriale applicata all'accoglienza: economie di scala da una parte, qualità dei servizi ridotta dall'altra. Il rischio, denunciato da molte associazioni, è però che il criterio economico prevalga sulla tutela delle persone ospitate.

Zone cieche: quando lo Stato rinuncia a guardare

Se il sistema appare fuori controllo, non sarebbe poi per la pressione ai confini, ma per il collasso della vigilanza interna. Il dossier parla di una vera e propria "opacità di Stato". In province cruciali come Roma, Frosinone e Ravenna, la macchina dei controlli si è inceppata o, peggio, è stata spenta. Nel complesso, le verifiche hanno riguardato appena il 19,1% delle strutture: significa che circa quattro Centri su cinque non sono stati ispezionati nel corso dell'anno. Nel 2024, in queste zone non è stata registrata alcuna ispezione prefettizia. Questa assenza di monitoraggio trasforma i centri in "zone cieche", cioè veri e propri limbi amministrativi dove i gestori operano senza testimoni. Senza verifiche, nessuno può garantire che i contratti siano rispettati, che il cibo sia adeguato o che le condizioni igieniche siano dignitose. Un paradosso istituzionale: lo Stato, sottolinea il report, finanzia con denaro pubblico strutture di cui poi ignora totalmente il funzionamento quotidiano, abdicando quindi anche al proprio ruolo di garante della legalità e dei diritti umani.

Il paradosso dei minori

Ma l'aspetto più drammatico di questa gestione emergenziale è senza dubbio quella che colpisce i più vulnerabili, e cioè i minori stranieri non accompagnati. Nel 2023, il Governo ha introdotto una norma che permette, in casi di "comprovata urgenza", di inserire adolescenti sopra i 16 anni in centri per adulti per un periodo limitato. Ma i dati mostrano che l'eccezione è diventata la regola. Centinaia di ragazzi restano intrappolati in strutture per adulti per mesi, a volte per anni, in contesti promiscui e privi di qualsiasi supporto educativo o psicologico necessario alla loro età: tra il 2023 e il 2025 risultano almeno 823 ragazzi transitati in queste strutture, con permanenze che in diversi casi superano i limiti previsti e arrivano, nei casi estremi, a oltre tre anni. Il dato che grida vendetta, però, sarebbe un altro: questa "promiscuità forzata" avviene mentre, negli stessi territori, i posti nelle strutture dedicate ai minori restano completamente vuoti. Non è dunque la mancanza di spazio a spingere i ragazzi nei centri per adulti, ma un cortocircuito burocratico e politico che sceglie il contenimento più rapido e meno costoso rispetto alla tutela legale dovuta a un minorenne.

La politica dell'allarme contro la realtà dei numeri

Il dato più politico resta però quello iniziale. In un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti, l'accoglienza riguarda meno di un quarto di punto percentuale della popolazione. Un'incidenza cioè infinitesimale, che viene trasformata però in un'arma retorica: il linguaggio dell'allarme esistenziale serve a giustificare una gestione basata sulla ‘straordinarietà' permanente. È la distanza tra realtà e propaganda: dove i numeri dicono normalità, la politica sceglie di mettere in scena, ancora una volta, l'emergenza.

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