Nella vita capita spesso di dover prendere decisioni importanti, e indugiare troppo può portare a perdere l’occasione di realizzare qualcosa d’importante. Non solo: può accadere che l’indecisione abbia come conseguenza quella di farci perdere ogni alternativa disponibile, lasciandoci senza prospettive. La saggezza popolare conosce molto bene una situazione di questo tipo, ed è per questo che dialetto napoletano ha coniato un’espressione ad hoc per descriverla. Ecco quale.

A chiunque abbia l’occasione di vivere a contatto con Napoli sarà capitato almeno una volta di sentire che qualcuno aveva perso “Filippo e o’ panaro”: abbiamo già anticipato il significato estremamente saggio di questo modo di dire, che ci ricorda che nella vita, a volte, indugiare potrebbe portarci al fallimento. A perdere tutto, compresi questo ignoto Filippo e il suo “panaro”: ma da dove deriva questa metafora così curiosa?

Il "panaro", oggetto indispensabile in quel di Napoli

Ricostruire l’etimologia della parola “panaro” è semplice: si tratta di una derivazione dal latino “panarum”, la cesta di vimini in cui gli antichi riponevano il pane. Con il tempo questo utensile è divenuto onnipresente in ogni casa popolare, utilizzato per riporre qualunque tipo di alimento in quanto molto robusto. A Napoli inoltre tale oggetto è indispensabile: viene infatti utilizzato come una sorta di “montacarichi” calandolo giù dalla finestra con una corda, per evitare di dover affrontare la salita sulle proprie gambe.

E Filippo? L'origine "teatrale" del personaggio

Ma se il panaro è oggetto semplice da definire, per Filippo la questione è più complessa: da dove viene questo curioso personaggio? Secondo gli esperti di teatro, deriverebbe dalle antiche farse pulcinellesche di metà Ottocento. In particolare, sarebbe il protagonista di una storia portata in scena da Antonio Petito, uno degli attori più celebri dell’epoca soprattutto per essere stato a lungo il volto di Pulcinella.

E in effetti, Filippo ha molto in comune con il più famoso personaggio della tradizione partenopea: furbo e scaltro, sempre pronto ad imbrogliare il proprio padrone. Ed è proprio da un imbroglio che nasce il modo di dire: una volta a Filippo viene affidata dal suo padrone Pancrazio una cesta piena di cibo con l’incarico di portarla fino a casa. Ma durante il tragitto il furbastro divora a una a una tutte le squisitezze del cesto: per paura della reazione di rabbia del padrone, Filippo decide di non tornare più a casa. Il padrone perde, così, "Filippo c’o panaro".