Dimartino: “Non volevo passare la vita a inseguire la hit. Dopo Sanremo ero diventato un meme”

È strana la vita artistica di Antonio Dimartino, in arte Dimartino. Un artista che per anni ha navigato – con enorme gusto per chi lo ascoltava – le acque della musica indipendente italiana, finché insieme a Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, è diventato famoso grazie a Sanremo. "Musica leggerissima" prima, e "Splash" dopo, con intermezzi come "Propaganda" insieme a Fabri Fibra e "Toy Boy" con Ornella Vanoni gli hanno regalato una riconoscibilità nazional-popolare. Dopo anni sotto i riflettori, quasi da meme, come dice lui stesso, il cantautore palermitano torna con un nuovo album, "L'improbabile piena dell'Oreto", che segue di sette anni l'ultimo lavoro solista, "Afrodite": nel mezzo due album con Colapesce, i bellissimi "I mortali" e "Lux Eterna Beach". Due album che hanno permesso ai cantautori di sperimentare strade nuove senza mai svilire il proprio cammino. Ma questo disco segna un ritorno alle radici, è folk nell'essenza, cerca la luce negli intramezzi. Continua a porsi domande esistenziali, raccontando una piena emotiva. È folk anche nei suoni, ma dentro ci si trova anche del post rock, noise, insomma, tutto ciò che scava nel profondo perché è questo che Dimartino fa, lontano dalla ricerca della hit, ma con la voglia di cercare "qualcosa di diverso rispetto al pop di oggi", come dice in questa intervista a Fanpage.
Mi sembra un album che nasce da una crisi e l’affronta con un afflato nostalgico; ma non una nostalgia negativa, piuttosto una sorta di rinascita. Mettiamola così.
Sì, io penso che tutti i dischi nascano da una crisi. Almeno quelli veri, sentiti, quelli che pensi abbiano un senso per te in quel preciso momento storico. Sicuramente nasce da una crisi, ma è più una crisi esistenziale, dovuta probabilmente al passare degli anni. In questo periodo ho fatto un grande cambiamento: da Milano sono tornato a vivere a Palermo. Questo è stato lo scenario del disco: non poteva che essere la mia città.
E da lì il fiume Oreto…
Il fiume l'Oreto è un pretesto. La sua "improbabile piena" è un pretesto per parlare di un’altrettanto improbabile piena emotiva personale. La domanda che mi sono fatto è: è ancora possibile, dopo tutti questi anni, raggiungere una piena emotiva? Straripare come essere umano? Da lì è nata l’idea di creare un parallelismo tra il concetto di fiume e queste canzoni che scorrono, che sono unite, senza interruzione, come un flusso unico. Come l'Oreto parte da una fonte pulita e si va sporcando fino a una foce disastrata – perché negli anni del "sacco di Palermo", i Settanta, è stata riempita dai detriti dei palazzoni costruiti dalla mafia – così il fiume viene soffocato, ma in qualche modo spunta ancora. C’è una resistenza. Allo stesso modo mi sono chiesto se, man mano che la vita scorre, si è ancora capaci di emozionarsi e straripare.
Questo ritorno a Palermo mi sembra andare di pari passo con un ritorno al Dimartino solista, sia come scrittura che come atmosfere e riferimenti. C’è Roberto Cammarata, il Sud America: mi sembra che rimettere mano a qualcosa di più personale sia un ritorno non solo fisico.
Assolutamente sì. Scrivere in due è difficile, è difficile far uscire emozioni molto personali. È complicato arrivare in coppia a quel livello di intimità emotiva che hai quando sei da solo; non perché l'altro non sia emotivo, ma proprio per la dinamica a due. Riprendere il filo con "Afrodite", il mio disco del 2019 di ormai sette anni fa, è stato ritornare a una scrittura intima. In questo disco dico cose che quasi mi vergogno a ripetere. È il mio modo di usare il personale per arrivare all’universale. Penso che le canzoni debbano avere questa funzione: il cantautore deve dire cose estremamente personali perché da qualche parte c’è qualcuno che ha pensato la stessa cosa e, ritrovandola, si sente meno solo.
È l’universalità della musica: quando l’ascoltatore dice "sta parlando di me".
Certo, questo non significa semplificare per forza. Una canzone può essere complessa ed essere percepita allo stesso modo da qualcuno. Magari non arriverà a milioni di persone, ma quella nicchia ci si può rispecchiare.
Mi sembra un album "anti-commerciale" nel senso attuale del termine: senza ritornelli canonici, pieno di flusso di coscienza, con poca struttura pop e molto folk, sfumature post-rock… È come se volessi dire: "Questi anni sono stati bellissimi, ma io sono anche questa cosa qui".
C’è anche questa voglia. Ho assecondato il piacere di fare quello che mi piace e i miei ascolti. Sono contento che parli di "folk": per me il folk è musica che nasce dalle radici. Questo è un disco folk perché ripercorre a ritroso un percorso personale. Anche nei suoni e nella registrazione ho assecondato questa idea. L’idea della non-commercialità oggi è complicata. È un disco difficile per il mercato attuale, ne sono cosciente. Non scalerà le classifiche radiofoniche o i palchi mainstream, ma lo trovo giusto. Rivendico il fatto che il mio modo di scrivere è solo mio; è difficile che una mia canzone la possa cantare un altro. Oggi nel pop molti brani sono interscambiabili, nel mio caso perderebbe di significato perché le canzoni si identificano con me stesso.
In questo disco c’è tanto di te. In Gusci vuoti c’è questo passaggio: "I professori prestano i libri solo agli allievi che vanno bene per paura di non averli indietro o semplicemente perché conviene portare avanti solo i migliori. Ed io restavo sempre indietro". Qui c’è chi resta indietro, e spesso i "migliori" sono solo quelli con le condizioni di partenza più favorevoli. Eri uno di quelli che restava indietro?
Sì, come in "Cara maestra abbiamo perso", c’è sempre stata in me questa voglia di mettere in discussione l’autorità dei professori, questa avversione verso le autorità. Non ero scarso a scuola, ma neanche tra i migliori. Ho sempre sofferto il fatto di essere giudicato. Ho ambientato la canzone immaginando degli ex compagni di scuola che si ritrovano dopo vent'anni al funerale di un professore. Si rivedono e fanno il bilancio della vita: chi si è lasciato, chi ha avuto un figlio che ha "disordinato" l'esistenza. Parlo di "gusci vuoti" perché noi non volevamo ritrovarci così; noi i gusci li volevamo pieni. Avevamo tante aspettative. Chi non le ha raggiunte ti guarda facendo un bilancio: "Tu hai realizzato il tuo sogno e io no". Questa canzone, per me, rappresenta quel bilancio che dopo una certa età devi necessariamente fare con chi ha accompagnato la tua adolescenza.
All'inizio dell'album, ne L'oro del fiume, dici: "Mi prenderò l’argento, devo dimenticare lasciar stare l’oro del fiume". Qual è quest'oro che hai dovuto lasciar andare?
Sono gli obiettivi che ci poniamo. Passiamo la vita a cercare di raggiungere un traguardo pensando sia "l'oro", ma intanto ci perdiamo tutto quello che accade nel mentre.
E qual era l'obiettivo a cui aspiravi e che hai mollato?
Gli stadi! No, scherzo. Sono diversi, però io questa canzone l'ho scritta immaginando un cercatore d'oro che a un certo punto dice: "Ma perché sono qui al freddo a cercare l'oro che forse non troverò mai, quando potrei aprirmi un ristorante sul lungomare di Aspra e godermi un altro tipo di vita?". I ragazzi più giovani oggi hanno obiettivi chiarissimi: i soldi, la villa, i Bitcoin. Hanno mete così definite che si perdono il percorso, o arrivano a una frustrazione personale. Lasciare andare l'oro e accontentarsi di un materiale meno prezioso mi sembrava un bel messaggio. Sembrano cose scontate, ma dirle in certi modi può avvicinare le persone.

Una domanda banale: aver raggiunto la popolarità post-Sanremo dopo una lunga carriera indipendente ti ha aiutato a gestire quello che è venuto dopo? Guardando a quel periodo, pensi "meno male che è successo tardi"?
Assolutamente sì. Con Lorenzo (Colapesce) ce lo dicevamo spesso quando ci trovavamo in situazioni mainstream improbabili: lo stiamo affrontando a 37 anni, venendo da anni di concerti davanti a nessuno, soprattutto nei primi anni. Se non avessimo avuto tutti quei "no" e quelle disillusioni, sarebbe stato difficile reggere quel successo quasi "da meme". Per un periodo, con "Musica leggerissima", eravamo meme che camminavano, non potevamo quasi girare per strada. Ma l'ho vissuta con lucidità. Non ho mai pensato che quella dovesse essere la regola. Ti racconto un episodio.
Vai.
Ricordo che in un paese vicino Campobasso i bambini ci inseguivano; abbiamo detto loro: "L'anno prossimo inseguirete un altro, siamo passeggeri, è un'illusione". Un ventenne che vive un successo simile crede che la vita sia quella cosa lì, ma è un'illusione. Arrivarci dopo tanti dischi di insuccesso ci ha aiutati a sopportare il peso e a capire che, quando le luci si abbassano, devi tornare a fare i conti col fatto che sei un cantautore e devi scrivere. Per me questo disco è in linea con tutto: non potevo passare la vita a inseguire la "hit", perché non sono mai stato quello.
Dici "di insuccesso", ma sono album che hanno formato comunque un bel po' di ascoltatori. I fan storici accoglieranno questo album molto bene. Sarà curioso vedere come reagirà chi è abituato alle hit. Hai la percezione che il pubblico di Sanremo vada poi a scavare nel passato?
Il pubblico di Sanremo è spesso un pubblico televisivo: ti riconosce all'aeroporto, vuole la foto, ma non viene necessariamente ai concerti. È un pubblico passeggero, che non si fidelizza: quest'anno è tuo, l'anno prossimo di un altro.
Come quello di un talent.
Sì, in parte. Però sono rimasto stupito perché la gente ha comprato in un giorno i biglietti per i miei concerti, prima ancora che uscissero i pezzi nuovi. Esiste, quindi, un pubblico legato ai vecchi dischi. Li ho definiti "di insuccesso" commercialmente, perché uscivano in un periodo in cui era impensabile passare su Radio Deejay, ma sono stati seminali per l'indie degli anni successivi. Quando uscì "Sarebbe bello" era impensabile andare in radio, e infatti quel disco non ci è andato, però sono stati seminali per tanto indie che si è sviluppato dopo.
Mi sono segnato una frase di "Contemplare il cielo attraverso le dita": "Che cosa me ne faccio di un giorno senza sole, di un'alba rosicata da un livido chiarore se non so più capire il fine, la ragione per cui noi siamo vivi o è solo un’illusione". È un album introspettivo che tocca le domande essenziali: perché siamo vivi? È illusione o realtà?
Alla fine di tutto, progettiamo, compriamo casa, facciamo figli, ci inventiamo un personaggio… ma la domanda resta: "Che cazzo stiamo facendo qua?". È una domanda che si pongono tutti, dai poveri a Trump. Siamo tutti senza risposte, non è che arriva il Papa e ce l'ha. Mi piaceva arrivare all'essenzialità.
E il rapporto con la rabbia che racconti in una canzone?
L'ho immaginata come un cane da addomesticare. La gestione della rabbia è la cosa principale che l'essere umano, in quanto animale, deve imparare. Scrivere "La storia della mia rabbia", che negli anni si è addolcita, è stato importante. Non sono una persona rabbiosa, ma l'ho vista evolversi dall'adolescenza a oggi. Osservare questa evoluzione è un atto primordiale.

Perché hai scelto di chiudere il disco con quella canzone?
Perché per me quella è la "piena". Musicalmente mi piaceva: l'abbiamo registrata "one take" – voce e chitarra, senza click, buona la prima. Poi con Roberto abbiamo costruito un percorso sonoro di sintetizzatori e noise, ma la base è quella. In questo momento storico credo ci sia spazio per dischi inusuali. C'è un appiattimento tale che, anche se la mia musica non ti piace, ti rendi conto che è qualcosa di diverso rispetto al pop di oggi.
Ci vuole un pubblico curioso…
Io credo che se fai un disco vero, la gente arrivi. I riscontri che sto avendo per i primi pezzi pubblicati sono rari: tanta gente mi scrive che aveva voglia di sentire qualcosa di diverso, di non sentire la solita cassa in quattro.
Anche perché voi non siete mai stati percepiti come finti, nemmeno nel momento di massimo successo.
Con Lorenzo siamo stati lucidi a non perdere il focus. Anche "Lux Eterna Beach" conteneva cose che potevano stare in un mio disco o in uno di Colapesce. Siamo stati fedeli a noi stessi.
Un'ultima cosa: quali sono stati i due estremi della tua carriera?
Il punto base è stato un concerto in provincia di Agrigento nel 2007. Con la mia prima band, i Famelica, cantavamo pezzi contro la mafia. Dalla piazza vuota iniziarono ad arrivare pietre sul palco. Abbiamo staccato i jack e siamo scappati in macchina, inseguiti. Il punto più assurdo, invece, è stato trovarsi con Carla Bruni e Sarkozy nel camerino dell'Ariston. Ecco, la vita mi ha messo in questi due posti estremi.