Il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica ha presentato l’annuale Relazione al Parlamento sulla politica dell'informazione per la sicurezza. È in pratica la relazione che evidenzia la “percezione delle principali minacce alla sicurezza nazionale da parte degli organismi di intelligence della Repubblica italiana”: in poche parole, è un rapporto ufficiale dei servizi segreti sulla sicurezza nel nostro Paese, che dovrebbe consentire ai parlamentari di avere un'idea più chiara della situazione.

Come spesso accade, i giornali e i mezzi di informazione in generale hanno posto l'accento sull'allarme terrorismo e sui pericoli che il nostro Paese correrebbe, ovviamente con la solita operazione di "taglia e cuci" rispetto all'analisi presentata dai tecnici dei servizi. La realtà è molto più complessa e la relazione al Parlamento è molto più equilibrata di quanto non si pensi, pur necessitando di una minima contestualizzazione.

Il primo passo da compiere è un chiarimento terminologico. Ci sono due concetti che sono utilizzati spesso nelle relazioni dei servizi e che delimitano il campo dell'allarmismo: rischio e minaccia. A spiegare cosa si intende è sempre il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica che, nella relazione del 2011, spiega:

In ambito intelligence, si intende generalmente per ‘minaccia’ un fenomeno, una situazione e/o condotta potenzialmente lesivi della sicurezza nazionale. Può essere rappresentata dalle attività di Stati (nel qual caso include anche l’eventualità del ricorso allo strumento militare), di organizzazioni non statuali o di singoli individui. Oltrechè per indicare la tassonomia degli agenti (individui e organizzazioni) e degli eventi (fenomeni e condotte) pericolosi per la sicurezza, il termine è impiegato in un’accezione che si riferisce anche alla probabilità che tali eventi si verifichino

Con il termine ‘rischio’ si intende un danno potenziale per la sicurezza nazionale che deriva da un evento (tanto intenzionale che accidentale) riconducibile a una minaccia, dall’interazione di tale evento con le vulnerabilità del sistema Paese o di suoi settori e articolazioni e dai connessi effetti. Minaccia, vulnerabilità e impatto costituiscono, di conseguenza, le variabili principali in funzione delle quali viene valutata l’esistenza di un rischio e il relativo livello ai fini della sua gestione, ossia dell’adozione delle necessarie contromisure (tanto preventive che reattive).

La digressione sul linguaggio tecnico è importante perché ci consente di mettere un punto: che ci sia una “minaccia potenziale” è praticamente un dato di fatto, considerando lo scenario internazionale; il “rischio” invece dipende anche da nostre “responsabilità”, considerato che alla determinazione del livello concorrono la vulnerabilità e l’impatto potenziale.

Da dove arriva la minaccia per l'Italia

La relazione dei servizi si concentra sul terrorismo di matrice islamica, che continua a rappresentare “la minaccia prioritaria di respiro globale” e che negli ultimi anni ha visto un’escalation sul piano comunicativo, o meglio, “un’accelerazione propagandistica tesa ad accreditare una perversa logica di contrapposizione con l’universo islamico”. L’azione di Parigi si inserisce in tale paradigma e costituisce l’avvio di una “strategia di attacco all’Occidente destinata a consolidarsi”: conseguentemente, si legge nella relazione, “è da ritenere elevato il rischio di nuove azioni in territorio europeo, ad opera sia di emissari inviati ad hoc, inclusi foreign fighters addestrati in teatri di conflitto, sia di militanti eventualmente già presenti (e integrati/mimetizzati) in Europa, che abbiano ricevuto ispirazione e input da attori basati all’esterno dei Paesi di riferimento”.

Insomma, non ci sono dubbi sul fatto che si verificheranno nuovi episodi legati alla minaccia fondamentalista in Europa. L’intelligence ribadisce però che l’approccio più funzionale resta quello di valutare la minaccia nel quadro europeo, isolando solo successivamente le specificità del sistema Italia.

Fondamentale resta il ruolo giocato da foreign fighters di estrazione europea nella promozione, pianificazione e realizzazione di azioni violente nel Vecchio Continente, ma un peso crescente lo stanno assumendo gli homegrown mujahidin, “soggetti nati o cresciuti o radicalizzatisi in Occidente (sia convertiti sia reborn muslims, vale a dire immigrati di seconda/terza generazione che hanno riscoperto l’Islam in chiave estremista), pronti a convergere verso le zone del Califfato o a compiere il jihad sui territori di residenza”.

Entrambi questi “fenomeni” sono in costante crescita anche in Italia, seppure i numeri restino considerevolmente più contenuti rispetto agli altri Paesi europei. Ma qui bisogna fare un’ulteriore distinzione, tra la minaccia “strutturata” (che promana direttamente dall’organizzazione terroristica) e quella “puntiforme” (che è invece “riferibile all’universo composito di elementi autoctoni ed autoreclutati”), che richiede un lavoro di intelligence anche nei circuiti radicali online, proprio perché si rivolge a “individui anche molto giovani, generalmente privi di uno specifico background, permeabili ad opinioni “di cordata” o all’influenza di figure carismatiche e resi più recettivi al “credo” jihadista da crisi identitarie, condizioni di emarginazione e visioni paranoiche delle regole sociali, talora frutto della frequentazione di ambienti della microdelinquenza, dello spaccio e delle carceri”.

Cosa dicono i servizi sul terrorismo in Italia

Fatte tali considerazioni preliminari, proviamo a capire "cosa" effettivamente ci dice la Relazione dei Servizi al Parlamento.

Il passaggio che hanno riportato praticamente tutti i giornali è questo:

Sulla base di queste premesse, quindi, l’Italia appare sempre più “esposta” quale:

  • target potenzialmente privilegiato sotto un profilo politico e simbolico/religioso, anche in relazione alla congiuntura del Giubileo straordinario;

  • terreno di coltura di nuove generazioni di aspiranti mujahidin, che vivono nel mito del ritorno al califfato e che, aderendo alla campagna offensiva promossa da DAESH, potrebbero decidere di agire entro i nostri confini.

Da queste considerazioni al tono allarmistico, il passaggio è breve. Ma per nulla corretto.

Leggendo con maggiore attenzione, emerge infatti che “non sono emersi specifici riscontri sull’esistenza di piani terroristici in territorio nazionale”. Dunque? Come si arriva a parlare di rischio considerevole, alto, altissimo?

La base di partenza restano i “riferimenti al nostro Paese come nemico”, riscontrabili nella propaganda jihadista a marchio Daesh e Al Qaida; poi c’è la “traduzione in italiano” di testi ed elaborati che sostengono la legittimità del Califfato “invogliando gli accoliti a raggiungere la nuova “Patria” di tutti i musulmani” ed esortano i lupi solitari ad agire; c’è il lavoro di proselitismo e indottrinamento svolto sui forum online, c’è la possibilità che estremisti della prima ora (anni ’90 e 2000), “sfuggiti all’azione di contrasto o tornati in libertà dopo un periodo di detenzione” si sentano nuovamente chiamati in causa; ci sono i particolari contesti familiari in cui sono mantenuti rapporti con i foreign fighters, o i contesti “etnici” in cui si muovono elementi che simpatizzano per i gruppi armati; infine, si parla di “luoghi di aggregazione islamica permeabili alla propaganda estremista” e degli ambienti carcerari, in particolare per quel che riguarda i detenuti per reati comuni.

Tale attività di monitoraggio ha portato a qualche provvedimento di espulsione, emanato anche a seguito della nuova normativa approvata dal Parlamento su input del Governo. Ci sono altre indagini in corso e, come ha sempre spiegato Alfano, prosegue il monitoraggio di centri di aggregazione, hotspot, eccetera. Niente di più, al momento.

Nessun dato specifico è arrivato al Parlamento per quel che concerne il monitoraggio dei trasferimenti finanziari da e per l’estero: si tratta di una “pista” cruciale, perché è proprio la disponibilità di risorse economiche che rende concreta la minaccia e aumenta il livello di rischio.

Minacce, vecchie e nuove. E una relazione stereotipata

C'è un aspetto "nuovo" nella Relazione che i Servizi hanno inviato al Parlamento, ed è quello relativo alla provenienza della minaccia. Da una parte si sottolinea come la Libia possa costituire “in proiezione” un fronte caldissimo, dall’altra si analizzano le insidie connesse agli imponenti flussi migratori sulla rotta balcanica. È questo probabilmente il punto che richiede un maggiore approfondimento, anche in considerazione dell’estrema fluidità della situazione e dei limiti evidenti dei piani europei in materia di gestione dei flussi e accoglienza dei rifugiati.

Attenzione però a un passaggio chiave della relazione dei Servizi, che la dice lunga su come il dibattito pubblico sulla questione dell’immigrazione sia stato drogato nei mesi passati: “Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri”. In sostanza, come vi abbiamo detto e ripetuto più volte, quella dei terroristi infiltrati sui barconi era una bufala, anche bella grossa, che ha contribuito ad alimentare un clima di odio, paura e intolleranza nei confronti dei migranti.

Il “vero” problema si è ora spostato sulla rotta balcanica, considerando la “vulnerabilità di sicurezza legata all’imponente flusso di profughi provenienti dal teatro siro-iracheno”, il fatto che oltre 900 foreign fighters venga da quella regione e soprattutto che i Balcani siano notoriamente luogo privilegiato per la proliferazione dell’islam radicale e per la diffusione del messaggio jihadista. Ora, insomma, il pericolo viene dall'Est, pare.

E quindi, è allarme terrorismo o no?

In conclusione, la relazione dei Servizi non va di certo minimizzata, anche se bisogna rilevare come l’allarmismo sia proprio solo di una certa informazione. Ci sono elementi di preoccupazione nuovi, altri consolidati, altri ancora ridimensionati rispetto al passato: decontestualizzare una frase, “isolare” un rischio, enfatizzare alcuni aspetti appaiono nient’altro che forzature.

Non tenere conto dell’evoluzione nel tempo delle minacce sarebbe un clamoroso errore, soprattutto considerando che le relazioni dei servizi “tendono” a seguire più o meno lo stesso canovaccio, utilizzando le stesse formule e le stesse prassi comunicative. E chi dice “mai come questa volta l’intelligence si sbilancia”, evidentemente non ha molta dimestichezza con le relazioni degli anni passati.

Come si può verificare dal lavoro di Montagnese (maggiore dei Carabinieri) e Neri (direttore dell'Istituto Italiano Studi Strategici), già nel 2006 si leggeva, per esempio:

Le preoccupazioni più forti per la sicurezza nazionale rimandano al fitto reticolo di matrice fondamentalista attivo in diversi Paesi europei, con una sponda maghrebina, come è emerso, fra l’altro, nel corso di indagini congiunte che in aprile hanno portato, in chiave preventiva, all’adozione di provvedimenti di espulsione di soggetti sospettati di pianificazioni ostili in Italia.

Nel 2009:

Il rischio legato all’improvvisa attivazione di jihadisti free lance si avvia a rappresentare una delle costanti più insidiose e caratteristiche della minaccia, risultato diretto e voluto della trasformazione di al Qaida in un ibrido ideologico-operativo, in esito alla quale le iniziative di taglio ‘spontaneistico’ si affiancano alla minaccia rappresentata dalla vicinanza geografica del nostro Paese ad aree ad alto rischio, come il Nordafrica ed il Corno d’Africa, dove operano i ‘franchising’ regionali della rete qaidista, ovvero a regioni, come quella balcanica, dove si registra una strisciante penetrazione dell’ideologia salafita-jihadista

Nel 2013:

Il flusso di volontari verso i teatri di jihad, che riguarda anche le crisi maliana e somala, pone, in effetti, il rischio del ‘reducismo’, in relazione all’eventualità che combattenti di estrazione ‘occidentale’, dopo aver sviluppato sul posto legami con gruppi qaidisti ed acquisito sul campo particolari capacità offensive, decidano di ridispiegarsi in Paesi occidentali, Italia compresa, per attuare progetti ostili ovvero tentare di impiantare reti radicali.

In sintesi, voler cercare “allarmi o rassicurazioni” in queste relazioni da parte dei Servizi è pretesa eccessiva, proprio perché alla necessità di semplificazione, a volte banalizzazione, dei concetti si aggiunge la necessaria cautela “investigativa”. Orientare il dibattito dell’opinione pubblica cavalcando banalizzazioni, stereotipi e copiaincolla, è un lusso che davvero non ci possiamo permettere.