No, ci dispiace. Il giochino del né con Donald Trump né con Greta Thunberg ve lo lasciamo molto volentieri. Così come l’idea che esista una terza via tra l’assunzione di responsabilità di un imminente – anzi, in atto – emergenza climatica e il negare la medesima. No, non esiste né un terzo spazio, né una terza via. La diciamo meglio: non ci convincono tutti i tentativi di mitigare l’allarme per la catastrofe imminente, di persuaderci che la dialettica tra ambientalisti e negazionisti altro non sia che una versione riveduta e corretta del conflitto tra borghesi e ceti popolari, tra vincenti e perdenti della globalizzazione, tra l’impermeabile giallo di Greta che salta la scuola per manifestare contro l’inerzia dei governi nel combattere il riscaldamento globale e i gilet gialli di camionisti e agricoltori contro l’aumento delle accise della benzina.

No, ci dispiace, ma siamo convinti che Greta abbia ragione sotto ogni punto di vista. Che la sua battaglia sia meritoria e non sia la foglia di fico di un bel nulla. Che le sue tesi siano sì radicali, ma altrettanto inoppugnabili. E che tutto ciò che fa non sia né fideistico, né ideologico, ma estremamente pragmatico. E che comunque vada, lascerà sul terreno un mondo se non migliore, di certo più consapevole rispetto a quello di un anno fa, quando aveva iniziato la sua protesta, e rispetto a quello in cui avremmo vissuto, se Greta fosse tornata in classe a testa bassa dopo le prime, fallimentari, proteste.

Siamo con Greta, quindi, senza se e senza ma. Innanzitutto, perché senza Greta nessuno oggi parlerebbe di riscaldamento globale. Staremmo qua a dimenarci tra migranti, guerre commerciali tra Cina e Usa, infinite polemiche sull’Europa e sulla sua dannosità, ma nessuno si porrebbe il problema di salvare l’umanità da se stessa. Ci aveva provato Obama, del resto, e ci siamo ritrovati Trump. Ci aveva riprovato Macron, e ci siamo ritrovati Parigi in fiamme. Se oggi questo è un tema sul tavolo, blandito e osteggiato, poco importa, lo è perché una ragazzina di nome Greta ha generato un consenso enorme su questo tema. E l’ha fatto coinvolgendo principalmente lo strato di popolazione più giovane, quello meno rappresentato, nelle sue istanze e nei suoi desideri, dalla classe politica al governo nelle società occidentali. Milioni di giovani in piazza non so voti alle elezioni, ma sono voti al supermercato. E se i governi si sono mossi, è perché Greta ha smosso l’economia e la finanza. 

Siamo con Greta, perché dietro alla radicali del pensiero di Greta forse sì, c’è la decrescita felice di Serge Latouche, c’è un ritorno allo stato di natura, c’è una critica radicale al modello capitalista globale tuttora imperante. Sarà, ma fino adesso l’ambientalismo di Greta Thumberg ha generato solo ricchezza. Pensiamo al piano da 100 miliardi di investimenti verdi in Germania. Pensiamo a Ursula von Der Leyen che vuole scomputare gli investimenti verdi dal calcolo del deficit pubblico. Pensiamo alla prossima legge di bilancio di casa nostra, incardinata su ambientalismo e parziale violazione degli impegni presi a Bruxelles. Ma pensiamo anche alla crescita esponenziale dei fondi finanziari Esg, quelli che investono solo in progetti che hanno un beneficio sociale e ambientale (niente armi e niente combustibili fossili, in soldoni). Pensiamo alle nostre imprese che tra impianti solari e geotermici, a un design circolare, all’uso sapiente dei materiali, sono state in grado di competere in tutto il mondo negli anni neri della crisi. Pensiamo alla tutela del paesaggio e all’impatto che può avere sul turismo. Pensiamo alla ricerca e all’innovazione. 

Siamo con Greta, perché chi dice che la sua è una battaglia che prescinde dalla popolarità dice sciocchezze. Greta Thumberg pur senza alcuna concessione al suo radicalismo, sta giocando esattamente una battaglia per il consenso. Del resto, è sì partita da sola, ma ha generato un movimento di milioni di persone in Europa, nato dal nulla, che si auto convoca e auto organizza in tutto il mondo. L’ha fatto quando le istanze ambientaliste stavano a zero, a cavallo della protesta di gilet jaune, dopo che Trump aveva abbandonato gli impegni presi a Parigi, con l’Europa attraversata dalla presunta emergenza migranti, certo. Ma da lì, ha costruito una sensibilità nuova fondata sull’idea – basica – che non c’è nessun bisogno più grande e ancestrale della sopravvivenza della specie umana. E che è quello il punto da cui bisogna partire.

Stiamo con Greta, perché di fideistico c’è solo la speranza che la tecnologia, prima o poi, tolga a tutti l’onere del sacrificio, del cambio di direzione, del cambiamento d’abitudini. Che qualcosa finirà per fare lo spazzino di dell’aria che respiriamo, togliendoci un po ‘di veleno dai polmoni, tanto per dire. Che si può tenere il capitalismo così com’è, senza cambiare nulla, botte piena e moglie ubriaca, e se ci crede Bill Gates perché non dobbiamo crederci noi. Manca un piano B, nel caso la geo ingegneria fallisse, ma sicuramente sarà nel cassetto di qualcuno. O no?

Stiamo con Greta, perché non abbiamo alcuna voglia di fare la foglia di fico di un sistema che gioca la carta del cambiamento omeopatico – tagliamo le emissioni, ma la metà della metà della metà di quel che servirebbe – per continuare a fare come si è sempre fatto, anche a costo di ridiscutere quel che resta di un capitalismo feudale come quello del dopo crisi, fatto di grandi titani che non pagano le tasse e di una massa di disperati che non riescono a crescere nemmeno se voglio. Stiamo con Greta, banalmente, perché non ne possiamo più di respirare una pessima aria. E finalmente qualcuna l’ha detto, e si è fatta sentire.

Stiamo con Greta perché il sovranismo è soprattutto sovranismo territoriale e ambientale. L’Amazzonia che brucia è mia, dice il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, e la deforesto quanto voglio io. La Siberia è mia, dice il presidente della Russia Vladimir Putin, e l’Artico è il mio giardino di casa, e guai se vi permettete di chiedere qualcosa sugli incendi indomabili o sulle centrali galleggianti nucleari nel mare di Barents. L’America è mia, dice il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e non permetto nemmeno ai singoli Stati, come la California, di regolamentare le loro emissioni. Stiamo con Greta perché è l’unica – o la prima – ad aver capito che l’unica risposta a tutto questo non può che essere globale.