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Più diversità in passerella, ma il corpo ideale non è cambiato in 25 anni: la ricerca di PNAS sugli standard di bellezza

Esaminando 793.199 immagini degli ultimi 25 anni tratte da sfilate e copertine, uno studio ha confermato che l’ideale della magrezza non è mai passato di moda.
Ashley Graham sfila per Dolce&Gabbana
Ashley Graham sfila per Dolce&Gabbana

Eravamo abituati a veder sfilare in passerella modelle tutte rigorosamente uguali: gli Angeli di Victoria's Secret erano l'ideale di perfezione più ambito, quello a cui aspirare per rientrare nella categoria del bello, strettamente connessa al concetto di magrezza. Qualcosa è cambiato quando donne di fisicità diverse da quelle standard hanno cominciato a reclamare il loro posto nel mondo della moda, per dare davvero una rappresentazione realistica dei corpi delle donne, così diversi da quelli degli Angeli, per sottrarsi alla sudditanza della taglia 40.

Sui social si è cominciato a parlare di body positivity e il movimento ha fatto subito presa: è stata una liberazione, è stato un modo per svincolarsi da certi canoni e mostrare qualcosa di diverso, dando dignità anche ai corpi non conformi. Dopo il boom delle modelle curvy in passerella, il fenomeno è andato scemando: si è trattato solo di una moda passeggera a quanto pare, l'egemonia della taglia 40 non se ne è mai andata davvero. Basti vedere il recente boom di Ozempic tra le celebrities, il ritorno di corpi esili da ottenere a tutti i costi, anche assumendo farmaci.

Ashley Graham sfila per Dolce&Gabbana
Ashley Graham sfila per Dolce&Gabbana

Ulteriore conferma arriva da uno studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) intitolato "Evoluzione culturale degli standard di bellezza", realizzato da Louis Boucherie, Sagar Kumar, Katharina Ledebur, August Lohse e Karolina Sliwa e concentrato principalmente sull'immaginario della moda femminile. Benché negli anni il fashion system si sia aperto a nuove fisicità e abbia mostrato corpi più variegati in passerella, l'ideale di bellezza non è cambiato negli ultimi 25 anni. È stato un cambiamento superficiale, di facciata. La rappresentazione ampliata non ha scalfito idee che si stanno confermando davvero dure a morire: in primis l'equazione bello=magro, che resiste come unico modello possibile.

Paloma Elsesser sfila per Victoria’s Secret
Paloma Elsesser sfila per Victoria’s Secret

L'analisi dei ricercatori si è svolta su larga scala esaminando 793.199 immagini dal 2000 al 2024, tratte da sfilate di moda, pubblicità, copertine di riviste e articoli di moda. Gli studiosi hanno quindi tracciato l'evoluzione delle dimensioni corporee delle modelle nel tempo. La verità è che la diversità è aumentata grazie all'inclusione di un piccolo numero di modelle plus size, ma è stato evidenziato che il corpo tipico della modella è rimasto notevolmente invariato. Non solo: le taglie forti restano comunque più minute rispetto alla donna americana media, della taglia media statunitense. In altre parole, anche quelle definite "taglie forti" sono, in media, più magre della tipica donna adulta della popolazione generale.

Bella Hadid sfila per Saint Laurent
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La ricerca si è soffermata anche su un altro standard: il colore della pelle. L'analisi è stata condotta facendo una macro suddivisione: modelle bianche, modelle non bianche, definita un metodo approssimativo ma coerente. Ebbene: la rappresentazione etnica nell'immaginario della moda è cambiata notevolmente nell'arco di 25 anni. La percentuale di modelle identificate come non bianche è passata dal 13% nel 2011 a oltre il 40% negli ultimi anni, secondo l'analisi.

Emily Ratajkowski sfila per Gucci
Emily Ratajkowski sfila per Gucci

Le due dimensioni della diversità, la taglia e l'etnia, si sono rivelate strettamente correlate, perché una modella plus size ha 4,5 volte più probabilità di essere non bianca. Ciò significa che la diversificazione è simbolica: l'industria soddisfa le esigenze di rappresentazione concentrandole su individui già marginalizzati, anziché cambiare chi viene considerato un modello ideale. Inoltre l'evoluzione del settore è eterogenea: mentre i marchi di alto prestigio presentano sia le modelle più magre sia una quota maggiore di modelle plus size, non fanno altrettanto quelli meno prestigiosi.

Vittoria Ceretti sfila per Isabel Marant
Vittoria Ceretti sfila per Isabel Marant

I ricercatori sottolineano che l'esposizione a ideali di bellezza corporea restrittivi è stata ripetutamente collegata, in meta-analisi condotte su diversi generi ed età, all'insoddisfazione per il proprio corpo, ai disturbi alimentari e al disagio psicologico. Su questo, le istituzioni col loro operato hanno una responsabilità: hanno in mano un grande potere, possono manipolare lo standard estetico, la visibilità della diversità. E a tal proposito, entra in gioco il requisito numerico minimo di indice di massa corporea (BMI) imposto alla Settimana della Moda di Milano: è stato introdotto il divieto per le modelle con un indice di massa corporea inferiore a 18,5. Ciò non trova riscontro in Francia. Risultato? A Milano si è registrata una netta riduzione del numero di modelle estremamente magre, cosa che non si è verificata nell'altro Paese, che richiede alle Fashion Week la sola certificazione medica, senza bisogno di specificare il BMI.

Precious Lee sfila per Lanvin
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Ciò che viene fuori, nel complesso, è un paradosso al centro della cultura della moda contemporanea. Perché se da un lato la rappresentazione si è ampliata e la diversità è aumentata in modo visibile, di base ciò che viene considerato un corpo ideale resiste al cambiamento. Questo significa che la sola inclusione non è sufficiente a rimodellare gli standard: serve un cambiamento culturale molto più ampio.

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