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27 Ottobre 2022
09:22

Perché la marcia su Roma non fu una goliardata ma un atto violento ed eversivo

La storica Giulia Albanese ha raccontato a Fanpage.it cosa successe nei giorni caotici che precedettero e seguirono la marcia su Roma che diede il la alla dittatura fascista.
Intervista alla Prof.ssa Giulia Albanese
Professoressa associata di Storia contemporanea all'Università di Padova
A cura di Francesco Raiola
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Il 28 ottobre si celebrano i 100 anni dalla marcia su Roma, ovvero quei giorni che nel 1922 sconvolsero il Paese, portando agli estremi le violenze fasciste degli anni precedenti e costringendo il Paese a quella che da lì a pochissimo tempo sarebbe diventata una vera e propria dittatura. Quegli ultimi giorni di ottobre furono giorni caotici, che videro Roma come ultimo capitolo di una serie di violenze che si erano perpetrate nel resto d'Italia, ponendo le basi alla nomina di Mussolini a capo del Governo da parte del Re che poche ore prima – negando lo stadio d'assedio – decise di lasciare al Fascismo la strada spianata per conquistare il Paese. Abbiamo chiesto alla storica Giulia Albanese, professoressa associata di Storia contemporanea all'Università di Padova e autrice del libro "La marcia su Roma" (edito da Laterza), di raccontarci cosa successe in quei giorni caotici: le violenze, le scelte politiche, gli errori, le azioni che portarono Mussolini a conquistare il Potere e in che modo quei giorni hanno ancora una risonanza, oggi, a cento anni di distanza.

Nella prima seduta del nuovo Parlamento la senatrice Liliana Segre ha ricordato il centenario della marcia su Roma che diede vita alla dittatura fascista. Quanto conta ancora la memoria di testimoni che hanno vissuto quegli anni?

Siamo ormai da alcuni anni alla fine di una stagione, quella dei testimoni della storia del primo Novecento e del fascismo. La cosa è particolarmente complicata in un contesto che ha negli ultimi decenni valorizzato come salvifica la testimonianza rispetto alla storia, e rispetto alla quale – cosa che non toglie nulla all’importanza della testimonianza di Liliana Segre, e alla lucidità ammirevole del suo sguardo – gli storici già da tempo hanno manifestato qualche perplessità. La memoria infatti non è la storia, permette l’identificazione, meno la riflessione, l’acquisizione di strumenti critici.

Professoressa, è la mattina del 28 ottobre 1922, qual è la situazione in Italia?

La situazione in Italia la mattina del 28 ottobre 22 è una situazione piuttosto confusa, nel senso che le squadre hanno cominciato a muoversi un po' in anticipo rispetto ai tempi della mobilitazione prevista dai cosiddetti quadrunviri per la rivoluzione. La notte del 27 sono in corso una serie di tentativi, da parte degli squadristi, di occupazione, tra le altre cose, di stazioni, amministrazioni comunali, uffici telegrafici e Camere del lavoro in giro per l'Italia. Piove, loro sono a piedi, male armati, malvestiti, alcuni si stanno dirigendo verso i luoghi di concentramento individuati dai quadrunviri nel piano della rivoluzione fascista. Nel frattempo il governo italiano, che è dimissionario, la notte tra il 27 e il 28 ha deciso, dopo una riunione piuttosto complicata, di proclamare lo stato d'assedio e la mattina l'ha proposto sovrano, il quale probabilmente aveva accettato di firmarlo – anche se non sappiamo con certezza come siano andate le cose -, finché a un certo punto cambia idea e decide di non farlo. E a quel punto malgrado il fatto che le prefetture avessero ricevuto questi ordini lo stato d'assedio viene ritirato, le agenzie di stampa cominciano a fare circolare questa notizia e i fascisti capiscono o pensano, a seconda delle interpretazioni, di aver vinto.

A quel punto cosa succede?

Succede che il numero di squadristi che convengono verso i luoghi di concentramento comincia ad aumentare, perché – benché la situazione non sia ancora completamente chiara – a quel punto è evidente che l'esercito non arriverà allo scontro con loro. Ed è in quel momento che Mussolini comincia a sperare di poter arrivare al Governo: non solo si rassicura del fatto che non ci sarà una difesa armata dell'esercito contro le squadre, ma malgrado il suo piano preveda la richiesta di sei ministri al Partito Nazionale Fascista – che è un partito di assoluta minoranza nel Parlamento del 1922 -, a quel punto pensa di riuscire a presiedere direttamente il Governo. Tutto questo malgrado ci sia un fase intermedia in cui invece è il conservatore Salandra a pensare di potere prevalere e uscire come arbitro di quella crisi.

Lei ha un'idea sua, da storica, del perché il Re abbia revocato lo Stato d'assedio, cambiando il corso di quei giorni e forse della Storia? 

A me pare che la posizione di Vittorio Emanuele III sia in linea con una parte della classe dirigente conservatrice del Paese che ritiene che, malgrado i fascisti abbiano più volte superato il segno, utilizzino troppa violenza ecc, tutto sommato la loro entrata al Governo possa garantire un ritorno all'ordine in una situazione in cui lo Stato liberale appare in crisi e non capace di dare delle risposte a desideri sociali e politici molto diversi e contrastanti tra loro. Tuttavia il suo ruolo è fondamentale perché non solo non firma il decreto di Stato d’assedio, ma fa anche sfilare le squadre per Roma il 31 come se fossero un esercito vittorioso, contribuendo così a legittimarle, e via via aiuta Mussolini e il Pnf a consolidarsi, anche quando potrebbe invece determinare una trasformazione del quadro politico.

Il numero delle squadre fasciste era importante, ma non tale da non poter essere in qualche modo bloccato all'esercito: cosa successe?

È evidente che anche nell'esercito avrebbero potuto esserci persone non convinte dell'azione contro i fascisti, ma non c'è dubbio che, se avesse risposto, avrebbe comunque prevalso sulle squadre. Questo però non toglie nulla all'importanza della violenza, del gesto insurrezionale e della frattura anche politica che questo determina, la marcia su Roma non è una performance, è un atto sedizioso ed eversivo, un atto violento mirante alla presa del potere.

Quei due giorni sono stati tra i più importanti tra quelli che avrebbero portato l'Italia al disastro, possiamo dire che sono stati quelli in cui si è deciso tutto quello che sarebbe successo in seguito?

Non tutto, ma molto. Io credo che la memoria pubblica italiana sia più condizionata da un film come quello di Dino Risi in cui la marcia su Roma appare una burletta piuttosto che non dall'idea che quello sia l'inizio della dittatura. Certo, un po' c'entra anche il fatto che ci sono delle evoluzioni politiche e che il 3 gennaio 1925 (quando Mussolini tenne un discorso alla Camera dei deputati del Regno d'Italia facendo riferimento all'omicidio Matteotti, ndr) è un passaggio fondamentale nel consolidamento della dittatura. Il 28 ottobre, però, una scelta viene fatta e di quella scelta si prendono la responsabilità il sovrano e la classe dirigente italiana: il sovrano nello scegliere di revocare lo stato d'assedio, la classe dirigente italiana nel votare a larga maggioranza il governo Mussolini, pur sapendo che cosa è stata la marcia su Roma.

A cui si aggiunge l'abilità di Mussolini di giocare su più tavoli…

Mussolini è molto abile nel legittimarsi, nel presentarsi al tempo stesso come l'unico duce del fascismo – anche se questo è contestato dall'interno del movimento – e contemporaneamente l'unica persona in grado di bloccare la violenza delle squadre. Riesce al tempo stesso a essere il capo dei fascisti e nello stesso tempo tratta politicamente con una serie di personalità di primo piano, penso a Giolitti, e non solo, per legittimarsi come interlocutore politico. Questa è la forza del fascismo nel '22.

Prima parlava dell'immagine che molti hanno della marcia, di questa parata quasi burlesca: qual è lo scarto di percezione tra l'immagine che oggi abbiamo del fascismo e la realtà?

Ci sono immagini diverse che dipendono dal fatto che la nostra conoscenza storica e la nostra memoria sono veicolate dai libri di storia, ma anche dalle memorie familiari, dalle culture politiche di cui siamo portatori, implicitamente o esplicitamente. L’ immagine della marcia su Roma come qualcosa di raccogliticcio, non abbastanza preparato è prevalente. È un’immagine che per certi versi risponde alla realtà: nel senso che il piano elaborato dai quadrunviri è un piano che fa acqua da tutte le parti e proprio non funziona. È un'immagine molto contrastante con quella che il fascismo ha voluto proporre della marcia su Roma come rivoluzione fascista, che è un’immagine molto poco convincente. Approfondire lo studio della marcia su Roma permette di capire e vedere la serietà dell'insurrezione e del progetto eversivo fascista, pur riconoscendone i limiti attuativi e la non tenuta di questo evento come apice della rivoluzione fascista.

In che senso?

La marcia su Roma è un evento multiforme, che contiene un aspetto performativo, pur nei suoi evidenti limiti di funzionamento. Ma è un evento violento ed eversivo, che permette ad un partito politico minoritario nel Paese di andare al Governo attraverso un atto illegale e violento. È un dato con cui fare i conti, ma ancora di più dobbiamo fare i conti con il fatto che la classe dirigente italiana e il sovrano accettano la rottura delle regole condivise – che sono le loro regole, non quelle di qualcun altro – per un fine da esse considerato superiore che è la conservazione di una certa gerarchia sociale e politica, e che porterà l’Italia alla dittatura e alla guerra.

Crede che la presa del potere fosse qualcosa di inevitabile, visto quello che era successo nel paese negli anni precedenti?

Non credo che ci sia mai niente di inevitabile nella Storia, dipende tutto dalle scelte dei singoli attori e anche della società perché, ovviamente, sono possibili diverse configurazioni della realtà. Ci sono delle scelte che la classe dirigente italiana fa: si è detto che in parte queste scelte sono causate dalla paura della rivoluzione, provocata dai moti socialisti e dai moti sociali, con il Partito Socialista che li segue più che condurli. Nel 21-22, però, il rischio e la forza di questa mobilitazione sociale e politica della sinistra è finita o comunque non è più preoccupante. Poi c'è anche un altro tema: quanto la classe dirigente liberale crede nello Stato liberale. Per evitare una rivoluzione bisogna distruggere tutte le regole dello Stato liberale? Oppure lo Stato liberale e quelle regole possono invece essere il terreno sul quale sconfiggere quella rivoluzione. Lì c'è una scelta che viene fatta e la scelta è: meglio liberarsi della democrazia, ma avere garantito un certo ordine sociale, perché ci si rende conto che la democrazia va in direzioni molto diverse da quelle auspicate dal punto di vista di organizzazione sociale ed economica.

Esiste una qualche lettura storica della coincidenza tra centenario e un Governo espressione di un partito nato dalle ceneri di un partito post fascista, o sono solo suggestioni?

Ci sono diversi livelli di risposta a questa sua domanda. Un tema è quello che non c'è alcuna relazione tra il Governo e il centenario. È una casualità, è successo adesso, avrebbe potuto succedere fra otto mesi, sei mesi o due anni fa. Questo dipende da una serie di circostanze politiche che non hanno niente a che fare col centenario. Poi, ovviamente, il centenario ci può fare riflettere: io penso che gli anniversari possano essere un momento in cui noi riflettiamo, come Paese, su quali siano le configurazioni politiche del nostro futuro e in che modo il futuro che noi vediamo per il nostro Paese si relaziona con il passato. Da questo punto di vista, ovviamente che ci sia un governo o che ce ne sia un altro le letture che si possono dare sono diverse e nel contesto democratico convivono in un'arena pubblica in cui si discute.

Perché dopo cent’anni circolano ancora immagini o visioni che permettono di pensare come accettabile il fascismo?

Io credo che il fascismo rappresenti per molti l'anti democrazia da una prospettiva autoritaria di destra nazionalista, e questo mi pare che sia successo un po' sempre nella storia d'Italia del post '45, ma con più rilevanza negli ultimi anni: in tutti i momenti in cui la democrazia non sembra in grado di risolvere una serie di problemi sociali, politici, culturali che si trova ad affrontare, si tende a tornare a una nostalgia di qualche cosa che si immagina, ma che non rispecchia la realtà. Poi, certo, quella nostalgia si nutre di immagini, simboli, parole d'ordine che sono state le parole del fascismo, anche se ripensate e riadattate e rispetto ai quali alcuni hanno degli anticorpi e altri ne hanno di meno. Questo è possibile per una profonda ignoranza di cosa è stato il fascismo. Difficilmente all'ultimo anno delle superiori si arriva oltre il 1945 e quel ventennio, considerato che si pensa anche alla storia europea, è svolto in una lezione, una lezione e mezza, che cosa può sapere di che cosa è stato il fascismo? Pochissimo. Complice l'ignoranza, quindi, e una serie di altri fattori, penso alla normalizzazione del fascismo come a un fenomeno un po' banalizzato, la nostra conoscenza del fascismo è complessivamente superficiale.

Quali sono, secondo lei, le idee, le parole, i simboli, che maggiormente affascinano ancora anche alcuni giovani?

Non so se siano i ragazzi a essere più influenzati da queste idee, anzi direi di no. Certo c’è un deficit di conoscenza storica che porta a identificare il fascismo come il momento in cui l’Italia è stata una grande potenza capace di avere un ruolo internazionale – un’idea molto problematica perché avviene nella totale rimozione del ruolo del fascismo come elemento di rottura dell’ordine internazionale faticosamente costruito nella Società delle nazioni, e delle sue responsabilità nel condurre il continente ad una Seconda guerra mondiale. C’è poi il nodo di come si pensa la nazione e la cittadinanza in questo paese, un nodo che è strettamente connesso ai cambiamenti che hanno portato questo paese a diventare anche un paese di immigrazione. Il fascismo aveva un'idea molto esclusiva di chi erano gli italiani, tanto è vero che proibì le scuole bilingue nei territori di confine, proibì e rinominò le località, italianizzandole, insomma, aveva un'idea iper nazionalista di che cosa fosse l'italianità, e che escludeva progressivamente le minoranze religiose, culturali, dopo aver marginalizzato ed espulso gli avversari politici. Questo è un tema che nella costituzione è ben chiaro, ma che forse non è stato altrettanto bene assimilato nella nostra cultura politica nazionale, tanto è vero che ci troviamo con un deficit di riconoscimento della cittadinanza a giovani uomini e donne che sono nati e cresciuti in Italia, che si considerano italiani e che non sono riconosciuti come tali.

Gli altri nodi, invece, quali sono?

L'altro elemento, il terzo, è il tema dello stato sociale. C'è una versione favolistica del fascismo che pensa questo regime come inventore dello stato sociale in Italia, ma questa visione è molto problematica dal punto di vista storico per tante ragioni: sottovaluta il ruolo dello Stato liberale e in fondo anche quello dell’Italia liberale, ma soprattutto finge di non vedere la natura esclusiva dell’intervento sociale fascista, che è rivolto solo a certe categorie di persone, quelle che hanno la tessera del fascio, che sono conformi a una certa ideologia, che decidono di fare tanti figli e di sposarsi, per esempio.

Cosa ne pensa della letteratura che rilegge la Storia?

Come storica le dico che mi dispiace che siano finiti i tempi in cui gli italiani e le italiane leggevano libri di storia, informandosi sulla storia da lì. Ovviamente questo ha a che fare con il modo in cui scrivono gli storici, ma anche con la scuola. Penso che la storia come strumento di comprensione del passato non sia sostituibile, detto ciò, penso anche che la letteratura sia stata e sia uno strumento fondamentale della conoscenza, anche del passato, e che quando questi esperimenti, queste opere, ragionano in maniera onesta col passato – che significa da una parte avendo piena contezza del dibattito storiografico e dall'altra anche mettendo il lettore in condizione di capire che cosa è romanzo e che cosa è invenzione – allora possano servire. L’operazione di Scurati per esempio è molto interessante, ma porta a concentrare troppo l’attenzione su un unico personaggio – Benito Mussolini –, permettendoci di vedere – se servisse questo – che c’è una tensione della società italiana a guardare alle figure forti, quasi dimenticandosi che i contesti, l’articolazione più complessa delle classi dirigenti politiche, dell’articolazione sociale ed economica di una data società sono fondamentali per capirne l’evoluzione, più che i singoli protagonisti.

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