Quadro blu di Klein venduto per 281 mila euro, Ballario: “Non rappresenta niente, è la sua ricerca di infinito”

Per Yves Klein il colore è tutto: diventa un'entità viva a sé stante, autonoma, che si stacca dalla tela, invade lo spazio, avvolge completamente lo spettatore. L'esperienza di osservazione è un rito in cui i confini fisici si sfumano e l'immateriale diventa materiale, purezza assoluta, in un'immersione sensoriale totalizzante. L'immateriale si fa più tangibile, come se i confini e le distanze tra l'opera e il corpo si dissolvessero. La poetica dell'artista si esprime appieno nei suoi dipinti monocromi: più di mille tavole in sette anni. Nonostante abbia lavorato su più nuance, era il blu quella che più di tutte gli consentiva di esprimersi. Basti pensare che diede vita a una nuance brevettata che porta il suo nome: International Klein Blue (IKB, =PB29, =CI 77007). Era a suo dire il blu perfetto, quello capace di evocare l'infinito. La sua ambizione, nel lavorare la materia cromatica, era proprio spingersi verso l'infinito, superare il vuoto, che lui associava invece al colore bianco. Monochrome bleu sans titre (IKB 323) è la perfetta sintesi di tutto questo: l'opera eseguita nel 1959 era la sua porta verso l'infinito, la sua proiezione verso un'altra dimensione. L'opera è stata venduta da Sotheby's Milano il 27 maggio. L'asta ha totalizzato 11 milioni di euro, superando la stima massima pre-asta. Monochrome bleu sans titre (IKB 323) è stato aggiudicato per 281.600 euro (partendo da una stima di 180.000 – 250.000 euro). Nicolas Ballario a Fanpage.it ha spiegato cosa si nasconde dietro questo numero e il motivo del valore dell'opera. È solo una tela blu? A chi dice "Potevo farla anch'io" lui risponde: "Perché non l'hai fatto allora?".
Perché per Klein è così importante l'uso del colore?
A me viene da pensare che nella sua arte in qualche modo ci sia un riferimento alla realtà che noi affrontiamo tutti i giorni. La realtà di tutti i giorni è una questione mentale: dipende tutto da come noi vogliamo vedere le cose. La fisica ce lo insegna: le cose esistono solo in rapporto al fatto che noi le stiamo guardando, perché altrimenti sarebbero un'altra cosa. Ecco: credo che Klein sia un artista che è riuscito a mettere insieme l'infinito, il misticismo, la scienza tutto in un colore solo, in cui inglobava il mondo in un'idea quasi totale.
E questo colore è il blu. Come mai lo aveva scelto come assoluto protagonista?
L'idea centrale di Klein era che l'arte in qualche modo dovesse diventare completamente un'esperienza mentale e spirituale. Doveva anzi diventare un'esperienza quasi cosmica. Per questo è arrivato a quei monocromi blu, quelle tele completamente blu, di un blu molto intenso. Voleva che lo spettatore in qualche modo entrasse nel colore, come se dovesse entrare dentro uno spazio infinito: e il colore dell'infinito è il blu, perché è il colore del cielo, è il colore che vediamo tutti i giorni e dentro cui abitiamo. Klein era anche un'appassionato di filosofie orientali. Ricordo che ha parlato di un musicista in India che aveva fatto per tutta la vita la ricerca su una nota sola. Quando la moglie lo rimproverava, gli diceva: "Ma cosa fai? Usi sempre la stessa nota. I tuoi colleghi usano tante note e stanno facendo un sacco di soldi". E lui rispondeva: "Non è mica colpa mia se i i miei colleghi non hanno ancora trovato la nota perfetta". Ecco, lui invece aveva trovato il blu perfetto. In quel colore lui faceva anche sparire gli oggetti, i corpi perché non dipingeva solo su tela: in qualche modo così annullava gli oggetti, li faceva diventare un tutto astratto.
Ci sono affinità o differenza con Rothko, che ugualmente fa un uso del colore totalizzante? Il suo quadro tutto rosso è stato di recente venduto addirittura per 85 milioni.
Klein ha delle particolarità e ci sono dei punti di vista comuni con Rothko: sono vissuti nello stesso periodo, sicuramente si conoscevano. Il blu di Klein alla fine non rappresenta niente, esattamente come per Rotko, che ammetteva di non voler rappresentare niente. Però Klein aveva un'esperienza più performativa rispetto a Rothko. Klein per esempio "usava" le donne: le cospargeva di blu e poi queste donne imprimevano il proprio corpo sulla tela. Era un'azione performativa vera e propria, con tanto di musica. In una delle sue performance più famose si fece fotografare mentre mentre saltava nel vuoto: si stava consegnando al vuoto, si stava consegnando all'infinito con quel gesto. E lui alla fine nella sua arte ha fatto questo per tutta la vita.
"Che ci vuole, io posso farlo uguale": è un po' lo stereotipo quando ci si trova davanti a opere come questa. Se io prendo il colore blu e una tela, posso davvero farlo uguale?
Lo puoi fare, ma l'arte è un'altra cosa. Se ci pensi, oggi basta una macchina per rifare la Gioconda. Oggi abbiamo gli strumenti tecnici per rifare tutto, ma l'arte vera porta con sé un pezzo di storia e un pezzo di umanità. Quindi a chi dice "Lo potevo fare anch'io" rispondo: "Perché non l'hai fatto allora?". Lo potevi fare anche tu, ma non come l'ha fatto lui, perché magari un quadro tutto blu fatto da me non significa niente, un quadro tutto blu fatto da Klein invece si inserisce in un discorso di profondità, di meditazione che non può essere replicabile.