Imparare a comprendere le mille sfumature del dialetto napoletano non è cosa semplice: si tratta di una lingua talmente vivace da impedire qualsiasi classificazione o studio linguistico definito. Probabilmente anche a causa del fatto che il napoletano, quando parla, non usa soltanto le parole: è caratteristica universalmente riconosciuta quella del “gesticolare”, molto spesso animatamente, durante una conversazione. Ma da dove deriva questa curiosa peculiarità del napoletano? Qual è il significato nascosto dietro ai gesti e, soprattutto, perché solo Napoli conserva ancora questa abitudine?

Un “vocabolario” dei gesti

La gamma di gesti che corredano le conversazioni partenopee è talmente vasta che meriterebbe un “vocabolario” a parte. Si tratta di un tipo di comunicazione molto efficace che funziona per simboli: movimenti o atteggiamenti che da soli o inseriti in un discorso possono voler dire molto più di mille parole. Come nel caso, ad esempio, il tipico gesto del “mannaggia a te”: una mano posta in mezzo ai denti, come a voler frenare la lingua da frasi pericolose o sconvenienti dettate dalla rabbia del momento.

Se invece parlando con qualcuno, costui improvvisamente vi mostra una mano oscillante con tutte le dita unite al pollice rivolte verso l’alto, vuol dire che qualcosa non va: un famoso studioso americano, Morris, ha precisato come tutti i gesti che prevedono la mano a mo’ di borsetta indichino “interrogazione”. Ma in questo caso il significato è inconfondibile anche per i meno esperti: “ma che ‘vvuo?”.

Di certo uno dei gesti più famosi è quello delle “corna”, ma pochi sanno che la sua origine è antichissima e risale ai tempi dei Greci, come vedremo fra poco. Questa simbolica associazione che, nella maggior parte dei casi, serve a precisare la natura fedifraga del compagno altrui, nasce con il mito di Minosse: il re di Creta venne tradito dalla moglie Pasifae, la quale si accoppiò con un toro generando il terribile Minotauro, e il popolo cretese era solito ricordare al marito l’avventura extraconiugale della consorte proprio con il gesto delle corna. Ma perché ancora oggi si utilizza questo tipo di comunicazione?

Un’abitudine che viene dall'antica Grecia

Comunicare con i gesti è una facoltà molto più complessa di quello che si pensa. Si tratta di una capacità che tutti possediamo, soprattutto nell'infanzia: fino all'età di un anno infatti l’essere umano comunica sia con i gesti che con le parole. È la convenzione linguistica, l’apprendimento di determinate regole sociali e di comportamento a farci abbandonare questa pratica: la capacità comunicativa si affina, diviene prerogativa del linguaggio verbale e la gestualità, così carica di significati, si perde.

In alcune culture però, come ad esempio quella meridionale e in particolare a Napoli, tale capacità è stata conservata nel tempo ed è divenuta una delle caratteristiche più spiccate nelle abitudini sociali del popolo: è una peculiarità universalmente riconosciuta, quella che associa il napoletano al “gesticolare”, ed è una caratteristica che a ben guardare viene da molto lontano. A cavallo fra Sette e Ottocento un grande etnologo originario di Procida, Andrea de Jorio, ha rintracciato le origini di questa pratica addirittura nell'antica Grecia e nel rapporto fertile e scambievole fra la cultura ellenistica e quella partenopea.

Per la sua opera più famosa, dal titolo “La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano”, De Jorio parte da una semplice seppur curiosa constatazione: osservando le pitture antiche e le raffigurazioni presenti su vasi e anfore, lo studioso si accorge di quanto le movenze immortalate nella ceramica, i gesti e gli atteggiamenti del corpo, fossero stranamente simili a quelle dei suoi contemporanei ottocenteschi. Che ci fosse un collegamento fra queste due epoche storiche così lontane fra loro?

De Jorio afferma di sì. Esiste una persistenza, radicata a fondo nella cultura e nella capacità comunicativa partenopea, della gestualità che deriva proprio dagli antichi colonizzatori di Parthenope. Il tramite di questa particolarità, il teatro: non è un caso, infatti, che la mimica sia un elemento estremamente enfatizzato dai più grandi artisti napoletani, da Totò a Troisi, quasi a continuare il lavoro degli antichi attori greci e di quelli della commedia dell’arte e delle sceneggiate poi.