Sostanza sulfurea, divinità della Magna Grecia, innovatore pop e reincarnazione buddista: quante etichette abbiamo provato a incollare su Franco Battiato prima che morisse senza riuscire a indovinare quella giusta? D'altronde, un genio così multiforme era impossibile da contenere in poche parole. C'entra quel vulcano di cui è figlio? Quella Sicilia e quel Sud da cui è arrivato per imporsi nella musica italiana in oltre mezzo secolo di bel canto e sperimentazione musicale? Figlio del vulcano, volto d'arabo gentile, un passo al di là dallo Stretto, un altro al di qua nell'orizzonte dove l'isola finisce e la leggenda di Colapesce si trasforma in elettronica, ma soprattutto eclettico assemblatore di idee, valori, suoni, odori, dal misticismo orientale all'ingegneria del suono mitteleuropeo: chi era Franco Battiato non lo sappiamo e non lo sapremo mai davvero. Uno nessuno e centomila. Alla fine si torna sempre lì, alle origini, alla terra, alla Sicilia che offre e toglie, sanguinosa infanzia che non finisce mai di ingannare.

Dal concept album Fetus del 1972, con i riferimenti a Il mondo nuovo di Aldous Huxley, per arrivare al Battiato cantautore, sinfonico, meno aspro, il distacco dall'elettronica, le influenze di Bach e non solo, il ritorno a se stesso, la sintesi pop, i grandi successi anni Ottanta, la strada per assurgere al ruolo di maestro: il derviscio ha sempre trovato una nuova veste con cui mostrarsi nuovo, in bilico tra antico e moderno, sacro e profano, sensuale e cerebrale. Capace di improvvisi colpi di scena. Nel film che lo vide esordire al cinema da regista, Perdutoamor, ad esempio, la nostalgia e la ricerca del sé di solito demandata a danze sufi e alla ricerca spirituale si materializzò invece con la più classica granita alle mandorle siciliana, la madeleine proustiana in salsa isolana. A ciascuno di noi, a ciascuno di coloro che l'hanno amato, restano i versi di brani indimenticabili dalle molteplici ispirazioni,  testi sacri, filosofici, poesie d'amore di una semplicità disarmante, come quella contenuta in una delle sue canzoni più famose, che parla di amore al tempo della guerra: "Sta frevi mi trasi ‘nda lI'ossa, ‘Ccu tuttu ca fora c'è ‘a guerra, Mi sentu stranizza d'amuri… I'amuri".

Se ne è andato a 76 anni, questo filosofo della Magna Grecia, trasformandosi già in vita, tra le voci di malanni e affanni, di una vecchiaia che l'ha punito troppo in fretta, da pensatore dell'antichità in una divinità contemporanea. Uno dei problemi dell'essere italiani è il pensare che un'esperienza artistica come quella di Franco Battiato possa essere data per scontata, che possa ripetersi. Non accadrà. Da oggi e per sempre il pantheon dei grandi farà lode all'inviolato, perché "Degna é la vita di colui che é sveglio, ma ancor di più di chi diventa saggio e alla Sua gioia poi si ricongiunge sia Lode, Lode all'Inviolato."