Ambrosone (Arel SMLab): “Equilibrismo Meloni tra Trump e Ue non funziona, energia richiede risposta europea”

In un’intervista a Fanpage.it Tullio Ambrosone, direttore del Single Market Lab di Arel, spiega quali sono le possibili risposte alla crisi internazionale e allo shock energetico causati dalla guerra in Iran: “Se la situazione peggiorerà sarà necessario affrontare il tema dell’allentamento dei vincoli del Patto di stabilità. Ma occorre affiancare a questo genere di misure più immediate visioni più larghe, azioni europee, come il piano ‘One Europe, One Market’, la roadmap del mercato unico”.
Intervista a Tullio Ambrosone
direttore del Single Market Lab di Arel
A cura di Annalisa Cangemi
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"Le crisi di sicurezza, il tema energetico, la transizione verde, la trasformazione digitale, sono tutte sfide sistemiche che non siamo in grado di affrontare da soli. Serve l'Europa e il mercato unico". Negli studi di Fanpage.it l'intervista sul tema della competitività europea a Tullio Ambrosone, direttore del Single Market Lab di Arel (agenzia di cui è presidente l'ex premier Enrico Letta) e coordinatore dell'IE Competitiveness Hub Brussels. Pochi giorni fa è arrivato l'ok alla roadmap sul mercato unico ‘One Europe, One Market', con la firma dei leader Ue, della Commissione europea e dell'Europarlamento, nel pieno della crisi internazionale e dello shock energetico legati alla guerra in Iran.

Con l'analista abbiamo ragionato sul valore di quest'accordo e sulle ricadute che avrà sulla vita dei cittadini italiani ed europei. Mentre Meloni si prepara a incontrare il segretario di Stato americano Marco Rubio, in visita a Roma. Secondo Ambrosone non siamo davanti a una crisi diplomatica: "È innegabile che, al di là di Trump, gli Stati Uniti siano in un momento storico di transizione, di spostamento del loro focus strategico dall'asse europeo e transatlantico all'asse pacifico. Ma nonostante questo gli Stati Uniti sono e rimarranno un alleato fondamentale per l'Unione Europea".

Lo scorso 24 aprile le istituzioni europee hanno firmato la roadmap sul mercato unico, intitolata ‘One Europe, One Market'. Dunque la Commissione europea e l'Europarlamento si sono impegnati a completare il mercato unico entro il 2027. Cosa cambia e a che punto siamo nel processo di integrazione europea?

Siamo a un punto di svolta. In maniera rapida lo scenario internazionale negli ultimi anni si è trasformato in maniera radicale. Siamo passati nel giro di pochi anni da un sistema che era basato su delle regole comuni, regole decise in buona parte anche da noi europei, a un sistema basato sulla legge del più forte. È un contesto in cui diversi giganti, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti si confrontano nello scenario internazionale e noi Paesi europei, l'Italia, la Germania, la Francia, frammentati come siamo adesso, siamo piccoli. E piccoli vuol dire fragili, non è un discorso astratto. Perché fragili vuol dire non essere in grado di dare risposte serie ed efficaci alle sfide che ci troviamo ad affrontare. Le crisi di sicurezza, il tema energetico, la transizione verde, la trasformazione digitale, sono tutte sfide sistemiche che non siamo in grado di affrontare da soli. Serve l'Europa e il mercato unico. Questa roadmap ‘One Europe, One Market' è una visione che contiene proposte con delle deadline, con un percorso e un metodo precisi. Una visione ambiziosa che interviene su tre assi fondamentali per l'economia: gli investimenti, l'energia e l'innovazione. Una formula per ritrovare la competitività dell'economia europea.

L’ultima intervista che ha fatto con noi è stata a febbraio, poco prima dello scoppio della guerra in Iran. In quell’occasione aveva osservato che l’Europa era tornata a occuparsi del tema della competitività europea, che sarebbe la miglior risposta al bisogno di sicurezza e difesa, visto che l’Europa è sostanzialmente “una potenza economica, non è una potenza geopolitica”. È un ragionamento che tiene anche adesso, alla luce di quello che è successo poi il 28 febbraio?

Assolutamente sì. L'Europa è una potenza economica in declino, quindi oggi la risposta più forte che possiamo dare a questa crisi, proprio perché non siamo una potenza geopolitica, è rafforzare la nostra economia interna. Se non invertiamo in qualche modo questo processo di declino, non saremo in grado di affrontare quelle che sono le sfide più grandi, anche quelle militari e di difesa. Senza un'economia forte non avremo mai un sistema di difesa forte ed efficace, non saremo in grado di gestire gli shock energetici che derivano dalle crisi. Oggi c'è lo Stretto di Hormuz, ieri c'era la guerra in Ucraina. Siamo in un contesto di grande imprevedibilità, è una tensione tra giganti, un contesto veramente aggressivo dove l'Europa non è attrezzata Quindi è importante venir fuori da questa situazione con un messaggio di unità, unità economica che diventa la premessa fondamentale, la base per dare poi una risposta anche geopolitica.

Il governo italiano continua a chiedere all’Europa la revisione dei vincoli del Patto di Stabilità, per far rientrare le spese per fronteggiare il caro-energia nel capitolo delle spese per la difesa, che non rientrano nei calcoli del deficit ai fini della supervisione europea. L’Europa ha già risposto sostanzialmente di no, aggiungendo che continuerà a monitorare la situazione. Salvini dice che la Commissione europea sbaglia, perché impedisce di aiutare i cittadini. È corretto secondo lei porre la questione in questi termini?

Credo che questo dibattito sia un sintomo del problema. Si parla dell'allentamento dei vincoli del Patto di stabilità, si è parlato anche della possibilità di utilizzare i fondi Pnrr, sono tutte risposte emergenziali, che mirano a intervenire nell'immediato. Ma non ci rendiamo conto che allentare i vincoli del Patto di stabilità vuol dire sostanzialmente fare soldi a debito, vuol dire continuare a reagire senza dare una risposta vera al problema. Non possiamo continuare a reagire a queste crisi con questi strumenti. Certo, tempi straordinari richiedono interventi straordinari, e credo che se la situazione peggiorerà sarà necessario affrontare il tema dell'allentamento dei vincoli del Patto di stabilità. Ma occorre affiancare a questo genere di misure più immediate visioni più larghe, azioni europee. Ecco ‘One Europe, One Market' è un piano per andare in una direzione di efficacia e di risoluzione alla radice dei problemi, invece di focalizzarci solo ed esclusivamente su interventi immediati ed emergenziali.

Se il blocco di Hormuz dovesse prolungarsi oltre il 22 maggio, data di scadenza dell’ultimo taglio delle accise varato dal governo, il ministro Pichetto Fratin ha detto che "a quel punto il tema energia andrebbe posto a livello nazionale ed europeo”. Quali sono le possibili conseguenze per l’Italia?

Mi meraviglio un po' che ci arriviamo adesso, al fatto che c'è bisogno del livello europeo. Questo è sicuramente anche un sintomo del problema, perché questo è un tema che richiede una risposta europea. Il tema dell'energia in realtà è molto semplice: l'Italia è molto piccola e dipendente dal gas, come fonte di approvvigionamento principale. Questa è stata una grande vulnerabilitànella situazione in Ucraina e lo è anche oggi. Come usciamo da questa situazione? Va bene immaginare delle risposte emergenziali, ma sarà solo attraverso una vera e propria unione dell'energia, mettendo a fattor comune quello che è il mix energetico europeo, le diverse fonti di approvvigionamento che i diversi Paesi hanno. Solo mettendole insieme sarà possibile effettivamente essere più resilienti a questi shock.

Aggiungo anche che bisogna gestire meglio il tema della transizione verde, perché non dobbiamo dimenticarci che in tutta questa crisi dobbiamo anche cercare di portare a casa questa missione strategica fondamentale per il futuro. Serve una politica che sia in grado di guardare al futuro, che non sia solo concentrata sull'oggi sul domani, ma che sia in grado di guardare al dopodomani, perché altrimenti questo declino di cui parlavo prima continuerà e sarà un problema soprattutto per i più giovani. Per quanto riguarda il tema del caro energia c'è un dato che il Fondo monetario internazionale ha tirato fuori in questi giorni e che è abbastanza preoccupante: il costo per le famiglie di questa crisi quest'anno si stima che nella migliore delle ipotesi sia di 450 euro a famiglia, ma nello scenario peggiore avremo fino a 2.270 euro a famiglia. Quindi possiamo anche dare delle risposte immediate per allentare un po' la pressione sulle famiglie, ma a noi serve dare una risposta strutturale per evitare che ci troveremo ad affrontare questi problemi per i prossimi trent'anni.

Parliamo della postura dell’Italia in questo momento a livello internazionale: Meloni è partita dal ‘non condanno e non condivido' l’operazione militare di Trump e Netanyahu in Iran. Alla fine ha ricevuto durissimi attacchi da parte degli Stati Uniti, prima per il rifiuto del governo italiano di concedere l'uso della base aerea in Sicilia e poi per aver definito "inaccettabili" le parole di Trump sul Papa. Se a questo aggiungiamo che il governo è stato costretto a condannare il rapimento degli italiani sulla Flotilla, possiamo dire che Meloni sta sbagliando strategia in politica estera?

Credo che stiano venendo fuori tutti i limiti di questa strategia, di quest'equilibrismo che Meloni ha provato a mettere in campo in questi anni, tra il sovranismo di Trump e un europeismo limitato: o andiamo dietro a Trump, e trovo sia assolutamente una scelta suicida in questo momento per l'Italia e per l'Europa, oppure l'alternativa è avere una spinta europeista più convinta. Meloni in questo momento si trova a metà tra queste due posizioni. Questo non aiuta.

È un ‘europeismo a metà' quello della presidente del Consiglio perché l'istinto che porta a Bruxelles è un istinto molto di reazione nazionale. In Europa – anche perché c'è un equilibro di centrodestra in questo momento – diversi governi tendono a essere concentrati su risposte nazionali: l'allentamento dei vincoli del Patto di stabilità, il tema degli aiuti di Stato, sono tutti interventi di emergenza che hanno la caratteristica di essere orientati verso la dimensione nazionale. Lo dice anche il ministro Pichetto Fratin, questa è la fase della risposta europea e serve coraggio per guardare oltre a domani. La strategia equilibrista non funziona, serve un posizionamento deciso europeo. L'Italia naturalmente non deve sacrificare le sue priorità e i suoi interessi nazionali, ma il senso di ‘One Europe, One Market' è quello di vedere in una visione più ampia un processo in cui  ciascun Paese dovrà fare delle concessioni, al netto di benefici più grandi.

Secondo lei siamo davanti a una crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti? Cosa dobbiamo aspettarci secondo lei da questa visita di Rubio?

Io non parlerei di ‘crisi diplomatica', perché Trump è in crisi con il mondo, è completamente imprevedibile: la mattina a colazione sei il suo migliore amico, nel pomeriggio ci litighi e la sera magari di nuovo siete amici. Giocare questo personaggio molto conflittuale e aggressivo, e poi mandare Rubio, la faccia gentile di questa amministrazione, a ricucire, è solo una tecnica negoziale di Trump, una tattica. L'Europa non deve essere soggetta a questa dinamica, l'Italia stessa deve provare a reagire e il modo per farlo è l'unità. Perché quello che vogliono gli avversari dell'Europa, Trump e Putin, è proprio la divisione dell'Europa, mentre temono la nostra unità: se noi ci mostriamo divisi, siamo più piccoli. È la più classica delle formule, ‘divide et impera'. Se invece ci presentiamo uniti a difendere le nostre istanze siamo molto più forti.

Quindi, tornando alla domanda, non parlerei di crisi diplomatica. A mio avviso le relazioni transatlantiche non si stanno distruggendo con Trump, è una fase congiunturale di grande difficoltà. È innegabile che, al di là di Trump, gli Stati Uniti siano in un momento storico di transizione, di spostamento del loro focus strategico dall'asse europeo e transatlantico all'asse pacifico. Ma nonostante questo gli Stati Uniti sono e rimarranno un alleato fondamentale per l'Unione Europea. Quindi è comprensibile uno sforzo per cercare sempre di trovare un dialogo con loro. Però non possiamo essere ingenui e dobbiamo essere più indipendenti e più autonomi. E questa forza e questa parità anche nel dialogo può venire solo dall'unità europea.

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