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Effetto Ozempic, da Hollywood alla moda: tornano le taglie piccole e tramonta la body positivity

Il boom di Ozempic degli ultimi anni cambia gli standard estetici e rivoluziona la moda: più taglie piccole, meno inclusività e ritorno alla magrezza estrema. Un nuovo equilibrio tra rappresentazione e industria sembra essere ancora una volta troppo lontano.
A cura di Elisa Capitani
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Il mondo della moda sta attraversando un nuovo cambiamento, rapido e per molti versi inatteso. Dopo anni in cui la body positivity sembrava aver ridefinito immaginari, campagne e passerelle, riportando al centro corpi diversi per forme e taglie, qualcosa sta cambiando di nuovo. L’ascesa di farmaci come l’Ozempic sta incidendo non solo sulle abitudini individuali, ma anche sull’idea stessa di bellezza. E, come spesso accade, l’industria della moda e dell’abbigliamento si sta adeguando rapidamente, modificando produzione, taglie e stili.

La cultura dell’Ozempic e il ritorno della magrezza

Nati per il trattamento del diabete di tipo 2, i farmaci GLP-1 come Ozempic o Wegovy sono diventati in breve tempo strumenti molto diffusi per la perdita di peso. La loro popolarità è esplosa partendo soprattutto dagli ambienti di Hollywood, contribuendo a ridefinire gli standard estetici tra celebrità e influencer. Secondo diverse analisi, non si tratta di una semplice moda passeggera ma di un cambiamento culturale profondo, che incide sull’identità e quindi anche sullo stile delle persone. Per chi perde peso rapidamente, infatti, il guardaroba viene spesso completamente rinnovato, complice anche la nuova immagine che le persone vedono allo specchio. Questo ha effetti diretti inevitabilmente anche sull’industria stessa, che si trova a rispondere a nuove esigenze. Ma cosa più importante, cresce il timore di una regressione rispetto ai progressi degli ultimi anni: il modello dominante sembra riavvicinarsi a un’estetica della magrezza estrema che richiama quella della heroin chic degli anni ’90, mettendo in discussione i principi inclusivi promossi dalla body positivity.

Un cambiamento strutturale nel settore abbigliamento

Le conseguenze sono già visibili nella struttura produttiva dei brand. Se fino a poco tempo fa la distribuzione delle taglie nei negozi seguiva lo schema equilibrato 1-2-2-1 (una S, due M, due L e una XL), oggi si osserva un’inversione: più spazio alle taglie piccole, meno alle grandi. Il nuovo modello 2-2-1-1 segnala una domanda crescente di S e M, a discapito di L e XL. Questo spostamento comporta anche un problema concreto: molti capi prodotti in taglie più grandi restano invenduti, generando uno spreco massiccio di risorse e perdite per le aziende. Allo stesso tempo, aumenta la richiesta di abiti che valorizzino corpi più snelli, con silhouette aderenti, tagli cut-out e linee che enfatizzano la figura. Si registra inoltre un aumento dell’abbigliamento athleisure, con outfit sportivi pensati per essere indossati anche nel tempo libero. Non è solo una questione estetica, ma un riflesso di uno stile di vita sempre più orientato alla performance e al controllo del corpo.

Oltre Hollywood, verso una body neutrality

Il rischio più importante, però, è che la moda torni a essere guidata quasi esclusivamente da modelli imposti dall’alto, in particolare dall’influenza di Hollywood. Un ritorno a standard rigidi e poco inclusivi potrebbe cancellare anni di progressi nella rappresentazione dei corpi. Per questo, sempre più voci nel settore invitano a spostare il focus dalla body positivity alla body neutrality: non più celebrazione obbligata di ogni corpo, ma nemmeno imposizione di un ideale unico. L’obiettivo diventa normalizzare la diversità, senza trasformarla in tendenza o marketing. In questo scenario, la moda ha davanti a sé una scelta cruciale. Può inseguire ancora una volta un ideale di magrezza dominante, oppure contribuire a costruire un sistema più equilibrato, capace di adattarsi ai corpi reali senza rincorrere ciclicamente nuovi standard di finta perfezione.

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