Prova a chiedere a Siri nel tuo smartphone come fare per assassinare Trump e comincia a temerne la risposta. Questa paradossale e umoristica situazione (a dispetto di quanto potrebbe sembrare, non vi è alcun incitamento all'odio) corrisponde alla scena iniziale de "Il decoro" (SEM Libri) di David Leavitt, l'autore americano che ama l'Italia e che ha ambientato buona parte del suo ultimo romanzo a Venezia. È il 2016, e Donald Trump è appena stato eletto presidente. Gli Stati Uniti si trovano a dover affrontare un cambiamento epocale, la paura che deriva dall’impossibilità di sentirsi al sicuro nel clima politico che si sta delineando nel paese. Impossibilitata ad avere una risposta (da Siri e dal suo ambiente privato e sociale), Eva parte per Venezia, città immobile nel tempo, dove decide di rifugiarsi lasciandosi alle spalle una realtà che non riconosce e che non le appartiene. Trova una casa e decide di acquistarla. I temi dell'autore di "Eguali amori" e "Un luogo dove non sono mai stato" ci sono tutti, riflessi alla luce del trumpismo e delle paure che esso suscita nei personaggi e nell'alta borghesia americana.

Mr. Leavitt, scrivendo "Il decoro" avrebbe mai immaginato che Venezia potesse diventare la città-fantasma che abbiamo visto tutti durante il lockdown?

Non avevo idea, mentre scrivevo il romanzo, che la Covid-19 fosse in arrivo, tanto meno che avrebbe avuto l'effetto di svuotare Venezia dei turisti per la prima volta in centinaia di anni. Ho scelto Venezia (o far scegliere Venezia da Eva, la protagonista) come il suo luogo di rifugio per la caratteristica ultraterrena della città, la cui facciata costituisce anche la sua vulnerabilità. Infatti, quando ho finito il libro e ho iniziato a lavorare al suo sequel (ancora senza titolo), mi sono trovato sempre più affascinato dalla misura in cui le rappresentazioni letterarie di Venezia – quel luccicante sogno di una città – spesso enfatizzano i suoi aspetti mortali e ultraterreni.

A quali opere in particolare?

Naturalmente il riferimento principale è "Morte a Venezia" di Thomas Mann, ma anche a "Watermark" di Joseph Brodsky o ad "Amicizie profane" di Harold Brodkey. Solo nell'aprile 2020 ho appreso che la parola quarantena è di origine veneziana. Non può essere un caso.

In cosa consiste il "decoro" che dà titolo al nuovo romanzo?

"Il decoro" ha avuto diverse stesure e titoli. Il romanzo traccia una connessione tra due preoccupazioni: da un lato, ci racconta il decoro da un punto di vista, interno, privato, esemplificato nella questione se le stanze in cui viviamo riflettano chi siamo come persone. Dall'altro, c'è l'eterno dilemma morale che i personaggi affrontano mentre cercano di capire come sopravvivere a quella che percepiscono come la peggiore crisi politica che hanno affrontato nella vita. Il decoro ha a che fare con questo dissidio privato-pubblico: "Grace" chiede uno dei personaggi "la vera domanda è: come possiamo vivere le nostre vite?"

La sensazione è che sia un romanzo sugli USA e su cosa voglia dire essere americani, ancor più quando la protagonista decide di fuggire dagli Stati Uniti. Pare che essere americani preveda, più che il far parte di una nazione o di una società, l'essere in movimento.

I miei genitori sono nati e cresciuti a Boston, ma hanno trasferito la nostra famiglia in California quando avevo quattro anni. "Vai a ovest, giovanotto", dicono gli americani. Cerca la tua fortuna a ovest. Trova la libertà a ovest. Questo è quello che hanno fatto i miei genitori. Da loro ho ereditato il desiderio di sfuggire alle mie origini. Motivo per cui l'Oriente è diventato per me ciò che l'Occidente era per i miei genitori. Fin da piccolo il vecchio mondo ha esercitato su di me un grande fascino, come per T. S. Eliot, ho sentito che quello era il mio luogo di elezione. Di conseguenza, non appena sono stato abbastanza maturo da andarmene, ho scelto l'est e da lì ho continuato. Prima sono migrato verso la costa orientale degli Stati Uniti (Connecticut, New York), poi in Inghilterra, poi in Italia, poi in India… Est, Est, Est, il mondo che invecchia sempre più a est!

Così ha finito per tornare indietro. Negli Stati Uniti da cui tutto è partito.

Questa è un'idea che mi ossessiona da anni. Nel romanzo, Jake Lovett – la somiglianza tra il mio nome e il suo è un'altra storia – è un californiano che è andato in Oriente e così facendo ha smarrito il senso di ciò che vuol dire casa. A questo proposito, il romanzo segue la tradizione americana della narrativa bicoastal, di cui il grande maestro è stato Alfred Hayes. Nato a Whitechapel, Londra e cresciuto a New York, Hayes prestò servizio in Italia durante la Seconda guerra mondiale dove ambientò uno dei suoi primi romanzi, "La ragazza sulla via Flaminia". Al suo ritorno a casa iniziò una carriera da sceneggiatore che lo obbligò a trasferirsi a Los Angeles. Dei suoi tre grandi romanzi, uno ("In Love") è ambientato a New York e l'altro ("My Face for the World to See") a Hollywood. Il terzo, "The End of Me", che considero il suo capolavoro, descrive un viaggio dall'Ovest all'Est durante il quale il protagonista deve costruire un ponte tra le coste opposte e distanti della sua vita.

Non possiamo parlare del romanzo senza parlare di Donald Trump, visto che il suo nome appare nella prima frase del libro. Di recente ho letto una sua intervista in cui è stato molto severo nei suoi confronti. Cosa pensi di lui?

Ad essere sincero, in questi giorni cerco il più possibile di non pensare a lui, se non altro per il l mio benessere emotivo. A seconda dei punti di vista, infatti, Trump è un mostro odioso e malvagio, un proto-Hitler, oppure è un uomo che soffre di diverse malattie mentali, la maggior parte delle quali si inserisce sotto l'ombrello del "disturbo narcisistico della personalità". Queste persone sono pericolose perché sono istintivamente portare a ferire gli altri, turbarli, destabilizzarli. La verità è che il mondo è pieno di gente come Donald Trump, solo che nessuno di loro ha un megafono grande come il suo. E poiché non c'è nulla da guadagnare confrontandosi con qualcuno che è così stupido, mal educato e assolutamente incapace di empatia come Trump, la nostra unica scelta, per ora, è concentrare le nostre energie per portarlo fuori dalla Casa Bianca.

Una previsione sulle elezioni presidenziali?

Non lo so. Francamente vorrei che i media prestassero meno attenzione a Trump, dal momento che lui prospera soprattutto grazie a loro. L'attenzione negativa che riceve quotidianamente lo alimenta. Purtroppo i media americani sono per lo più interessati a tenerci incollati ai nostri televisori, quindi anche sulle reti più liberali, come MSNBC, si parla in continuazione di Trump. Onestamente, ci sono momenti in cui sembra che veda più Trump su MSNBC che su Fox. Sull'attuale presidente degli Usa, in ogni caso, nessuno ha detto meglio di Masha Gessen, la scrittrice russo-americana che ha scritto un bel libro su Vladimir Putin. Di recente un intervistatore le ha chiesto dell'ideologia di Trump e lei ha risposto che, come Putin, il presidente non ha un'ideologia. Tutto ciò che lo pervade è solo la fame di potere, sempre più potere, da raggiungere a tutti i costi. Una previsione però sono disposto a farla: se Biden vincerà, il nostro Paese ne uscirà più forte.

Perché?

Per aver superato questi quattro orrendi anni. A differenza degli europei, non avremmo mai sperimentato il vero fascismo. Saremo persone migliori per averne avuto soltanto un assaggio.

Di recente ho letto un'intervista di recente in cui sembra ottimista per la reazione dei giovani negli USA dopo la morte di George Floyd.

Con gli anni ho imparato a non lasciarmi andare troppo in fretta all'ottimismo o alla speranza. Sono contento che l'idea che la polizia americana sia incorruttibile (una nozione espressa dalla televisione) si è rivelata per la menzogna perniciosa che è. Sono anche contento del fatto che i giovani americani siano scesi in strada a protestare. Farà la differenza nel lungo periodo? Non ne ho idea. Se le elezioni si svolgessero oggi, sono fiducioso che Biden vincerebbe. Tuttavia le elezioni non si svolgono oggi ma tra quattro mesi e se abbiamo imparato qualcosa durante l'era Trump, è che i termini della conversazione possono cambiare radicalmente non solo in quattro mesi ma in quattro settimane, quattro giorni, quattro minuti.

E se Biden non dovesse farcela?

Sto già comprando un appartamento a Venezia. Anche il mio nuovo romanzo avrà luogo principalmente, se non del tutto, qui.