Jihadisti dell'Isis

Qualche mese fa, nella Relazione al Parlamento, i servizi segreti smentivano la possibilità che la minaccia terroristica per il nostro Paese potesse essere direttamente legata ai flussi migratori e, in particolare, agli sbarchi sulle coste siciliane e calabresi. O meglio ancora, ribadivano che “il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri”. I terroristi non arrivano con i barconi, fu la nostra sintesi.

I fatti degli ultimi mesi, con attentati e azioni in Francia e Germania, hanno riportato in auge il dibattito sulla minaccia terroristica per il nostro Paese. E dunque, sulla questione dei barconi come mezzo di infiltrazione di potenziali terroristi in Italia e sul peso che le organizzazioni terroristiche abbiano nel controllo dei flussi migratori.

Sul punto è intervenuto proprio ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in Parlamento per un’audizione al Comitato Schengen. Le parole del Guardasigilli sono piuttosto rilevanti perché in qualche modo contraddicono la relazione dei servizi e inseriscono elementi nuovi nella riflessione sulla minaccia terroristica per il nostro Paese. “Dalle informazioni disponibili risulta in corso una serrata verifica investigativa sull’ipotesi che fiduciari dell’Isis svolgano ruoli cruciali di controllo e di indirizzo nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia”, ha detto Orlando. Tradotto: l’Isis controlla il traffico di uomini in Libia, gestisce gli scafisti e potrebbe “dare direttive sui criteri di distribuzione territoriale dei migranti”.

E al Corsera oggi aggiunge: "È una pista investigativa che ha preso corpo nelle ultime settimane; non abbiamo trovato la ‘pistola fumante’, ma ci sono indizi su cui ha richiamato l’attenzione anche il procuratore nazionale antiterrorismo Roberti".

Il ministro non ha detto altro, sul punto, ricordando che le indagini sono ancora in corso. Ma è fuori discussione il fatto che questa linea rappresenti una cesura importante per quel che concerne l'approccio dell'esecutivo alla questione. Ma tanto è bastato per far scatenare una vera e propria bolgia:

Qualche mese fa era stata l'Europol a dare l’allarme: “Abbiamo individuato alcuni collegamenti in casi recenti tra sospetti terroristi e canali migratori, anche nell'uso di documenti falsi. Ed è confermato che due degli attentatori di Parigi avevano utilizzato il canale della migrazione”. Sul traffico di migranti, si riferiva di aver “identificato 40mila persone coinvolte nel traffico di migranti in Europa”, che “utilizzano canali illegali per disporre di documenti falsi e di mezzi di trasporto e per trasferire denaro” e che fanno parte di “tante piccole bande criminali provenienti da vari Paesi”. E Frontex ancora prima: “Gli attacchi di Parigi hanno chiaramente dimostrato che i flussi di migranti irregolari possono essere utilizzati dai terroristi per entrare nella Ue”.

Il punto centrale della questione, però, è il rischio di fare confusione e mandare messaggi facilmente fraintendibili. In questo, anche il nostro Governo ha delle responsabilità (e non è nemmeno la prima volta). Europol e Frontex, ad esempio, si riferivano alla rotta balcanica, più "sicura" per eventuali infiltrati e ben più affollata nei mesi passati (basta dare un'occhiata ai dati ufficiali). La rotta del Mediterraneo centrale è da sempre un problema, sia perché "non sicura", sia per le attività di controllo delle autorità egiziane, sia per l'instabilità dell'area libica.

Addirittura la relazione dei servizi metteva in contrapposizione le due questioni:

Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, che quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri, si presenta più concreto lungo l’asse della rotta balcanica, specialmente in relazione ad un quadro informativo che attesta: le vulnerabilità di sicurezza legate all’imponente flusso di profughi provenienti dal teatro siro-iracheno; la centralità della regione quale via di transito privilegiata bidirezionale di foreign fighters, oltre che – come già detto – quale zona di origine di oltre 900 volontari arruolatisi nelle file del jihadismo combattente; la presenza nell’area di realtà oltranziste consolidate, in grado di svolgere un ruolo attivo nella radicalizzazione dei migranti.

La chiusura della rotta balcanica ha cambiato questo quadro? Difficile escluderlo, ma di certo è tutto da dimostrare. Quello che appare difficilmente comprensibile è il perché di una comunicazione di questo tipo da parte di esponenti di primissimo piano del Governo, specie in un momento di tensioni legate alla ripresa massiccia dei flussi e dunque alla necessità di chiedere un ulteriore sforzo ai Comuni in materia di accoglienza.

Anche perché, nelle parti successive della sua audizione, Orlando dimostra di conoscere perfettamente qual è l'ambito sul quale si concentra l'azione investigativa e di contrasto a una eventuale minaccia terroristica al nostro Paese.

Come scrivevano i servizi, infatti, bisogna considerare: “il ruolo giocato da foreign fighters di estrazione europea nella promozione, pianificazione e realizzazione di azioni violente”, il peso sempre crescente degli homegrown mujahidin, “soggetti nati o cresciuti o radicalizzatisi in Occidente (sia convertiti sia reborn muslims, vale a dire immigrati di seconda/terza generazione che hanno riscoperto l’Islam in chiave estremista), pronti a convergere verso le zone del Califfato o a compiere il jihad sui territori di residenza”; la minaccia “puntiforme, riferibile all’universo composito di elementi autoctoni ed autoreclutati”, che si alimenta in circuiti radicali online e che è riferibile a “individui anche molto giovani, generalmente privi di uno specifico background, permeabili ad opinioni “di cordata” o all’influenza di figure carismatiche e resi più recettivi al “credo” jihadista da crisi identitarie, condizioni di emarginazione e visioni paranoiche delle regole sociali, talora frutto della frequentazione di ambienti della microdelinquenza, dello spaccio e delle carceri”.

Soprattutto nelle carceri, come spiega proprio Orlando: “Grazie al monitoraggio continuo abbiamo rilevato, dopo gli ultimi fatti di terrorismo, manifestazioni di esultanza e di simpatia nei confronti degli attentatori. Anche da parte di chi non era stato ancora segnalato come ‘radicalizzato’. In tutto, rispetto ai circa 10.000 detenuti di religione islamica, di cui 7.500 praticanti, parliamo di 350 persone che a vario titolo destano segnali di preoccupazione”.