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Guerra in Ucraina

Perché l’arresto del vice ministro della Difesa russo è una manovra per rendere Putin ancora più potente

Tempi e modalità della vicenda fanno prevedere cambiamenti drastici al vertice del governo russo. Amici stretti e esponenti dei servizi sempre più influenti nel cerchio magico di Putin: “Verso una maggiore aggressività in politica e nella guerra all’Ucraina”, dicono gli analisti sentiti da Fanpage.it.
A cura di Riccardo Amati
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L’arresto del vice ministro della Difesa Timur Ivanov ha poco a che fare col reato di corruzione di cui si è con ogni probabilità macchiato. È invece parte di una manovra volta a rendere Vladimir Putin ancor più potente. La vicenda indica come nelle élite stiano vincendo le persone più vicine al presidente e all’Fsb, il servizio di sicurezza interno erede del Kgb sovietico. E fa prevedere che la carriera politica del ministro della Difesa, Sergei Shoigu, stia arrivando al capolinea. Tra le conseguenze possibili, quella di una politica ancor più aggressiva.

Siloviki contro Shoigu

"Si tratta di una mossa strategica probabilmente fondamentale nel ridisegnare le dinamiche del potere in Russia", commenta a Fanpage.it Velina Tchakarova, analista di geopolitica esperta dei meccanismi del Cremlino. Le manette a Ivanov "sono il segnale di manovre e di ristrutturazione in corso ai gradini più alti del potere, con Putin che si prepara a consolidare ulteriormente il suo dominio". E per il titolare della Difesa Shoigu, capo e mentore di Ivanov, si annuncia parecchia precarietà: "Il suo stretto sodalizio con l’arrestato lo mette sotto scrutinio". Come minimo.

Il fatto è che ai siloviki, gli esponenti dei servizi di sicurezza, così come al cerchio magico del presidente, Shoigu non è mai piaciuto. In particolare, non piace al capo del Consiglio di sicurezza Nikolai Patrushev: "Shoigu è sempre stato troppo indipendente", nota il politologo Abbas Gallyamov. "Non ha mai avuto timori reverenziali nei confronti dell’Fsb (di cui Patrushev è stato capo per quasi dieci anni, ndr): è sempre stato troppo indipendente. Nemmeno rispettoso dei servizi di sicurezza. Cosa che per loro è una vera umiliazione, dato che si considerano la spina dorsale del Paese". L’Fsb pretende lealtà assoluta.

Patrushev la sua lealtà l'ha sempre corrisposta direttamente allo zar. In un rapporto personale che gli ha permesso di passare sopra la testa dei siloviki. E adesso "Putin lo ha convinto che Shoigu è un perdente", sostiene Gallyamov, ex collaboratore del presidente, del quale scriveva i discorsi. "Ovviamente è stato Putin a dare il via libera all’arresto del protetto di Shoigu, per iniziare una procedura che punta a far fuori il ministro della Difesa".

Amici stretti

Insieme a Patrushev, a convincere Putin che Shoigu è diventato un peso sono stati  — secondo Gallyamov — l’attuale direttore dell’Fsb, Alexander Bortnikov, e l’ineffabile amministratore delegato della compagnia petrolifera di Stato Rosneft, Igor Sechin — l’amico fedele fin dagli esordi politici del futuro capo del Cremlino, di cui fu assistente nella “banditesca” Pietroburgo degli anni Novanta. A dimostrare lo spostamento del baricentro del regime sulle persone direttamente legate a Putin, oltre che sui pezzi grossi dei servizi, la nomina, poco più di un mese fa, di Boris Kovalchuk a vice-capo del Direttorato di controllo presidenziale, che supervisiona l’implementazione degli ukaz, i decreti dello zar, nota Tchakarova.

Il papà di Boris Kovalchuk, Yuri, è un altro dei vecchi amici pietroburghesi di Putin. Un suo banchiere personale, risulta dai fascicoli Panama Papers. Secondo il giornalista investigativo russo Mikhail Zygar, Yuri Kovalchuk ebbe un ruolo cruciale nella decisione di invadere l’Ucraina: durante due mesi passati insieme in isolamento ai tempi del Covid, Yuri e l’amico Vladimir parlarono a lungo della necessità storica e politica di restaurare la grandezza imperiale della Russia. A cominciare dal riprendersi Kyiv. La famiglia Kovalchuk divenne improvvisamente miliardaria quando Putin salì alla presidenza. Yuri non è solo un oligarca. È considerato da molti “cremlinologi” il numero due del Paese.

Il colpo inflitto a Shoigu con l’arresto di Ivanov e il sempre maggior peso di fedelissimi come i Kovalchuk non ha certo solo conseguenze di politica interna: "Questi nuovi sviluppi riflettono una stretta sul controllo del ministero della Difesa, con implicazioni strategiche per la politica estera e l’impegno militare oltre confine", spiega Tchakarova.

"Shoigu negli ultimi sei mesi ha ripetuto a Putin che la guerra di logoramento stava stancando non solo l’Ucraina ma anche l’Occidente, dal quale non sarebbero più arrivate forniture militari importanti a Kyiv", sottolinea dal canto suo Abbas Gallyamov. "L’approvazione del pacchetto di aiuti Usa da 61 miliardi di dollari è stato considerato il fallimento di questa strategia". E ora "il presidente vuole forze armate più efficaci", in grado di dare una svolta definitiva al conflitto in Ucraina. Ci possiamo aspettare una sempre maggior preponderanza degli aspetti più imperialistici e bellicosi dell’ideologia putinista.

La gabbia di vetro

Siamo a poche settimane dal rimpasto governativo atteso in maggio in occasione della quinta inaugurazione presidenziale di Putin. Il timing dell’offensiva giudiziaria contro Timur Ivanov riflette le lotte interne al Cremlino, potrebbe avere un effetto a catena preludendo a purghe all’interno del governo e viene osservato come un indicatore di un approccio ancor più totalitario alla governance da parte del regime.

Ivanov è stato portato dentro la gabbia di vetro della corte distrettuale moscovita di Basmanny nella sua divisa luccicante di mostrine e nastrini. Non gli hanno dato il tempo di cambiarsi. Eppure le accuse di corruzione non sono certo arrivate improvvise. Da anni il suo tenore di vita, incompatibile con lo stipendio, era al centro dell’attenzione dei critici del Cremlino e non solo.

Secondo Vazhniye Istorii (“Storie Importanti”), che cita due fonti dei servizi russi senza rivelare il loro nome, la vera accusa per il vice di Shoigu è quella di alto tradimento. "Nessuno lo avrebbe mai arrestato per corruzione: le autorità sapevano da tempo che era corrotto. Putin ha dato la sua approvazione perché l’accusa è di tradimento dello Stato".

A dare lo spunto agli accusatori potrebbe essere stato il coinvolgimento vero o presunto di Ivanov "in un recente attacco informatico da parte dell’intelligence ucraina", di cui ha scritto la Ukrainska Pravda. Il quotidiano di Kyiv sostiene che Ivanov ha consentito l’accesso del nemico a documenti top secret in suo possesso. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha smentito ogni ipotesi che vi siano addebiti diversi dalla corruzione. Qualunque sia la verità, i tempi dell’arresto fanno pensare che l’obbiettivo sia politico e riguardi proprio le sorti di Shoigu.

Una vendetta per Navalny

La corte di Basmanny è nota per i processi di alto profilo ad alta connotazione politica. Ha condannato oppositori di Putin come Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Kara-Murza e Ilya Yashin. Ha accusato Alexei Navalny, quando era già in carcere, di incitare e finanziare l’estremismo. In Russia il termine “Giustizia di Basmanny” è utilizzato per caratterizzare il sistema giudiziario putiniano e la sua quanto meno scarsa indipendenza dal potere esecutivo.

Anche quello di Timur Ivanov probabilmente è un processo politico. Ma l’unica accusa finora ufficializzata qualche fondamento sembra proprio avercelo. Ivanov era nella posizione ideale per incassare tangenti: responsabile di tutte le opere di edilizia del ministero della Difesa. Tra l’altro, della ricostruzione di Mariupol, la città ucraina prima ridotta a macerie e poi conquistata dalle forze armate di Putin. Un’operazione, la ricostruzione di Mariupol, sbandierata dalla propaganda del Cremlino come un progetto modello. In realtà, un esempio di corruzione in grande stile, secondo l’organizzazione che faceva capo a Navalny.

Il fondo anti-corruzione creato dal dissidente morto in circostanze poco chiare nel carcere più duro della Siberia, nel dicembre 2022 pubblicò un’inchiesta sulle presunte mazzette incassate da Ivanov per le opere edilizie nella città martoriata e altrove. Tra le altre cose, risultò che la famiglia Ivanov tra il 2013 e il 2018 aveva speso circa 1,3 milioni di euro per le sue vacanze di lusso a Saint-Tropez: 850mila per affittare le ville dove stare, 250mila per gli yacht su cui navigare e 200mila per l’acquisto di una Rolls Royce cabriolet. Le foto che facevano parte del lavoro del team Navalny fecero scalpore. Soprattutto quelle che ritraevano la moglie glamour di Timur, la bionda Svetlana Zakharova. Titolare di aziende specializzate in forniture edilizie, con il papà del marito come socio. Ora i due sono separati. Secondo la testata Telegram russa Baza, dopo l’arresto dell’ex Svetlana è sparita. I familiari non riescono a contattarla.

Se fosse ancora vivo, Alexei Navalny si farebbe una bella risata: per la prima volta le autorità, che hanno sempre tacciato di totale infondatezza le sue inchieste anti-corruzione, gli danno ragione: Ivanov era un corrotto. Quindi anche le altre inchieste, che svelavano i miliardi nascosti di Putin e dei suoi amici, erano veritiere — dirà il Cremlino? Ci saranno interventi seri? Non scherziamo. "Con l’arresto di Ivanov non cambierà nulla nella corruzione al ministero della Difesa", scrive in una nota il team Navalny. Al suo posto arriverà un soggetto altrettanto indegno, si afferma nel comunicato. D’altra parte "lo scopo della nostra investigazione era di far vedere ai russi che gli alti funzionari sono i soli che hanno bisogno di questa guerra". Perché con questa guerra si arricchiscono.

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