A Meloni non conviene fare pace con Trump: l’analisi ISPI sulle vere ragioni dietro l’incontro con Rubio

Marco Rubio è sbarcato a Roma in un clima che non ha nulla della solennità della sua ultima visita: se un anno fa si respirava infatti l'euforia di un asse conservatore globale, oggi il Segretario di Stato vi mette piede con la consapevolezza di chi deve operare un intervento a cuore aperto su un'alleanza in crisi profonda. Il terreno su cui Rubio dovrà muoversi è diventato improvvisamente friabile: la "linea retta" che un tempo univa Mar-a-Lago, Palazzo Chigi e la Domus Sanctae Marthae è oggi spezzata da divergenze che non sono più solo formali, quanto strutturali. Tra il monito morale del Papa sulla guerra in Iran e la brusca virata di Giorgia Meloni verso una necessaria autonomia strategica, lo spazio per la diplomazia del rammendo sembra essersi ridotto al minimo. In questo labirinto di silenzi vaticani e messaggi social al veleno, la domanda che agita le diplomazie è una sola: Rubio arriva per ricostruire o semplicemente per gestire le macerie?
Ne abbiamo parlato con Matteo Villa, Direttore del PolicyLab dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), per capire se la missione del Segretario di Stato possa davvero riaprire un canale che oggi appare ostruito da diffidenze e interessi divergenti.
Rubio arriva a Roma per rammendare uno strappo che appare profondissimo, tra le distanze siderali del Papa sull'Iran e una Meloni che vira sulla Realpolitik. Secondo Lei Rubio ha ancora margine per stabilizzare l'alleanza o il gioco di Trump rende questa rottura ormai strutturale?
"Guarda, la prima regola è che un rapporto non si può mai dare per finito, specialmente se di mezzo c'è Trump. Parliamo del Presidente degli Stati Uniti e dell’Italia, un Paese che dalla fine della guerra fredda mette l’atlantismo al primo posto con qualsiasi governo. Però oggi c’è un dato nuovo: in Europa, Trump è diventato "tossico". Meloni lo sa bene: oggi il tycoon è qualcuno che, invece di aiutarti a vincere le elezioni, ti complica maledettamente la vita. Ha attaccato l’Europa, ha attaccato il Papa; per l'arco parlamentare italiano, e specialmente per chi governa, questo lo rende un asset negativo da cui bisogna, in qualche modo, prendere le distanze".
Eppure lo scorso anno Meloni veniva indicata come la maggiore alleata di Trump in Europa. Cosa è cambiato davvero nel calcolo di Palazzo Chigi?
"È cambiata la percezione dell'affidabilità. Trump è imprevedibile: ti usa e poi, se serve, ti butta. Meloni ha capito di non potersi fidare. Nel breve termine, poi, ci sono ostacoli oggettivi. Penso alla crisi energetica nello Stretto di Hormuz: così come i prezzi della benzina sono un problema per Trump negli USA, lo sono per Meloni in Italia, che sta spendendo cifre significative per il taglio delle accise in tempi di ristrettezze economiche, e con l'economia che a causa della guerra probabilmente rallenterà. C’è poi il paradosso geopolitico: il Governo vuole parlare di pace e restare fuori dai conflitti militari in Medio Oriente, mentre sostiene l'Ucraina. Trump fa l’esatto opposto: taglia i fondi a Kiev e apre un fronte con l’Iran che ci scatena addosso il caro-benzina proprio ora che iniziano le vacanze degli italiani. Finché non si esce da questo caos, a Meloni conviene tenere Trump a distanza".
In questo scenario si inserisce anche la questione delle basi militari e le minacce di un disimpegno americano. Rubio può rassicurare il governo su questo fronte?
"Il tema delle basi è caldissimo. L’Italia vuole essere mediatrice, non parte attiva nel conflitto iraniano, e questo a Trump non piace. Abbiamo visto come abbia iniziato a ventilare l'ipotesi di ritirare i militari non solo dalla Germania o dalla Spagna, ma anche dall'Italia. È vero che Trump spesso è confuso nelle sue dichiarazioni, ma il fatto che l'Italia sia finita in quel "calderone" di potenziali abbandoni ha alzato la guardia. All'interno della maggioranza di governo poi ci sono giochi pericolosi. Penso a Salvini: mentre Meloni si smarca, lui è strumentalmente più pronto a riavvicinarsi a Trump. Ma attenzione: è materiale tossico anche per lui. Se Rubio oggi prova a ricucire con Papa Leone e domani Trump ricomincia ad attaccare il Vaticano, anche per Salvini diventa difficilissimo gestire la situazione davanti".
Se guardiamo al resto d'Europa, però, Meloni rischia di restare isolata nel suo "smarcamento". Pensa che alla fine seguirà l'esempio di altri leader conservatori, come il tedesco Merz, che dopo le critiche hanno fatto marcia indietro?
"È un punto cruciale. Friedrich Merz in Germania ha provato a prendere le distanze, ma ha fatto marcia indietro quasi subito, scegliendo la strategia del "non svegliare il can che dorme". Se Meloni continuasse a smarcarsi così nettamente da Trump, diventerebbe quasi un unicum in Europa tra i leader di centrodestra. Per questo non credo che il rapporto verrà archiviato, ma piuttosto messo "nel freezer". A Meloni non conviene un disgelo totale e stabile adesso; le conviene usare Rubio come figura di mezzo. Rubio le permette di fare comunicati vaghi, molto "atlantisti" ma poco "trumpiani", ribadendo che gli Stati Uniti sono cruciali a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. Da qui al 2028, quando scade il mandato di Trump, il Governo italiano dovrà essere pronto ad alti e bassi costanti: un giorno Trump offende Meloni, il giorno dopo potrebbe dire che "Giorgia è fantastica". Le parole d'ordine per Palazzo Chigi saranno: cautela nella ricucitura, e prontezza a smarcarsi ogni volta che tirerà una brutta aria. Soprattutto adesso che i partiti di governo hanno imparato che anche smarcarsi da Trump può pagare".