Mannarino: “Vivo ai bordi del sistema per essere libero. Il Primo Maggio? Non vado a fare promo, è ingiusto”

Il percorso di Mannarino è lungo e sfaccettato, lo ha portato dall'essere il cantautore da stornelli e osterie romane, con hit conosciute da tutti ad artista che ha preso quelle radici e le ha evolute con i suoni del mondo. Il suo nuovo album si chiama Primo amore e riprendere esplorazioni ritmiche che fanno parte di un percorso che lo hanno portato a scegliere l'America del Sud come riferimento. Un album pieno di suoni, di ritmo, ma anche introspettivo, che ragiona sulle dicotomie della vita. Questo lavoro, spiega Mannarino a Fanpage, nasce da una crisi profonda, esistenziale, che lo ha portato a viaggiare da solo tra le foreste del sud del mondo. Il risultato è mistico, con una grande capacità di scrittura – ecco, se c'è una cosa che si evolve continuamente è anche questa – con un occhio a Bob Marley e un altro a Manu Chao, soprattutto come ispiratori di libertà e creatività. No, non è un album reggae, ma a modo suo un album che risponde al suo bisogno di vivere la periferia dell'Impero. Facendo pace con l'impossibilità di fare quello che ama fuori da un sistema, ma tenendosene ai bordi, dove sente che esiste più libertà.
Manchi da un po', cosa hai fatto in questi cinque anni?
Il mio vecchio album è uscito in piena pandemia, proprio durante la recrudescenza di settembre. Ho fatto un tour sempre con le mascherine, con tutte quelle restrizioni; insomma, sono stati anni duri. Anche a livello personale mi sono interrogato molto su quello che stavo facendo, sia a livello artistico che umano. C'è stato un momento in cui mi sono proprio fermato e ho cominciato a chiedermi: "Ma dove sei? Chi sei? Che stai a fa'? Cos'è la vita? Cos'è sto sogno che stiamo a vive'? È vero? È una simulazione o è la realtà?".
Domande esistenziali, insomma.
Sì, mi sono fatto queste domande esistenziali sul mondo, sull'essere e sulla vita. Da lì è nato l'input del disco, ma tutto parte inizialmente da una crisi personale.
Come hai risposto a questa crisi?
In quel periodo ho iniziato a viaggiare da solo; me ne sono andato con la chitarra per due mesi a Panama, in una capanna nella foresta con la tavola da surf, e scrivevo un diario. Poi sono stato in Brasile. Ho vissuto una storia d'amore, ho fatto nuove esperienze e da tutto questo è uscito il disco. È un lavoro in cui ci ho messo tanto.
Nella cartella stampa si parla di dualismi, c'è tanta vita e c'è tanta morte. Lo definirei "mistico" perché affronta una realtà altra da sé che poi, in fondo, è la propria realtà.
È così, tutto in bilico tra buio e luce, essere e non essere; è la danza eterna che ti fa battere il cuore ogni secondo, tra contrazione ed espansione. Il disco inizia con una canzone che dice "una canzone che dondola non lo sa perché lo fa" e finisce con il battito del cuore.
In "Dammi" racconti di una vita, ma fatto in maniera insolita. Parti con quell'anafora "Dammi, dammi, dammi"…
…E l'ultima cosa che dice il brano è "prendi". Perché è quello che ti dà la vita: ti arrivano cose che non sono "tue" in maniera naturale. Il testo inizia proprio dall'ospedale: "Dammi un ospedale, dammi un nome, dammi un padre naturale". Sei venuto al mondo e trovi già tutto pronto: il documento, il monumento, il lavoro. E poi c'è il volo, che è il bacio. Nel momento dell'amore, del sesso, dell'orgasmo, lasci tutte le sovrastrutture sociali e razionali e diventi corpo e irrazionalità.
L'intento qual era?
Quello di raccontare una vita attraverso questo momento di volo e distacco che poi si congiunge alla fine, perché l'ultima strofa parla della morte e dell'orgasmo con le stesse parole: Eros e Thanatos. Dice: "Dammi la corrente, dammi un fiume che ritorna alla sorgente, dammi un buon motivo per ridare tutto quello che si prende e prendi questa vita fra le braccia finché non diventa niente". La morte è un passaggio, forse è l'orgasmo più grande della vita. Il senso allora sta nel ridare indietro quello che la vita ti ha dato. È il senso dell'amore: "Prendi me stesso".
Tra l'altro, in quella canzone c'è anche una sorta di gioco quando dici: "Dammi un po' d'amore che mi piace morì, dammi un po' d'amore che non voglio morire". In qualche modo rappresenta il dualismo di prima?
Sì, c'è un doppio senso: quando sei giovane ti "piace morire", poi piano piano, quando ti rendi conto che la vita finisce, non vuoi morire più. Ma c'è anche il fatto che l'orgasmo viene chiamato "piccola morte" dai francesi. Quindi: "dammi un bacio che mi piace morire perché non voglio morire". Non voglio farlo in questa razionalità, in una vita che mi è stata messa addosso dalla cultura e dalla società, che mi hanno già detto tutto quello che devo essere e mi hanno dato una foto su un documento dicendo: "Questo sei te".
In realtà tutti i tuoi ultimi album affrontano questa voglia di stare un po' fuori, di lato. Lo affronti in vari modi. È un qualcosa che ti pone paradossalmente al di fuori di un sistema pur standoci dentro, perché quando esce un album stai dentro a questo mondo. In che modo vivi questa cosa?
Ci ho riflettuto molto. Comincio a pensare che stare fuori dal sistema possa essere anche un atteggiamento egotico e narcisistico, del tipo: "Io sono figo perché sto fuori, non mi sporco le mani e dico le mie cose da lontano". Invece bisogna sporcarsi, perché la struttura sociale riguarda tutti. Pure io ci sto dentro. Possiamo dire quello che vogliamo, ma stiamo facendo una riunione con un Apple e usiamo i social di Zuckerberg. Non ne esci. Quello che sono riuscito a fare io è non essere al centro, ma mantenermi nella periferia del sistema: lì c'è più spazio e più libertà per dire le cose, perché non hai tutti gli occhi puntati addosso.
Guardando su Spotify la sezione "i fan apprezzano anche". Sei poco catalogabile; l'unico nome che esce tra i primi e con cui ero d'accordo è Vinicio Capossela, forse per questa ricerca comune su certa musica o per lo stare un po' fuori.
Ho trovato la mia dimensione stando ai bordi, perché mi permette più libertà. Non essere "nazionalpopolare" significa non dover essere per forza ecumenico. Io devo avere la libertà di fare quello che voglio. Quando nella canzone Primo Amore dico "ho dato fuoco a Roma per sentire un po' di calore", intendevo proprio questo: quell'immagine della chitarra e del cantante romano… io gli ho dato fuoco per sentire il calore vero.
C'è un passaggio in "Maradona" in cui canti: "Le casse dello stato vuote di parole, le casse sottoterra piene di persone". Mi sembra una fotografia contemporanea. Ci racconti questo pezzo?
In "Maradona" c'è sempre questa lotta fra ciò che sta a terra e ciò che sta nel cielo. Ci sono l'ospedale, il tribunale, la cabina elettorale, il carcere… e poi ci sta il cielo. E c'è l'amore, perché alla fine parlo delle "casse dello stereo quando fai l'amore". Poi canto: "C'è rumore, sulla terra, c’è rumore. C'è calore, sulla terra c’è calore e mi sento leggero. E Maradona sta in cielo".
Cos'è Maradona?
Maradona è il sogno, il Dio del calcio; un indio con la faccia mapuche venuto dalle baracche che è diventato divinità in vita, come i grandi imperatori romani. Nella cosmogonia del mio disco il Dio lo chiamo "Maradona", perché incarna perfettamente l'idea di Feuerbach: siamo noi che proiettiamo noi stessi in cielo. Mentre scrivevo, ho alzato gli occhi e mi è venuto naturale dire: "Maradona sta in cielo".
Questa cosa di Maradona ti lega ancora di più a Manu Chao: c'è D1OS, c'è Maradona, c'è lo stare fuori e il fregarsene di certe dinamiche.
Beh, lui lo fa meglio di me stare fuori e fregarsene; è stato molto più rigoroso. È anche più grande, ha vent'anni più di me, ma mi ha formato e accompagnato dai diciott'anni in poi. Sono un suo grande fan e ho avuto la fortuna di diventarci amico, di passarci serate e giorni insieme. Anche il chitarrino che senti nel disco me l'ha fatto conoscere lui, l'ho preso dal suo liutaio. Per me e per una generazione lui è un esempio, non solo per la genialità della produzione, ma per come ha affrontato la sua carriera.

C'è però una differenza di mercati: lui è globale grazie alle lingue (spagnolo, inglese, francese). Poi è francese, mentre l'artista italiano è visto meno globale.
Noi restiamo inchiodati allo stereotipo del "bel canto". Lo stereotipo dell'Italia all'estero è l'opera. In questo senso è molto più "italiano" Sal da Vinci di me, e lo dico con rispetto perché lui porta avanti la cultura della musica napoletana, che per me è la vera base della canzone italiana.
Ricordo il tuo amore per Maria Nazionale che invitasti a un tuo vecchio concerto a Napoli.
Io amo visceralmente la musicalità napoletana. Tornando a Manu Chao e a quel periodo di crisi… per me la crisi è il momento in cui il tuo sistema funziona ma i tuoi sogni sono andati oltre, quindi metti in discussione tutto per evolvere. In quel periodo ascoltavo Bob Marley dalla mattina alla sera; mi aiutava a livello chimico, di vibrazioni. Mi ha ispirato molto per questo disco: il messaggio, le armonie, il modo di cantare. Volevo fare un disco che potesse aiutare me stesso e far star bene chi lo ascolta.
Questa cosa mi porta a certi versi di Per un po' d'amore: "Quando il cielo ti divora, non pensare che sei sola, siamo nello stesso mondo". Sembra un manifesto politico, l'idea che ci salviamo insieme e non da soli.
Esatto. Si può volare lontano, fare viaggi nella propria coscienza e toccare un sogno, ma poi quel sogno va riportato a terra. Ci si salva solo nel rapporto con gli altri.
Mi volevo collegare al brano Bambino, mi è venuta in mente "Vivere la vita". C'è una valenza narrativa simile?
Mentre lo scrivevo non ci ho pensato, poi la discografica mi ha suggerito di non chiamarla "Bambino" ma "Che la notte se ne va", proprio per evitare il paragone. Però in questo caso il bambino che racconto ha la faccia da grande: è il bambino che si è perso.
"Devi toccare il fondo se vuoi trovare il cielo" canti.
Devi sbattere la faccia nel fango se vuoi veramente fare un cambiamento e toccare il cielo. In quella canzone dico piccole frasi che sono come segreti della vita, dei mantra o dei piccoli haiku. C'è l'idea che quando tocchi il fondo, quando sei nella "cassa da morto", in quel momento stai ritrovando il cielo perché è finita e sei già di là.
Il concetto del mantra e del misticismo torna spesso, anche nella ripetizione di "per un po’ d’amore".
Sì, anche a livello corporeo, è una questione di vibrazioni ed energie. Ho creato pezzi che, per logiche discografiche di fruibilità, dovrebbero durare meno, invece ho perseguito il viaggio. Se sei nella situazione giusta, entri dentro e ti perdi.
Ormai con Mauro Refosco siete una coppia di fatto.
Oltre all'amicizia, c'è grande stima, lui ha capito me e io lui. Parliamo per immagini. Su "Maradona" a un certo punto gli ho detto: "Mi manca la Bombonera, voglio sentire lo stadio", e abbiamo ricreato l'ambiente. Ogni tanto chiedo ai musicisti un "cielo plumbeo con una tangenziale trafficata" e lo traduciamo in musica.
Un palco per portare la tua musica a Roma sarebbe il Primo Maggio, ma ho l'impressione che non lo senti più tuo.
È proprio così. Avevo la possibilità di andare ma non l'ho fatto perché in questo momento non lo sentivo il mio palco. Soprattutto, non voglio andarci se ho qualcosa da promuovere. Vorrei andarci per i lavoratori, non per fare pubblicità ai miei sold-out. Già uno viene sfruttato tutta la vita, non deve essere sfruttato pure dal cantante che sale sul palco per dire quanti biglietti ha venduto. Una volta al Primo Maggio avevi venti o trenta minuti per fare un discorso e della musica; oggi sono passaggi rapidi, vetrine scrollabili da sette minuti, due canzoni e via. E poi il contesto: ho visto i Litfiba e sotto c'erano ragazzi che aspettavano altro. Come fai a mettere insieme queste cose?
Che vorresti fare?
Mi piacerebbe suonare per la gente gratis a Roma, ma devo fare pace con certe contraddizioni, soprattutto quando ci sono certi main sponsor dell'evento. Se il tema sono i diritti dei lavoratori e poi hai una multinazionale che magari inquina o sfrutta i popoli, diventa una distopia orwelliana che svuota tutto di senso.
È la difficoltà di stare nel mondo di oggi senza starci troppo dentro.
È difficilissimo. Certo, c'è chi come Bad Bunny suona al Super Bowl con sponsor discutibili e vestito Zara, ma porta un messaggio sugli immigrati. Forse quando "scavalli" certi livelli puoi farlo, ma serve una visione.
Con la collaborazione di Vincenzo Nasto