A Gaza i ratti entrano nelle tende e mordono i neonati: “Prima i missili, ora i topi escono da terra”

Entrano di notte nelle tende, mordono i bambini, i volti, i piedi e le mani delle persone. I ratti hanno invaso Gaza e sono l’ultima evidenza della sua invivibilità.
Era il 9 ottobre 2023, due giorni dopo l'attacco di Hamas contro Israele, quando il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant aveva annunciato un "assedio completo" della Striscia di Gaza dicendo: "Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza". E così dopo più di due anni di genocidio, i palestinesi continuano a essere disumanizzati, costretti all’umiliazione di vivere come animali.
"Qui la situazione è molto difficile. Dal punto di vista sanitario e umanitario è sempre peggio, soprattutto da quando ha iniziato a fare caldo”, racconta Sami Abuomar, operatore umanitario gazawi, “i topi stanno invadendo le tende, sono diventati un pericolo che minaccia la vita degli sfollati a Gaza. La distruzione del servizio di raccolta rifiuti, ha fatto sì che ormai viviamo tutti in una grande discarica, il che ha causato una proliferazione senza precedenti di topi e insetti che mordono o pungono le persone causando prurito e ferite”.
Negli ultimi giorni il Ministero della Sanità di Gaza ha registrato un aumento significativo di ferite a causa di morsi di topi in concomitanza con l'accumulo di rifiuti e la diffusione di liquami nelle aree densamente popolate da sfollati.
Tra i feriti c’è Adam al-Ustad, ha pochi mesi di vita, le guance sfregiate dai morsi di un ratto. Lo ritrae una foto scattata dal fotografo palestinese Moiz Al Salhi, nella sua culla d’ospedale nel al-Rantisi di Gaza City, dove adesso è ricoverato. Con lui tornano alla mente le prime immagini dei bambini malnutriti che cominciarono ad arrivare negli schermi dei nostri cellulari dopo pochi mesi di carestia imposta da Israele.
L’effetto è sempre lo stesso: esseri umani costretti a vivere e a morire come animali.
“Prima cadevano i missili, cadevano le bombe dal cielo, ora i topi e gli insetti escono da terra. Ci sentiamo attaccati sia dal cielo che dalla terra”, commenta ancora Abuomar.
“Le tende con il caldo diventano forni, sono fatte di teli di plastica che quando esce il sole cominciano a scaldarsi, diventando incubatrici al loro interno. Viviamo ammassati gli uni sugli altri, senza fognature, costretti a convivere con i nostri scarti e i nostri liquami”, continua l’operatore umanitario.
Le persone oggi a Gaza scavano nella sabbia e quella fossa diventa la loro latrina, che il tempo e le piogge trasforma in fogna a cielo aperto. Nel 2025, come denuncia l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere “Israele usa l'acqua come arma di punizione collettiva contro i palestinesi”, le malattie della pelle hanno rappresentato quasi il 18% dei casi di assistenza sanitaria di Msf, mentre tra maggio e agosto 2025 la stessa organizzazione ha riscontrato che 1 paziente su 4 aveva sofferto di malattie gastrointestinali nel mese precedente.
“Ad oggi quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie a Gaza, compresi ovviamente gli impianti di dissalazione, i pozzi, le condutture, i sistemi fognari, è stato colpito da Israele. Noi di Msf ci siamo da sempre occupati della distribuzione di acqua pulita e, di fatto, anche durante la distribuzione è capitato che venissimo bersagliati. Venivamo colpiti noi con le cisterne, ma ovviamente anche i civili che erano in fila con le loro taniche vuote aspettando solo l'acqua pulita, adulti e bambini”, spiega a Fanpage.it Martina Marchiò, infermiera di Medici Senza Frontiere, “questo per far capire quanto la questione dell'acqua sia venuta fuori da subito in maniera lampante: utilizzare l'acqua come arma di guerra, cioè ‘assetare' un popolo per cancellarlo".

Ma oltre a bersagliarla, Israele ha impedito ai gazawi di creare acqua pulita dentro Gaza: “Israele non faceva entrare quello che poteva servire, per esempio, per riabilitare tutte quelle infrastrutture per l'acqua che erano state colpite oppure tutto quello che poteva servire per il processo di dissalazione, di filtrazione dell'acqua per renderla potabile, oltre al carburante”, continua Marchiò.
Tutto ciò, ovviamente, influisce direttamente sulla cura e l’igiene personale: “Oggi a Gaza pensare di fare una doccia è qualcosa di molto complesso, come accedere a una latrina”, continua l’infermiera, “sono circa 700.000 le donne fertili che mestruano tutti i mesi a Gaza e queste donne si ritrovano di fatto ancora oggi a non poter ricevere i kit igienico-mestruali in quantità sufficiente, quindi utilizzano vecchie magliette, vecchi stracci come assorbenti, li lavano con la stessa acqua putrida perché non c’è acqua pulita e non hanno mai privacy perché vivono in abitazioni o in tende sovraffollate. Ci sono donne che condividono le latrine anche con 250-300 persone. Queste donne a volte arrivano nei nostri ambulatori e ci dicono ‘io mi dissocio dal mio corpo perché provo schifo verso me stessa'. Ci sono delle adolescenti che sono arrivate a dire ai nostri psicoterapeuti che avrebbero preferito essere sterilizzate piuttosto che avere un'altra mestruazione in quelle condizioni. Quindi lì si veicola un messaggio importante perché l'umiliazione di una donna e di tante donne diventa poi l'umiliazione di un intero popolo”.
E umiliante per i palestinesi è anche il “finto cessate il fuoco" che ad ottobre scorso aveva regalato loro l’illusione che non sarebbero più cadute bombe su Gaza. Dall’inizio della tregua annunciata, però, sono state circa 700 le vittime e più di 2.000 le persone che risultano ferite da attacchi israeliani nella Striscia.
“Gli israeliani attaccano vicino alla linea gialla e la ampliano. Praticamente adesso l’esercito israeliano controlla più del 60% del territorio di Gaza: a noi è rimasto pochissimo terreno dove viviamo ammassati. Qualche giorno fa gli israeliani sono avanzati oltre la linea gialla. Altra gente è stata costretta a sfollare tra le macerie e tra altre persone già sfollate in solo il 20% della Striscia. Il resto di Gaza o è occupato o invivibile perché raso al suolo”, conclude Sami Abuomar con l’amarezza di chi ha perso completamente la fiducia nel resto del mondo.