La debole strategia energetica del governo: il viaggio di Meloni in Azerbaigian per il gas è solo propaganda

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni il prossimo 5 maggio volerà a Baku, per occuparsi del dossier energetico. La missione, come annunciato, ha l'obiettivo di provare ad aumentare le forniture di gas dall'Azerbaigian, alla luce anche del blocco dello Stretto di Hormuz.
"Da quando è scoppiata questa crisi ci siamo occupati" di energia, "io me ne sono personalmente occupata – aveva detto Meloni sabato scorso all'assemblea di Federalberghi – recandomi prima in Algeria, poi nei Paesi del Golfo, a garantire che questa nazione non avesse contrazioni intanto nell'approvvigionamento delle sue risorse energetiche fondamentali. La stessa cosa che farò in Azerbaigian tra un paio di settimane". Ma cosa concretamente potrebbe portare a casa la presidente del Consiglio e cosa c'è sul tavolo?
Secondo quanto fatto filtrare da Palazzo Chigi, l'idea è quella di provare a diversificare le fonti di approvvigionamento, il più possibile. L'Italia importa dall'Azerbaigian il 16-17% del fabbisogno nazionale di petrolio e gas. Più nel dettaglio, Baku è per noi tra i primi fornitori di petrolio, con una media del 15% dell'import totale. Gli azeri esportano verso il nostro Paese il 57% del loro petrolio: l'Italia è per loro il primo mercato di destinazione del greggio.
Per quanto riguarda il gas, Baku esporta circa il 20% della sua produzione in Italia. L'Azerbaigian rappresenta il secondo fornitore di gas dell'Italia dopo l'Algeria: dal Paese arriva circa il 16% dell'import totale di gas.
Il gasdotto Tap trasferisce in Puglia, attraverso il mar Adriatico, circa 11 miliardi di metri cubi di gas all'anno, sui circa 60 totali che importiamo. Il governo italiano punterebbe a far salire la fornitura di gas a 15 miliardi di metri cubi in un anno, pari a un quarto del nostro fabbisogno complessivo. Con un intervento mirato di raddoppio dell'infrastruttura, il Tap potrebbe trasportare fino a 20 miliardi di metri cubi l'anno, come prevede un progetto al centro di un protocollo d'intesa siglato nel 2022 tra Commissione Ue e Baku. Ma è un piano attuabile e sensato dal punto di vista strategico e di mercato? L'Azerbaigian sarebbe davvero in grado di aumentare l'offerta di gas? E la domanda di gas nel mercato europeo giustifica l'investimento e il coinvolgimento dell'Italia e dell'Europa in questo dossier?
Con Luca Bergamaschi, co-fondatore e direttore esecutivo del think tank ECCO, abbiamo analizzato i possibili rischi economici e le criticità legate all'obiettivo di intensificare la dipendenza dal gas. Secondo l'esperto, dal punto di vista pratico bisognerebbe verificare prima la capacità di export da parte dell'Azerbaigian, visto che ci sono già contratti attivi che il Paese ha siglato, non solo con l'Italia. "Bisogna capire quanto concretamente Baku potrebbe aumentare la produzione, in un breve medio termine, compreso l'export verso l'Italia".
Poi c'è appunto la questione dello sfruttamento dell'infrastruttura Tap. "Se non è sfruttata al massimo, siamo sui due terzi, vuol dire che è già quasi satura. Per cui per aumentare le forniture si dovrebbe prevedere un raddoppio del Tap. Ma considerati anche i contenziosi che ci sono stati in passato, parliamo di processi che durano sicuramente anni". Quindi è difficile immaginare adesso, nel breve periodo, un aumento significativo delle importazioni di gas, senza effettuare prima un intervento sul gasdotto Tap.
"Parliamo di un un medio lungo periodo, e nel frattempo bisogna chiedersi se quel gas ci servirà ancora. Secondo gli scenari che abbiamo, siamo su una traiettoria di riduzione dei consumi, che tra l'altro è stata accelerata dal primo shock energetico con l'Ucraina. Noi dal 2022 abbiamo ridotto già la domanda del gas del 18%, trainata appunto dalla crisi, ma anche dalla decarbonizzazione", spiega l'esperto a Fanpage.it.
"Con le pompe di calore, con l'industria che ha attuato l'elettrificazione di alcuni processi, l'economia circolare, l'efficientamento, piano piano sta diminuendo il consumo di gas, e saremo sempre più virtuosi da questo punto di vista. Potremmo esserlo ancora di più, se facessimo più rinnovabili. Quindi c'è una traiettoria decrescente della domanda di gas. L'altro fattore da tenere in considerazione – spiega l'esperto – è quanto dura la guerra. Perché nel momento in cui si raggiungerà una tregua, e ci sarà una riapertura dello Stretto di Hormuz, ci sarà una ripartenza delle importazioni di gas liquido da quell'area. Anche se è vero che le infrastrutture del Qatar sono state danneggiate in modo strutturale, quindi ci vorranno sicuramente anni per ritornare ai volumi attuali. Ma una ripresa comunque ci sarà. Poi in Italia c'è chi adesso propone anche una riapertura al gas russo. E ricordiamo che la premier Giorgia Meloni è stata anche in Algeria per cercare di aumentare le forniture. Quindi, mettendo insieme tutti questi fattori, non è chiaro quanto bisogno ci sarà di nuovo gas".
"Anzi, se prendiamo il fattore della decarbonizzazione, quindi della riduzione della domanda del gas, possiamo anche in tempi brevi iniziare a sostituire in maniera importante le importazioni dal Qatar, che equivalgono a circa il 10% della domanda di gas italiano: entro un anno si possono sostituire l'80% delle importazioni dal Qatar con rinnovabili, efficienza e risparmi energetici".
Il punto, sollevato da ECCO, è che oggi ci sarebbero tutte le tecnologie per poter sostituire il gas. Non sarebbe necessario quindi provare ad aumentare le forniture. Se diminuisce la domanda di gas, perché dunque andare in cerca di nuovo gas? Nel caso specifico della missione della premier a Baku, anche se si volesse aumentare le importazioni di gas dall'Azerbaigian, ci sono dei tempi medio-lunghi per raggiungere quest'obiettivo. Non è realizzabile insomma il piano di raggiungere in poco tempo la soglia di 15 miliardi di metri cubi di gas in un anno. "A meno che non ci sia con la tubatura attuale la possibilità di aumentare la fornitura di 2 miliardi di metri cubi all'anno senza ulteriori interventi. Sempre che l'Azerbaigian riesca ad aumentare la sua produzione ed export. Ma se quei 2 miliardi, che sono l'equivalente più o meno del 30% del gas che l'Italia importa dal Qatar, richiedono un lavoro sull'infrastruttura, i tempi sarebbero molto più lunghi. 2 miliardi di metri cubi sono abbondantemente sostituibili da uno sviluppo di 10 GW di rinnovabili, che è il target annuale che l'Italia dovrebbe sviluppare per raggiungere l'obiettivo del governo al 2030 (L'Italia punta a installare circa 70-80 GW di nuova potenza rinnovabile entro il 2030)".
"Se a tutto questo aggiungiamo il potenziale di risparmio – per esempio anche solamente posticipare di un mese l'accensione dei termosifoni, tenere una temperatura di 19 gradi, gli interventi strutturali sulle case, che sono stati velocizzati da uno strumento come il Superbonus – è possibile sostituire almeno due terzi del gas del Qatar senza andare a prendere nuovo gas. Oggi le opzioni ci sono, non ci sono scuse, per questo tipo di volumi".
Cosa succede se lo Stretto di Hormuz rimane chiuso: scenari e conseguenze a lungo termine
Cosa succederebbe se lo Stretto di Hormuz rimanesse bloccato ancora a lungo? Sulla durata del conflitto c'è ancora molta incertezza. Sulla base di analisi pubblicate dalla Banca d'Italia nell'aprile 2026, il prolungamento del conflitto in Medio Oriente rappresenta un grave rischio per l'economia italiana. "Nello scenario peggiore per la Banca d'Italia, in uno scenario di ‘guerra prolungata', il prezzo del petrolio si aggira intorno ai 150 dollari per barile. In generale un prolungamento sicuramente avrà un impatto sul prezzo del petrolio, che salirà ben oltre i 100 dollari, e sul prezzo del gas, sopra i 120 euro a megawattora. E come sappiamo, in Italia il prezzo del gas determina per la maggior parte del tempo anche il prezzo dell'elettricità. Ci avviciniamo a una stagione estiva in cui la disponibilità di carburante per il trasporto leggero, ma anche per il trasporto aereo, diventa un tema perché ovviamente il picco del consumo del carburante per il trasporto aereo in Europa è proprio durante i mesi estivi", osserva l'analista.
"C'è il rischio concreto che per le compagnie sia più conveniente non volare, e quindi cancellare anche i viaggi per chi ha già il biglietto, piuttosto che impegnarsi a pagare il cherosene a livelli di prezzo molto molto alti. Per un'economia come l'Italia – dice ancora Bergamaschi – molto dipendente dal turismo soprattutto nella fascia estiva, vuol dire che a cascata ci saranno degli impatti diretti su tutta la catena turistica: ci saranno meno arrivi e meno movimenti. Ci si aspetta un impatto sull'inflazione generale, perché il bene energetico fa molto da traino. E poi c'è la questione dei fertilizzanti e quindi l'impatto sulla catena alimentare. L'impatto è soprattutto sul prezzo, sulla capacità di spesa del consumatore. Anche perché in Italia gli stipendi non crescono. Tutto questo sta succedendo perché siamo molto dipendenti dai combustibili fossili".
La crisi energetica potrebbe trasformarsi in un'opportunità
E se invece lo Stretto di Hormuz dovesse riaprire subito, e la crisi internazionale dovesse risolversi con un accordo, quanto tempo impiegheremmo per tornare a una situazione di normalità? "Sicuramente per il 2026 non torneremo alla normalità. Ci aspettiamo quest'anno dei prezzi più alti rispetto al periodo pre-crisi, quindi rispetto alla media del 2025 o all'inizio del 2026. Per il 2027 forse ci potrebbe essere una lenta ripresa. Però teniamo conto del fatto che il CEO di QatarEnergy, Saad al-Kaab, ha dichiarato che ci vorranno 3-4 anni per tornare ai livelli di prima, e questo vuol dire che comunque ci saranno ancora delle ripercussioni. Questo dovrebbe essere in realtà un incentivo per continuare a sganciarci dal gas. Il beneficio economico di spostarsi su una macchina elettrica, fare più efficienza, fare più rinnovabile, è ancora più alto, perché il prezzo del gas rimarrà comunque alto. Questa crisi potrebbe trasformarsi in un'opportunità, anche per proteggere i risparmi e la capacità d'acquisto degli italiani. Ma questo dipende molto dalle politiche pubbliche", sottolinea Bergamaschi.
Al contrario "Questo governo ha scelto invece negli ultimi anni, soprattutto sulla spinta dell'amministrazione americana, di mettere in discussione su un piano ideologico le scelte green. Si è scelto di un po' demonizzare, senza alcuna evidenza, il Green Deal e le politiche pubbliche che potrebbero portare solo benefici".