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22 Novembre 2016
21:48

23 novembre 1993: Brusca e la mafia fanno svanire il piccolo Giuseppe Di Matteo nel nulla

Giuseppe aveva solo 12 anni. Fu prelevato da un commando mafioso su ordine di Giovanni Brusca. Tenuto in ostaggio per 779 giorni, l’11 gennaio 1996 fu strangolato e sciolto nell’acido per vendetta trasversale.
A cura di Marcello Ravveduto
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Giovanni Brusca
Giovanni Brusca

Altofonte è un comune dell’area metropolitana palermitana. Solo 12 chilometri lo separano dal capoluogo. In lontananza appare sdraiato alle pendici del monte Moarda, da dove è possibile dominare quel paradiso di colori e odori che si chiama Conca D’Oro. Qui veniva a cacciare la selvaggina Ruggero II. Qui, a Palazzo Vernaci, diversi secoli dopo, dormì per una notte anche Garibaldi, durante la spedizione dei Mille. Qui fu rapito il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, vittima di una vendetta trasversale.

Erano le 16.30 del 23 novembre 1993. Giuseppe aveva solo 12 anni. Si era recato al maneggio di Altofonte quando fu prelevato da un commando mafioso su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato.

Gaspare Spatuzza, tra i rapitori, ha ricordato che si travestirono da poliziotti facendo credere al bambino di poter rivedere il padre, in quel momento sotto protezione e lontano dalla Sicilia. Dalla testimonianza di Spatuzza: «Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. (…) Lui era felice, diceva “Papà mio, amore mio”».

Appena preso fu legato e lasciato nel cassone di un Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. La famiglia lo cercò per giorni, ma il primo dicembre 1993 giunse nella mani della madre un biglietto, con su scritto «Tappaci la bocca», a cui erano allegate due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993. Immediatamente i familiari compresero che era una vendetta contro quell’infame di Santino le cui rivelazioni, su Capaci e l’omicidio dell'esattore Ignazio Salvo, stavano incastrando Brusca, detto U verru (il porco). Il 14 dicembre 1993, Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. In serata le fu recapitato un altro messaggio ancora più chiaro: «Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie».

Giuseppe fu tenuto in ostaggio per 779 giorni, più di due anni, durante i quali i carcerieri torturavano, con biglietti, foto e filmati, i familiari. Il terribile olocausto fu eseguito l'11 gennaio del 1996, il giorno in cui Giovanni Brusca ebbe l'ergastolo per l'omicidio dell'esattore Ignazio Salvo: lo strangolarono e poi sciolsero il cadavere nell'acido. Giuseppe divenne adolescente mentre era prigioniero. Viveva il suo incubo nel buio delle masserie, trasformate in prigioni, di mezza Sicilia. Sfidava quotidianamente la voglia di morire, ma rimase vivo almeno fin quando fu ritenuto utile come arma di ricatto nei confronti del padre "pentito". Ciononostante, dopo un iniziale cedimento psicologico, Santino non si piegò alla minaccia e proseguì a collaborare con la giustizia, provocando l’orribile esecuzione.

Cosa ci insegna la storia di Giuseppe? In primo luogo che l’onore della mafia è solo uno stereotipo folkloristico per renderla accettabile nel panorama culturale italiano e mediterraneo. In secondo luogo svela l’essenza totalitaria di Cosa nostra: si insinua nella società civile corrodendola, deformandola e sostituendola con un ibrido che trasforma i cittadini in sudditi.

Ha scritto Renate Siebert: «Dove regna la mafia si crea una forma societaria che unisce forme di dittatura totalitaria, basate su tecnologie avanzate, a modalità di sudditanza proprie di forme premoderne e feudali di convivenza sociale». Il terrore è l’unico principio di governo esteso in ogni senso: una minaccia costante, non solo agli oppositori, che abbraccia tutta la vita, ignorando la separazione tra sfera pubblica e privata. Un dominio soffocante che non esita a ricorrere, senza pudore e banalmente, al castigo supremo della morte.

Lo stesso tema è affrontato da Roberto Scarpinato che paragona, partendo dalla lezione di Hannah Arendt, nazismo e mafia, accomunati da un’analogia psicosociale. Entrambi sono risposte della dispersione del Sé collettivo: «Il nazismo dà risposta al bisogno di identità e di appartenenza offrendo una super-identità, quella della razza ariana, come in Sicilia Cosa Nostra garantisce una risposta allo stesso bisogno di larghe fasce del popolo offrendo la super-identità di uomo d’onore. Il nazismo offre un progetto di assoggettamento della realtà mediante la costruzione di un nuovo ordine così come Cosa Nostra offre un progetto di dominio e controllo totale della realtà. Il nazismo è il territorio dell’onnipotenza per reazione compensativa al senso di impotenza, così come Cosa Nostra si rivela il territorio dell’onnipotenza del collettivo, rispecchiamento dell’io narcisistico, come compensazione all’impotenza del “nessuno mischiato con il niente” [l’uomo qualunque]».

L’associazione mafia/nazismo sembra ardita, ma le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno rivelato una metodologia dell’annientamento degna dei campi di sterminio. Una violenza sanguinaria e “rupestre” che attrezza, in pieno centro cittadino, la “camera della morte” in cui torturare e sopprimere i traditori e i rinnegati. Uomini mediocri, insensibili, feroci, terribilmente normali che trasformano la morte in un gesto meccanico in «mancanza di pensiero». Una quotidiana banalità del male. Una programmazione “scientifica” della violenza che impone, per calcolo o per vendetta, il “rastrellamento” dei nemici, senza distinzione di sesso ed età, da imprigionare in condizioni disumane e, infine, dopo innumerevoli sevizie, far scomparire dalla faccia della terra con la pratica della “lupara bianca”.

Ha scritto Umberto Santino: «…l’uso di acidi per dissolvere i corpi uccisi… accoppia l’efficacia del mezzo tecnico impiegato con la sua capacità di aggiungere orrore all’amministrazione straordinaria dell’orrore, in modo da scoraggiare qualsiasi risposta degli avversari e infliggere loro una feroce umiliazione, mettendo i corpi dentro sacchi della spazzatura o sciogliendoli e immettendo i residui negli scarichi».

Un disinibito disprezzo della vita provoca un terrore massificato e imprevedibile: chiunque può sparire e non essere più ritrovato, basta un sospetto. Proprio come accadeva durante la dittatura militare in Argentina. Non ci sono più colpevoli e innocenti, ma solo potenziali perseguitati. Questa è la storia di Giuseppe, figlio di mafioso e vittima innocente della mafia.

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