Un anno senza Papa Francesco, Andrea Riccardi: “Ha cambiato il mondo, ma nella Chiesa c’è chi l’ha ostacolato”

A un anno dalla morte di Papa Francesco, il mondo che sembra aver dimenticato la parola "pace". Mentre i conflitti si moltiplicano e la "guerra mondiale a pezzi" denunciata da Bergoglio sembra ormai un unico mosaico, la Chiesa di Leone XIV si trova a dover fronteggiare sfide immani in un clima di gelo diplomatico: il recente scontro con la Casa Bianca di Donald Trump ha acceso i riflettori su un papato che non intende fare sconti sulla difesa dei diritti umani e della convivenza tra i popoli, e che non ha nessun timore reverenziale neppure verso i cosiddetti "grandi" della terra.
Ma quanto di questo coraggio affonda le radici nella lezione di Francesco? Fanpage.it ne ha parlato con il professor Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che per noi ha tracciato un filo rosso tra i due pontificati: con lui abbiamo scavato nelle pieghe di una transizione che sembra muoversi tra la continuità spirituale e le nuove sfide diplomatiche, dal rapporto con le grandi potenze ai viaggi nelle terre dimenticate dell'Africa.
Professor Riccardi, a un anno dalla scomparsa di Papa Francesco è tempo di bilanci. Nel 2013 Bergoglio ereditò una Chiesa segnata dalle dimissioni di Benedetto XVI. Dodici anni dopo, che eredità ha lasciato al suo successore?
Nel 2013 Papa Francesco ha raccolto una Chiesa che si sentiva profondamente in difficoltà, quasi ripiegata su se stessa. Le dimissioni di Ratzinger non furono solo un atto individuale, ma la somatizzazione, la concretizzazione di quel disagio. L'impatto di Francesco, specialmente nei primi anni, è stato dirompente, perché Bergoglio ha avuto la capacità di innescare una dinamica nuova. Il suo documento programmatico, l’Evangelii Gaudium, delineava una "Chiesa in uscita", una Chiesa in missione che non avesse paura di sporcarsi le mani con la realtà del mondo globale. Tuttavia, dobbiamo essere onesti: quel documento non è stato recepito pienamente. C’è stata una resistenza sorda, una difficoltà ad accogliere quel cambiamento. È significativo che oggi il suo successore, Leone XIV, senta il bisogno di riproporre proprio quel testo alla discussione del prossimo Concistoro: segno che la "svolta" di Francesco è un cantiere ancora aperto.

Eppure, parte del Clero non ha mai nascosto una certa insofferenza verso lo stile di Bergoglio. Perché Francesco è stato un Papa così "divisivo" per l'istituzione ecclesiastica?
Le resistenze sono state di vario tipo. C’è stata una resistenza di inerzia, quella di chi considerava l'invito alla missione quasi come uno dei tanti slogan passeggeri. Ma c’è stato anche un attrito più profondo legato alla sua identità: Francesco è stato un Papa gesuita e francescano allo stesso tempo. Ha rimesso il Vangelo al centro, e da lì ha fatto derivare tutto il resto: l’attenzione ai poveri, l'impegno contro la guerra, l'armonia con il Creato. Per alcuni settori della Chiesa, questo spostamento dell'asse dalla dottrina pura alla prassi evangelica radicale è stato difficile da digerire.
Migrazioni, crisi climatica, la "guerra mondiale a pezzi". Francesco ha parlato al mondo, non solo ai cattolici. Qual è stata la sua intuizione più grande in questi ambiti?
L'intuizione è stata quella di leggere la complessità della "città globale". Ha capito che la pace, i migranti e l'ambiente non sono temi separati, ma facce della stessa crisi.
Oggi sul soglio di Pietro siede Leone XIV. Quali sono i primi elementi gli continuità e quelli di discontinuità rispetto al pontificato di Bergoglio?
Bisogna considerare che Leone XIV si è insediato in un anno cruciale, il Giubileo del 2025, ereditando un programma già tracciato da Francesco. Ha onorato quel percorso, ma concluso l’anno santo ha mostrato subito la sua cifra personale: un grande desiderio di viaggiare e di incontrare. Le differenze sono figlie della storia personale: Francesco era il Papa argentino, figlio delle periferie del Sudamerica; Leone XIV è un "uomo globale", con una vasta esperienza internazionale. Ma nonostante gli accenti diversi, la continuità è profonda sulla centralità dei poveri e sulla pace.
A proposito di pace, abbiamo assistito di recente a un duro scontro a distanza tra il nuovo Papa e il Presidente Trump, dopo un discorso molto forte di Leone XIV durante una veglia pasquale.
È stato un momento di grande tensione: le parole del Papa hanno infastidito la Casa Bianca, provocando una reazione piccata di Trump. Leone XIV però ha dimostrato fermezza: la Chiesa deve testimoniare la pace, senza sconti. Ma la cosa interessante è che, dopo lo scontro, il Papa non ha cercato la polemica frontale. È andato in Africa, tra le folle del Camerun, dell'Algeria e dell'Angola, dove è stato accolto e, mi passi il termine, "benedetto" dal popolo dei fedeli. Lì si è vista la vera natura della Chiesa: non una forza politica, ma una "forza debole", quella della sua parola e della sua gente.
È questo il futuro della Chiesa, specialmente in continenti come l'Africa?
Sì, esattamente. La Chiesa africana è una Chiesa di povera gente, carica di problemi, ma con una vitalità straordinaria. È una "Chiesa di popolo". E non è un caso che in mezzo a quel popolo Leone XIV sia voluto andare.