Stanno emergendo numerosi casi di persone asintomatiche che rimangono positive anche per due mesi”. È partendo da questa considerazione che il prof. Andrea Crisanti, Direttore del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova e del Laboratorio di Virologia e Microbiologia dell’Università AO di Padova, il virologo che ha salvato il Veneto guidando la Regione fuori dall’emergenza coronavirus, ha risposto alle domande dei giornalisti delle principali testate nazionali in una conferenza stampa via Zoom. La chiacchierata ha toccato diversi temi, da quello relativo ai soggetti asintomatici e il loro riconoscimento che, specialmente in questa fase 2 dell’emergenza coronavirus, rappresenta una delle principali sfide, alle diverse strategie ma anche errori commessi dallo scoppio dell’epidemia, compresi quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Noi di Fanpage.it c’eravamo. E questi sono i principali aspetti che sono stati trattati.

Allora professore, cosa sappiamo sui tempi della negativizzazione?

Dall’osservazione dei casi, sia in ospedale sia attraverso l’analisi virologica condotta a Vo’ euganeo a distanza di due mesi dal primo contagio, sono emersi numerosi casi di persone asintomatiche che rimangono positive per molto tempo, anche due mesi. La scienza non ha ancora una risposta ma possiamo dire che, in genere, gli anticorpi neutralizzanti si trovano in alta concentrazione soltanto nelle persone che hanno avuto una grossa sintomatologia, mentre negli asintomatici questa concentrazione è molto bassa, se non assente.

Manca una spiegazione scientifica ma, al momento, possiamo dedurre che molto probabilmente gli asintomatici combattono la malattia in maniera diversa, nel senso che il sistema immunitario gioca un ruolo minore, forse perché il virus non riesce ad attaccare le cellule o forse perché, dal punto di vista genetico, queste cellule hanno qualcosa di leggermente diverso. Per quanto riguarda invece il tempo di permanenza del virus nell’organismo, che in termini medici si chiama latenza, possiamo dire che esistono numerosi agenti patogeni con cui l’organismo convive per lunghi periodi ma non abbiamo nessun dato per stabilire se ci troviamo nella stessa situazione. Dovesse rivelarsi che questo virus è in grado di persistere per molto tempo in alcuni individui, dovremmo capire le ragioni di questa latenza.

La sua strategia sui tamponi è risultata vincente a Vo’ Euganeo. Pensa sia possibile replicarla in un contesto nazionale?

È stata una strategia vincente a Vo’ che ha ispirato tutta l'azione successiva del Veneto. Da quel momento in poi, la Regione ha capito l'importanza dei tamponi non soltanto come strumento di diagnosi ma anche di sorveglianza attiva, per cui tutte le persone che avevano in qualche modo avuto contatti con persone infette sono state testate, permettendo di identificare chi trasmetteva l’infezione. La stessa esperienza ha orientato tutta l'azione dell’ospedale di Padova nel prevenire che l’ospedale stesso diventasse un focolaio di infezione e diffusione, com’è invece accaduto ad Alzano Lombardo, dove il virus ha praticamente distrutto l’intera provincia.

Abbiamo fatto in modo che il virus non entrasse nell’ospedale e, una volta entrato, non uscisse. E poi abbiamo fatto una capillare sorveglianza del territorio, facendo in modo che qualsiasi persona che, per qualche motivo, sfuggita alla linea di territoriale ma con il sospetto di essere entrata in contatto con una persona infetta, si potesse presentare in ospedale per fare il tampone. Su 200mila abitanti, abbiamo fatto 140mila tamponi e, se guardiamo oggi i dati, è evidente che questo ha avuto un impatto sulla decrescita della curva d’infezione del Veneto.

In questo senso, ha lanciato un appello che promuove una campagna di tamponi di massa. Di cosa di tratta?

È un appello che comprende sia aspetti di carattere operativo nazionale, sia di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e del mondo della politica affinché si tengano pronti per due fasi fondamentali: la prima è quella partita con la riapertura, in cui le misure di restrizione vengono gradualmente rimosse, che si accompagna a un aumento della trasmissione del virus seppur mitigata dalle condizioni ambientali di clima favorevole che pare abbia un impatto sulla trasmissione; la seconda ha lo scopo di non farci trovare impreparati ad ottobre e novembre, perché sarà in autunno che avverrà la vera sfida.

Cosa ne pensa dei vaccini in sperimentazione?

Credo sia assolutamente doveroso investire in vaccini perché si sono dimostrati lo strumento più efficace in termini di costi e implementazione per combattere una malattia infettiva. Va però anche detto che non sempre è possibile sviluppare vaccini contro tutte le malattie infettive. Ad esempio, non abbiamo un vaccino contro l’HIV, non siamo riusciti trovarlo contro l’epatite C e la malaria. Abbiamo un vaccino contro la tubercolosi che è vecchio di 50 anni, che nessuno è mai riuscito a migliorare e ha notevoli problemi. In questi termini, le grandi aspettative nello sviluppo di un vaccino mi preoccupano, perché non c’è la consapevolezza che lo sviluppo stesso è molto difficile e, mi dispiace dirlo, non necessariamente coronato dal successo.

Sarebbe quindi più utile la tracciabilità di massa?

Come il vaccino, non saprei dire se avremo mai la tracciabilità di massa, una soluzione tecnologica che ci fa entrare in un discorso diverso circa la sua implementazione e su quali saranno le garanzie che daremo ai cittadini, aprendo quindi implicazioni politiche e tecnologiche molto complesse. Al momento non sappiamo come funzionerà l’app “Immuni” ma posso dire che nutro dei dubbi perché, da quanto ci viene detto, dovrà aderire almeno il 60% della popolazione. Ammesso che questa percentuale aderisca, dal momento che si stima che una persona abbia il 36% di probabilità di intercettarne un’altra, quindi un terzo, e che il numero di casi diagnosticati oggi è limitato soltanto a quelli in ospedale, che sono probabilmente un quarto o forse quinto del 36%, un’app di questo genere non ha molto senso.

Come giudica l’operato dell’OMS?

In questa pandemia, l’OMS ha sbagliato tutto lo sbagliabile perché si è completamente affidata ai dati forniti dalla Cina che è un Paese in cui la trasparenza non è un valore. Ma soprattutto, mi piacerebbe sapere che cosa hanno analizzato e ispezionato gli esperti dell’OMS quando sono andati in Cina. Credo che questa sarà una delle questioni alla quale l’OMS sarà chiamata a rispondere. Sono quindi d'accordo con coloro che ipotizzano che la posizione dell’OMS sia stata influenzata da considerazioni geopolitiche più che di sanità pubblica di interesse mondiale.

Cosa può dirci dei test sierologici che partiranno in Italia?

Potrò esprimere un giudizio nel momento in cui ci saranno dei dati, cioè quando sarà possibile testare lo stesso numero di individui con diversi test per verificare se effettivamente si evidenziano gli stessi anticorpi. Servirà poi valutare che utilità hanno. Quei pochi test che personalmente ho utilizzato non hanno funzionato bene, nel senso che non mettevamo in evidenza le immunoglobuline G, oppure mettevano in evidenza soltanto una frazione, per cui non era esattamente chiaro chi aveva già contratto l’infezione.

Che ruolo hanno i giovani in questa epidemia? E i bambini?

Contrariamente da quanto si pensa, non sono le persone anziane a trasmettere la malattia. Sono purtroppo i giovani, perché hanno più contatti e perché spesso manifestano l’infezione in maniera asintomatica. Sono dunque inconsapevoli e, di fatto, sono quindi le persone che possono potenzialmente mettere più a rischio la società. Riguardo invece ai bambini, secondo la nostra esperienza, non si ammalano e non si infettano neanche in presenza di adulti vicini che sono infetti. A Vo’, ad esempio, abbiamo visto che su 257 bambini da 1 a 10 anni non c'era nessun infetto nonostante circa una ventina vivesse in abitazioni con persone infette. Non è una regola generale assoluta, perché purtroppo qualche bambino si infetta, ma l’esperienza ci dice che un bambino infetto difficilmente trasmette l’infezione ad altri bambini. Il problema, più che altro, è come gestire il bambino infetto, come identificarlo e come fare affinché non infetti gli adulti.

In questi giorni si parla molto di plasmaterapia, qual è la sua opinione?

Sembra che si stia parlando della più grande novità del mondo ma in realtà l'immunoterapia in Italia si fa quotidianamente da 50-60 anni. È quella che ad esempio si attua quando ci si taglia e si mettono i punti: per prima cosa si fanno la vaccinazione antitetanica e l'emoglobina contro il tetano, cioè le immunoglobuline contro il tetano, che non sono altro che gli altri anticorpi prelevati da altre persone che sono state immunizzate col tetano. La stessa cosa avviene nel caso in cui una persona venga morsa da un cane rabbioso: come prima cosa si fanno le immunoglobuline e vaccino contro la rabbia.

Nel caso specifico dei pazienti con Covid-19, dal momento che serve tempo per sviluppare le immunoglobuline e non abbiamo la capacità di produrle, si ricorre alla sostanza madre, che in questo caso il plasma, ovvero il siero che contiene queste immunoglobuline. Non c'è quindi nulla di nuovo. Detto questo, ci sono problematiche relative alla somministrazione, perché il donatore deve aver sviluppato anticorpi e questi anticorpi devono essere nella concentrazione in grado di bloccare il virus in sistemi in vitro, cioè di bloccare l'infettività nelle cellule, oltre a verificare che questi campioni non contengano altri patogeni. E questa è una procedura che non è alla portata di tutti gli ospedali e quindi scalabile per poter essere messa a disposizione di tutti.

Quando finirà questa emergenza?

Questo proprio non lo so e non lo posso dire. Dipenderà da tanti fattori, dal nostro comportamento, dalle capacità di risposta del Governo e del Sistema sanitario, dalle condizioni atmosferiche… ci sono talmente tante variabili in gioco che penso che chiunque faccia una predizione, metta a rischio la propria reputazione.

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