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Marco Rubio a Roma per salvare il rapporto con Papa Leone XIV e Giorgia Meloni: l’ultima carta di Trump

Tra sacri palazzi e ragion di Stato, Marco Rubio volerà a Roma per tentare l’impossibile: ricucire lo strappo senza precedenti tra Donald Trump, Papa Leone XIV e Giorgia Meloni. Una missione d’emergenza per salvare il fronte transatlantico dall’incendio della guerra in Iran e dai veleni della Realpolitik.
A cura di Francesca Moriero
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Un'immagine, sbiadita dal livore delle ultime settimane ma ancora vivida nei registri della diplomazia, ritrae Marco Rubio e JD Vance in un'udienza privata con Papa Leone XIV nel maggio dello scorso anno, all'alba di un pontificato che prometteva di essere storico. Allora, l'elezione del primo Papa nato negli Stati Uniti sembrava il coronamento di un sogno per la destra conservatrice americana: un pontefice che parlasse la stessa lingua del Presidente, non solo nell'idioma, ma in una presunta affinità di valori. Ma a distanza di un anno, quel ponte sembra essere diventato un campo di battaglia. Rubio è ormai pronto a varcare di nuovo il Tevere, ma la sua missione ha perso il sapore celebrativo per assumere i tratti d'emergenza di un pompiere diplomatico, inviato a spegnere l'incendio appiccato da Donald Trump tra i sacri palazzi e il cuore del potere italiano.

Papa Leone XIV, JD Vance e Marco Rubio in Vaticano il 19 maggio 2025
Papa Leone XIV, JD Vance e Marco Rubio in Vaticano il 19 maggio 2025

La rottura con il Papa Americano

La missione del Segretario di Stato, prevista per questo giovedì 7 maggio, cade nel momento più precario delle relazioni tra Washington e la Santa Sede. Il vero casus belli è la guerra in Iran, un conflitto che il Papa ha denunciato con una una forza tale da spiazzare la Casa Bianca. È il paradosso del ‘Chicagoan': in quel figlio dell'America profonda, Trump sperava di trovare probabilmente un riflesso di sé e un alleato naturale; vi ha scoperto, invece, il rigore di un pastore che non risponde agli ordini di Washington, ma solo alla propria coscienza. Una metamorfosi che ha trasformato il primo Papa americano in una spina nel fianco per l'amministrazione. Lo strappo è ormai profondo, lacerato dalle parole del Tycoon che ha bollato il Pontefice come ‘terribile per la politica estera' e ‘debole', arrivando a suggerire che la sua elezione fosse stata solo un cinico calcolo politico per contrastare l'agenda repubblicana.

Rubio, cattolico fervente di origini cubane, porta ora con sé il compito ingrato di tradurre il linguaggio muscolare di Trump in un dialetto che il Vaticano possa ancora tollerare. L'incontro con il Papa (e con il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin), non sarà quindi solo un passaggio formale, ma piuttosto un tentativo di "disgelo" necessario anche per ragioni elettorali: il voto dei cattolici statunitensi, tradizionalmente sensibile all'autorità morale del soglio pontificio, non può permettersi una guerra aperta tra il proprio Presidente e il Vicario di Cristo.

Il gelo su Palazzo Chigi

Giorgia Meloni e JD Vance a Milano il 6 febbraio 2026
Giorgia Meloni e JD Vance a Milano il 6 febbraio 2026

Se il fronte vaticano resta un labirinto di divergenze morali, quello con il governo italiano sembra aver trovato invece un punto di approdo formale, pur restando immerso in un clima di fredda cortesia. Dopo giorni di incertezza e silenzi tattici, l'agenda di Palazzo Chigi ha infatti sciolto le riserve: "Giorgia Meloni riceverà Marco Rubio venerdì alle 11.30", si legge sul sito del governo. L'appuntamento potrebbe ora segnare la fine di un'attesa che pesava quanto un'accusa e sancire ora una nuova fase per la premier: quella della disillusione. Appena rientrata dal vertice in Armenia, Meloni si prepara insomma a un confronto che va ben oltre il protocollo. Non è infatti più la stagione delle affinità elettive e dei sorrisi proiettati sui maxischermi dei raduni conservatori; la "sorella d'Italia" e il tycoon di Mar-a-Lago si scoprono oggi separati dal confine invalicabile dell'interesse nazionale. Lo strappo è arrivato laddove la diplomazia si fa carne e sangue: il rifiuto di Roma di concedere le basi siciliane per i raid contro l'Iran ha mandato in frantumi l'illusione di un'asse ideologico inscalfibile. E così le critiche di Trump, che ha bollato come "codarda" la prudenza italiana, e la minaccia di un ritiro dei contingenti americani, un'ombra che si allunga minacciosa su Sigonella e Aviano, hanno fatto si che Meloni rivendicasse una brusca virata verso la Realpolitik. Nel frattempo proprio mentre Rubio prepara i bagagli, Trump ha scelto di rilanciare l'intervista in cui Matteo Salvini ne elogia il "coraggio" e il "fondamento culturale". Un'operazione di puro divide et impera che trasforma il Vicepremier nel fedele interprete del trumpismo delle origini, offrendo a Mar-a-Lago la sponda necessaria per isolare chi, a Palazzo Chigi, ha ormai imboccato una strada diversa rispetto alla fedeltà assoluta dei primi giorni.

La figura di Rubio, diplomatico di fede e di carriera, appare insomma come l'ultima risorsa per evitare che la frattura diventi definitiva. In un mondo segnato dalla pioggia nera sui cieli russi e dalle tensioni nel Golfo, il Segretario di Stato cercherà di dimostrare che il pragmatismo delle alleanze può ancora convivere con la retorica infuocata del suo presidente. Resta da vedere però se, nel silenzio dei corridoi vaticani e tra gli stucchi di Palazzo Chigi e Villa Madama, la diplomazia del rammendo riuscirà a tenere insieme i pezzi di un'alleanza che sembra aver perso la sua bussola morale e strategica.

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