Pietro Terzini dalle scritte virali sui social ai musei: “Me le copiano tanti, artista non è solo chi usa il pennello”

Tre anni fa in cima alla Torre Velasca di Milano è comparsa una scritta luminosa: "What do you really want?", che occupava due facciate dell'edificio. Era un'installazione di Pietro Terzini, artista e designer italiano i cui lavori sono stati esposti in Europa, negli Stati Uniti e negli Emirati Arabi. In poco tempo si è conquistato un posto di spicco nel settore dell'arte: merito di creatività, inventiva, voglia di comunicare ed esprimersi, ma a modo suo, con un'estetica estremamente pop, colorata e accattivante. Le frasi motivazionali, le espressioni ironiche, le dediche d'amore sono il pane quotidiano con cui lavora, con cui plasma il suo modo di vedere il mondo e con cui entra in connessione col prossimo. Dall'altra parte, chi osserva le sue creazioni trova uno specchio in cui riflettere se stesso, il proprio sentire; trova emozioni e sentimenti universali, che a volte nemmeno riesce a esprimere. E qui si insinua lui, che dà voce a questo mondo interiore a volte celato o taciuto, ma che ci riguarda tutti, che ci rende tutti uguali. Lo dimostra il fatto che la quotidianità, la sua stessa vita, le sue esperienze siano la fonte d'ispirazione primaria: di base ci sono verità e autenticità a muoverlo. Ed è questo a fare la differenza, a renderlo diverso da chi è venuto dopo. Perché 10 anni fa, quando ha cominciato con le "scrittine" a farle c'era solo lui; adesso i social ne sono invasi, ma non tutti sono mossi dalla sua stessa scintilla. A Fanpage.it, il designer ha spiegato che per tanti è questione di trend, di monetizzazione facile. Per lui, dietro c'è molto di più: c'è un progetto iniziato come salto nel buio, proseguito come estensione della propria vita. E a chi ancora gli rinfaccia di fare "solo delle scrittine", risponde candidamente di sì! È così e lo rivendica con orgoglio, perché è ciò che lo rappresenta, è quello che fa davvero: ma col cuore e in modo sensato.

Innanzitutto come ti sei avvicinato al mondo dell'arte?
Già all'asilo e poi alle elementari mi piaceva disegnare: sono sempre stato creativo. Alle superiori ero più nella produzione musicale: mi piaceva molto la cultura hip-hop e seguivo artisti come Damien Hirst, Takashi Murakami. Dopo avrei voluto studiare Moda ma la mia famiglia era contraria quindi mi sono laureato in Architettura al Politecnico di Milano. Nella mia arte porto tutte queste influenze: moda, musica, architettura. È come un filtro che semplifica e sintetizza tutto.
E sui social quando hai iniziato? Ormai hai più di 600 mila follower…
Ho iniziato nel 2016 e 10 anni fa era tutto molto diverso. Si usava Facebook, solo dopo è arrivato Instagram e tutti si sono spostati. E lì ho cominciato, ma non pensavo che potesse diventare un lavoro come invece è successo. Lo facevo perché mi divertiva, perché mi piaceva. Avevo 200 follower e prendevo le shopper bag dei brand, ci facevo sopra le scritte per prenderle in giro e circolavano come fossero dei meme social. Perché alla fine di quello si trattava. Io sono stato molto influenzato dalla cultura dei meme. Poi i DM li ho fatti dopo: mi ero innamorato di una ragazza e ogni giorno scrivevo queste frasette sperando che lei le condividesse e mettesse un like. Alla fine il motore di tutto è sempre stato la mia vita e quello che mi piace. Quello che ho sempre voluto fare è un'arte non elitaria concettuale, ma pop, per arrivare al pubblico senza che dovesse esserci per forza una base teorica filosofica. Quello che faccio infatti ha un'interpretazione abbastanza aperta.

Tu ragioni anche proprio in termini di instagrammabilità?
Sì, assolutamente, perché la mia arte nasce per quello. Io sfrutto qualcosa di fisico, che può essere un quadro o un cartellone o un neon. Il lavoro viene poi condiviso sulle piattaforme social, in particolare Instagram. Quello che arriva è la foto dell'opera, non è l'opera stessa. Una mossa vincente è stato fare tutto in inglese, perché alla fine è la lingua della contemporaneità e infatti negli anni non hanno avuto solo visibilità nazionale le scritte, ma anche al di fuori. Considera che il mio pubblico online è costituito solo per il 19% da italiani, l'altra parte è rest of the world. Ma io li ho fatti in inglese all'inizio solo perché per me i meme veri, quelli belli, erano in inglese. L'impronta arriva da lì come ti dicevo.
E quando è arrivata la svolta?
Io continuavo a buttare fuori queste cose fino a quando una galleria d'arte che si chiama Rosenbaum Contemporary della Florida mi ha chiamato e mi ha chiesto 20 quadri per fare una mostra lì in America. In quel momento nemmeno ce li avevo, 20 quadri a disposizione! È lì che sono stato introdotto all'interno del mercato dell'arte. Alla Palm Beach Art Fair mi hanno messo di fianco Andy Warhol nell'esposizione! E in quell'occasione alcuni americani hanno comprato le mie opere. In Italia invece per me non si è mosso niente per anni: qua il mondo dell'arte è un po' più chiuso.
Pensi che ci sia un po' di spocchia nei confronti di chi fa un un'arte pop come la tua?
Ma sì, certo. Io ho un bravissimo gallerista a Milano, Glauco Cavaciuti, che ha creduto tantissimo in me. Ma non faccio parte del sistema arte in Italia, non sono proprio considerato o considerato negativamente, perché faccio questa cosa molto pop, molto semplice. E un po' anche perché io sono totalmente indipendente: non dipendo da qualche curatore o o qualcuno di rilevante nel mondo dell'arte. Io sono entrato perché a un certo punto c'era quella richiesta nel mercato. La gente iniziava a parlare di me, a chiedere delle mie opere. Forse il mio peccato originale sai qual è stato? Proprio quello di aver messo i miei lavori su Instagram quando mettere le cose sui social era considerato quasi sbagliato, era demonizzato. Si diceva che quello fosse il mondo degli influencer, che Instagram non dovesse essere una "galleria" per gli artisti. Io di questa cosa me ne sono fregato, anche perché avevo zero budget, zero conoscenze e mi son detto: ma sai che c'è? Io le mie cose le pubblico, mi piacciono e spero che anche agli altri piacciano. Se ci pensi anche Boetti faceva delle scritte, Fontana faceva dei tagli sulle tele, Damien Hirst fa i pallini colorati sulle tele bianche: io faccio delle scritte su carta. Ognuno ha il suo linguaggio. Ma il tema è che se noi parliamo di arte contemporanea, ormai non possiamo fare finta che i social non esistano.

Come ti rapporti con l'Intelligenza Artificiale? Ormai sui social circolano tante fake news, è diventato quasi impossibile distinguere un'immagine falsa da una foto vera.
Ammetto che moralmente non è una cosa che mi fa impazzire, però queste evoluzioni tecnologiche non sono reversibili. Bisogna solo capire come sfruttarla, come implementarla nei lavori e nelle attività che facciamo. Al di là del giusto o sbagliato, non si torna indietro: bisogna capire come conviverci. È come quando per un grafico che ha sempre fatto le cose a mano, a un certo punto è uscito Photoshop. Oppure quando per architetti e disegnatori è stato inventato Autocad. Ma è stato così per il computer stesso, che prima non c'era.
Queste famose frasi come le scegli?
Sono tutte un po' ispirate alla mia esperienza, alla mia quotidianità, alla mia vita, alle relazioni che ho con le persone, banalmente anche a cose che ascolto al bar e che "rubo".

Cosa ti rende diverso dagli altri che fanno cose simili?
Guardandola dall'esterno, secondo me dietro le mie frasettine semplici c'è un'energia che deriva dal fatto di essere real, di essere veramente legate alla mia vita. Non sono impacchettate a tavolino, escono dal mio vissuto. Le persone mi dicono che ci si ritrovano, che ci si riconoscono: nelle Filippine come in Brasile o in Giappone. Quando ho iniziato, eravamo solo in due a farle: io e CB Hoyo e tra noi c'è molto rispetto, perché sappiamo come è andata. Tutti ci dicevano "Ah ma voi fate solo delle scrittine". Oggi di questa cosa se ne sono impossessati tantissimi, anche chi faceva tutt'altre cose e con tutt'altro linguaggio. Non siamo più solo in due. Tutti gli altri hanno capito il trend e lo vogliono cavalcare. Ed è lì la differenza. Noi questa cosa l'abbiamo generata per primi. Io sentivo che lo volevo fare per fare una cosa pop, per fare una cosa legata ai meme, per fare una cosa legata alla vita. L'ho fatto perché mi piaceva, ci ho creduto: sono andato in ufficio ai tempi e mi sono licenziato. Ma non era così mainstream come oggi. Mi sono preso un rischio. Tutti gli altri che adesso fanno scritte, lo fanno perché è un trend, perché è facile, perché possono monetizzare. Da una parte è un riconoscimento per me, dall'altro però penso che un artista per essere chiamato tale debba avere un tratto distintivo, debba fare qualcosa di nuovo, di originale. Io sono stato anche bloccato da alcuni di questi diciamo artisti, su Instagram, perché ho fatto notare che mi stavano rubando non solo l'estetica, ma pure le stesse frasi!
Che rapporto hai con la moda?
Nel mio linguaggio, per come è nato, i brand sono stati centrali, ma gli ho dato una valenza pop. Oggi i marchi del lusso sono conosciuti da tutti: i loro loghi, i loro colori, i loro claim. Li conoscono anche le persone che non sono clienti, che non acquistano quei prodotti. Ma sono aziende potentissime, creano cultura volente o nolente, veicolano messaggi che vanno al di là del prodotto stesso. E quindi per me utilizzare le shopper bag di questi brand è come abbattere una sorta di barriera, anche perché quello che ci vado a scrivere poi sopra è una presa in giro, magari una cosa che non c'entra niente. Aver lavorato con questi packaging ha anche attirato alcuni brand, che mi hanno chiesto collaborazioni.

Ma non c'è un problema legale, legato proprio all'uso che fai del marchio?
È una questione un po' borderline: non è un proprio utilizzo improprio del marchio. C'è un tema di rivisitazione creativa artistica e un tono divertente tale per cui io non do tecnicamente fastidio.
Che ricordo hai dell'esperienza di lavoro con Chiara Ferragni?
Ci ho lavorato prima dell'esplosione che l'ha portata a diventare Chiara Ferragni. Ci sono entrato all'inizio come stagista, poi ho ricoperto veramente qualsiasi mansione e ho sempre cercato di buttarci qualcosa di mio, di creativo. In quegli anni lei è stata veramente brava: il lavoro se lo è inventato. All'epoca nel sistema degli influencer erano lei, Veronica Ferraro e Chiara Biase, basta. Adesso l'influencer marketing è una leva di marketing imprescindibile per qualsiasi brand del mondo, ma ai tempi non era così scontato che ci dovessero essere gli influencer, quindi delle persone a cui dare dei soldi per sponsorizzare il tuo prodotto. Ai tempi si compravano le pagine di Vogue, gli editoriali di Elle, le pubblicità sui siti. In meno di 10 anni questo mondo è stato stravolto.
Sui social hai incuriosito fan e follower con il progetto Easy Love. Di che si tratta?
Quello è un gioco! La mia grande passione è sempre stata la musica, ma non so cantare e non so suonare. Però alla fine con le parole me la cavo e ho molti amici nell'ambiente, alcuni sono delle leggende nel mondo della musica. Su loro suggerimento mi sono messo a scrivere delle canzoni tra cui appunto Easy Love che è stata prodotta da Big Fish e da Rhade.

E invece sul fronte artistico hai altre mostre in programma?
Ho aperto 10 giorni fa una mostra alla Galleria Kromya di Lugano e poi è in arrivo a Roma una mostra a fine anno.
Oggi cosa rispondi a chi ancora ti dice: "Eh vabbè, ma fai solo le scrittine"?
Gli dico che è vero! In realtà nel mondo commerciale delle aziende moda, più capiscono il valore intellettuale di quello che faccio. Queste cose sono molto simili ai claim delle pubblicità. I claim delle pubblicità sono veramente tre parole, sono una sintesi, condensano il messaggio dell'azienda, quindi è anche una parte molto importante del marketing per fatturare. Ed è una scrittina anche quella, seppur molto calibrata. Chi è nel mondo del marketing, quindi, capisce la forza di di quello che faccio. In ambiti più culturali no, non viene percepito. Mi sento molto bistrattato. C'è l'idea che l'artista è tale solo se usa il pennello.