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Il fotografo Moiz Al Salhi rischia la vita: “Ho documentato l’orrore di Gaza, ora quel dolore mi appartiene”

Dalle immagini dei neonati morsi dai topi alla propria battaglia per la sopravvivenza: “Ho lavorato in mezzo ai bombardamenti e in piena carestia, mentre io stesso stavo male”.
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Il fotografo Moin Al Salhi mentre lavora a Gaza
Il fotografo Moin Al Salhi mentre lavora a Gaza

Ne abbiamo parlato qualche giorno fa di Moin Al Salhi, l’abbiamo fatto indirettamente come spesso accade con i giornalisti di Gaza unici testimoni dell'orrore. È grazie a lui, infatti, se siamo venuti a conoscenza della storia di Adam al-Ustad, il neonato di soli 30 giorni morso dai topi a Gaza. Così abbiamo scoperto chi è Moiz, una delle lenti instancabili che ha portato sui nostri schermi le immagini di Gaza in tutti questi mesi. Ma Moiz è anche un padre e un marito, Moiz è anche un uomo oggi  costretto in uno di quei letti d’ospedale che ha a lungo fotografato. Dopo anni in cui racconta gente disperata e bisognosa di aiuto, è lui a cercarlo. Moiz ha un cancro incurabile a Gaza e che lo ucciderà se non riuscirà ad evacuare il prima possibile.

Per iniziare, potresti presentarti? Raccontaci della tua carriera come fotografo e della tua famiglia.

Sono Moiz Al Salhi, fotografo e giornalista palestinese della città di Gaza, originario del campo profughi di Al-Bureij. Ho 34 anni, sono sposato e ho due figli. La mia vita e il mio lavoro sono indissolubilmente legati a questa terra.

Quando hai iniziato a lavorare come fotografo e per chi lavori attualmente? Con quali testate o agenzie collabori?

Ho iniziato il mio percorso nel giornalismo nel 2012, proprio durante una delle tante guerre che hanno colpito Gaza. Da allora non ho mai smesso. Attualmente lavoro come fotografo freelance per l'agenzia turca Anadolu e per l'agenzia Middle East Images.

Com'è stato per te lavorare come fotografo in questi anni così difficili a Gaza? 

Questi anni di genocidio sono stati durissimi, specialmente perché li ho vissuti in prima linea fin dall'inizio. Il dolore mi ha colpito personalmente: mio fratello, anche lui giornalista, Mohammed Al Salhi, è stato ucciso proprio all'inizio di questa guerra, il 7 ottobre 2023. È stato terribile, io e la mia famiglia abbiamo subito lo sfollamento, abbiamo sofferto la fame. Ancora oggi viviamo tra macerie che non si possono né descrivere né percepire umanamente. È una sensazione atroce. Lavorare come fotografo in mezzo a bombardamenti e carestia, mentre io stesso stavo male, è stato tremendo.

Quando hai scoperto di avere il cancro e com'è stato affrontare la malattia in tutto questo tempo, vivendo e lavorando in queste condizioni?

La mia malattia è stata scoperta nel 2022. Affrontare tutto questo in queste condizioni è qualcosa di fuori dal comune. Lavoravo sotto una pressione costante: tra lo sfollamento continuo e la preoccupazione per i miei figli e mia moglie, i sintomi della malattia mi colpivano in ogni momento. Nonostante il dolore fisico, dovevo continuare a documentare la distruzione intorno a me.

Qual è la tua situazione clinica attuale?

La mia situazione sanitaria ora è estremamente critica. Ho bisogno di un trattamento biologico all'estero, un'alternativa alla chemioterapia che nella Striscia non è disponibile ormai da anni. Qui non esiste cura per me, cerco di partire da tempo, ma viaggiare è quasi impossibile; era difficile già prima della guerra, ma ora è diventato un traguardo irraggiungibile.

Per tutta la tua carriera hai fotografato chi a Gaza aveva più bisogno di aiuto, cosa vuol dire per te adesso essere nella stessa posizione di chi fino a ieri fotografavi?

La mia vita professionale è stata dedicata a documentare le storie delle persone che avevano più bisogno. Ho fotografato donne e ragazze che avevano bisogno di cure all'estero, uomini con arti amputati, persone che hanno perso la vista. Ho fotografato persone che rischiavano di essere uccisi per raggiungere i punti di distribuzione del cibo durante la carestia, persone che lottavano tra loro per un pezzo di pane dalle mense comunitarie. Vedermi ora in quella stessa posizione, bisognoso dell'aiuto degli altri, mi lascia senza parole. È un ribaltamento che quasi non so descrivere.

Il mondo intero è rimasto scosso dalle tue foto scattate al neonato morso dai ratti a Gaza, come sta lui adesso?

Tutto il mondo ha visto la foto del bambino con il viso mangiato dalle punture dei ratti: quella è stata una delle ultime storie che ho documentato e una delle più atroci. Ha fatto il giro del mondo, quel bambino di soli trenta giorni oggi rischia di morire per le infezioni dovute ai morsi.

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