1 Novembre 2015
23:55

La problematica eredità letteraria di Pier Paolo Pasolini, poeta e scrittore

A quarant’anni dalla morte, ecco una disamina di quello che resta dell’enorme produzione letteraria di Pier Paolo Pasolini. Pasolini era uno scrittore bulimico, iper-produttivo e talora imperfetto. Ma ancora oggi critici scrittori e intellettuali del calibro di Walter Siti, Alberto Asor Rosa, Carla Benedetti, discutono del valore della sua opera, problematizzano l’eredità letteraria di una produzione innervata di una esperienza umana e intellettuale di incredibile complessità e di feconda inattualità.
A cura di Luca Marangolo

Il volume di tutte le opere di Pier Paolo Pasolini curato da Walter Siti per i Meridiani Mondadori si apre con giudizi di valore esposti molto sobriamente ma che – assieme all’impianto di insieme della raccolta- non hanno potuto far altro che suscitare le polemiche di alcuni. Siti scrive che “pochi suoi testi hanno vinto il confronto con la storia – pochi si reggono se eliminiamo gran parte del contesto, come bisogna pur fare con i classici”.

Ne esce un ritratto di Pasolini come di uno scrittore bulimico, preso da un senso di onnipotenza e da una frenesia compositiva che lo ha portato a non rinunciare a nessuno dei suoi infiniti progetti letterari e, dunque, in una certa misura, fallimentare.

È questa  proprio la natura quasi eternamente instabile dell’opera di Pasolini, caratterizzata da un non-finito costante; un non-finito non solo dal punto di vista della forma, ma anche, in un certo qual modo, del pensiero stesso che sottende alla scrittura, sempre proiettata verso l’avventura letteraria successiva, sempre in qualche misura succube di un chiasma fra poesia ed esistenza biografica che sembra quasi non permettere al testo scritto totale autonomia.

Se dunque la forma delle opere di Pasolini è così problematica, c’è da chiedersi come inserire il suo gesto poetico nell’alveo quasi sacrale che, per ragioni anche importanti per la cultura italiana, ha la sua figura storica e la sua eredità.

Pasolini, gridava Alberto Moravia ai suoi funerali, era prima di tutto un poeta, e questo status di poeta che cosa vuol per la nostra cultura? In altre parole, oggi,

sono molti a celebrare il carisma di Pasolini, a volte secondo logiche che lui stesso avrebbe rigettato come consumistiche, ma che ruolo ha la sua scrittura, cioè quel che più di ogni altra cosa definiva la sua personalità, in questo mito?

“Immaginate delle scarpe che non si consumano mai, sarebbe un’invenzione rivoluzionaria” diceva Pasolini in un’intervista a Biagi per spiegare la differenza fra un’opera poetica e i beni di consumo. Eppure lui stesso -secondo l’attitudine a lui congeniale della contraddizione- ci ha consegnato una mole di opere enorme non strutturata, che riflette in modo talvolta palese un’inquietudine,  una bramosia ed una sete di linguaggio che si concilierebbero in modo problematico con l’idea di eternità.

Eppure e nonostante tutto ciò, a dispetto di ogni confronto con scrittori stilisticamente più celebrati come Calvino o Montale, la poesia di Pasolini e la sua eredità letteraria hanno un peso culturale centrale: basti pensare al fatto che i maggiori intellettuali Italiani degli ultimi cinquant’anni di fatto vivono ancora oggi un confronto inevitabile con lui.

A cominciare da Alberto Asor Rosa che in una recente intervista a Repubblica ha rievocato la stroncatura che fece delle sue opere, per finire con lo stesso Siti – uno dei maggiori scrittori italiani viventi- che ha dedicato a Pasolini trent’anni della sua vita e non ha mai nascosto la natura problematica del rapporto che ha avuto con lui, né ha mai nascosto lo sforzo che ha fatto per non sovrapporre se stesso all’autore cui ha consacrato i suoi studi.

La nostra ipotesi è che, probabilmente, l’opera letteraria di Pasolini è la testimonianza migliore di quanto sia ingannevole l’idea che si possa separare nettamente la letteratura dalla vita.Non in un senso meramente psicologistico o storico, ma proprio nel senso che pensare che la fortuna di un messaggio letterario e di un’opera possa realmente prescindere dal contesto storico è illusorio come è illusoria l’idea di poter separare la testimonianza letteraria dall’attività culturale, la scrittura dal pensiero e dal ruolo sociale del poeta.

In questa luce nella sua poesia siamo ancora profondamente invischiati perché ne avvertiamo in modo palpabile l’urgenza al di là e attraverso la forma,   perché attraverso la poesia possiamo, in modo – ci si perdoni l’uso di un aggettivo abusato- corporale, avvertire  tangibilmente la forza dell’esperienza nella sua esistenza, così come  possiamo ripercorrere con la dovuta intensità l’evolvere e lo strutturarsi di un percorso intellettuale.

Nei versi delle poesie a Casarsa possiamo avvertire con vigore il progressivo perdersi di un allure creativa e prometeica con cui da subito si manifesta l’ispirazione poetica, siamo in grado avvertire il progressivo subentrare della realtà che preme con vigore contro le pareti dell’immaginazione giovanile, nei versi dedicati alla madre abbiamo l'opportunità di trovarvi riflesso un costante lavorio interiore sulla stessa identità del poeta e sui suoi sensi di colpa, che assumono addirittura una forza mitopoietica (“ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio” scrive Pasolini nella supplica alla madre, alludendo alla sua omosessualità)

Attraverso le elegiache ed a suo modo impietose descrizioni di Roma, anche nelle opere che appaiono talora volontaristiche, possiamo genuinamente toccare

con mano il nucleo semantico profondo della sua ispirazione poetica, inevitabilmente legata al rimpianto, inevitabilmente legata all’idea della bellezza come di qualcosa di ineluttabilmente postumo e perduto sotto le macerie della cultura contemporanea.

Questo nucleo di ispirazione primigenia, che ha trovato le fonti più diverse, dal Vangelo ai luoghi dove ha vissuto, possiamo prenderlo come vogliamo e farne quello che vogliamo. Possiamo vederne il lato più intenso e complesso, possiamo vederne il lato oscuro, violento, problematico e reazionario, possiamo vederne la profonda inattualità, osservando che è proprio questa inattualità ad essere spia del suo valore culturale, possiamo trasformarlo in un’icona ed un prodotto di consumo ma, in definitiva, a prescindere da tutto, ciò che appare importante è per l’appunto quanto questa eredità ci riguardi.

Quanto cioè il confronto con il coacervo di letteratura e vita che rappresentò l’esperienza culturale di Pasolini sia un qualcosa con cui tutti noi ci troviamo ad avere a che fare, dovendo collocarlo all’interno dell’orizzonte della nostra stessa esistenza, all’interno della nostra vita di Italiani, soggetti politici e di consumatori. È per questo che è assolutamente naturale il coinvolgimento interiore di Walter Siti nel curare e commentare le opere di Pasolini, è per questo che dopo cinquant’anni è assolutamente naturale che Alberto Asor Rosa ripensi alla sua stroncatura delle opere di Pasolini.

La sua eredità non sta dunque nel prosieguo della sua ricerca, ma nella problematicità che la presenza della sua opera assume per noi oggi, per la sua distanza.

Tutte queste cose sono forse una testimonianza che la sua eredità letteraria va al di là della qualità e della fattura dei singoli testi, ma va anche al di là della  facile retorica e della santificazione cristologica. Sono proprio il segno che per quanto imperfette e problematiche le sue prove letterarie sono. in modo magari non sempre limpido. invischiate in quello che noi siamo e ancora ci parlano sebbene magari riassunte unicamente dall’unica cosa al mondo che potesse riassumerne tutte le contraddizioni e le storture: Pasolini stesso.

Tutto sommato, dunque, anche questa potrebbe essere una definizione di Classico.

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