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Il significato delle sfere di Pomodoro in mostra a Milano, il curatore Giani: “Era un tarlo che corrode e squarcia”

Apre a Milano la mostra dedicata ad Arnaldo Pomodoro. Il curatore Federico Giani ha raccontato a Fanpage.it il significato delle opere esposte.
Intervista a Federico Giani
curatore della Fondazione Arnaldo Pomodoro
Rotante massimo IV (Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia – Milano), Photo Ermanno Casasco. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
Rotante massimo IV (Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia – Milano), Photo Ermanno Casasco. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Giugno 2026 segna non solo il primo anniversario della morte di Arnaldo Pomodoro, ma anche il centenario della sua nascita. Per questa doppia ricorrenza, Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Fondazione Arnaldo Pomodoro hanno organizzato una mostra che ripercorre le tappe fondamentali della vita dell'artista. Aperta al pubblico dal 29 maggio al 18 ottobre, l'esposizione è a cura di Luca Massimo Barbero e Federico Giani. Nelle opere scelte è racchiusa tutta la maestria di un grande esponente dell'arte contemporanea, apprezzato in tutto il mondo, riconoscibile, amato dal grande pubblico. Ma se dire Arnaldo Pomodoro significa dire immediatamente "sfera" (la sua forma prediletta), la mostra presenta uno spaccato ben più ampio, concentrandosi anche su opere meno famose, su forme inedite ma ugualmente significative nella sua vasta produzione. Questa scelta serve proprio a stimolare l'osservatore e a spingerlo verso nuove visioni, nuove chiavi di lettura, ampliando lo sguardo. Perché l'universo di Arnaldo Pomodoro non si è spento con lui, ma continua a vivere e a ispirare: un'eredità preziosa che in questa mostra trova la sua massima espressione.

Il pubblico che tipo di mostra si troverà davanti? 

La mostra è nata per celebrare il centenario della nascita di Arnaldo Pomodoro, quindi l'idea era fare una mostra antologica che potesse raccontare tutta la sua vita. Abbiamo fatto una selezione di opere che tiene insieme i capisaldi riconosciuti dalla critica, dal pubblico, le opere famose, quelle facilmente riconoscibili, ma anche quelle meno note, che non si vedono in pubblico da 40 anni e che sono un po' particolari. Il percorso quindi alterna il famosissimo con il molto poco noto, così da creare un percorso insieme completo e nuovo, per ripercorrere le tappe fondamentali, ma anche far scoprire a tutti la profondità e la complessità degli snodi del percorso dell'artista. Sono 45 opere anche di dimensioni importanti. Abbiamo cercato di restituire la storia di Arnaldo anche rispettando il modo in cui lui voleva che venissero esposte le sue opere, quindi con certi accorgimenti specifici. Con gli architetti che hanno realizzato l'allestimento abbiamo studiato a lungo i materiali dell'archivio, le foto delle mostre storiche, i disegni tecnici delle basi e abbiamo proposto in mostra tutta una serie di pedane come le avrebbe volute lui. Arnaldo ci teneva che, per quanto possibile, il pubblico non vedesse la base della scultura ma fosse sullo stesso piano, nello stesso spazio della scultura stessa. Solitamente il piedistallo è sempre un dispositivo che mette in evidenza l'opera, ma in un certo senso la allontana dall'osservatore: ecco perché lui preferiva che, con alcuni accorgimenti, le sculture fossero sullo stesso piano del visitatore. Per questo con gli allestitori abbiamo studiato un gioco di pedane e supporti con altezze differenti, tutto giocato su una scala di bianchi e grigi che contribuirà secondo me a creare un'atmosfera molto suggestiva e di immersione totale.

Come avete scelto le opere da esporre?

Quando i visitatori entreranno nella mostra vedranno tutto bianco: è una sorpresa, ci si aspetterebbe di vedere subito del bronzo a una mostra di Pomodoro e invece tutto il salone centrale di Galleria d'Italia è occupato da una grandissima pedana bianca con sopra otto sculture monumentali in fiberglass bianco. Bianco su bianco in una stanza buia. L'impressione sarà secondo me molto forte e straniante, appunto perché è un materiale che il grande pubblico non si aspetta, non lo associa a Pomodoro. In realtà lui ha avuto una grande consuetudine con il fiberglass bianco e questo è uno degli elementi che fin da subito faranno capire al visitatore che non è il solito Pomodoro. Lui scopre il fiberglass alla fine degli anni 60 quando è negli Stati Uniti per insegnare all'università e poi da quel momento lo usa all'inizio per delle sperimentazioni e poi per fare scenografia, che è stata una delle attività più intense che ha portato avanti dagli anni 80 in poi. Arnaldo ha realizzato circa 50 allestimenti scenici. Ha utilizzato il fiberglass, che è un materiale molto più leggero, per creare delle versioni alternative delle sue sculture in bronzo. Quando faceva una scultura in bronzo, poi realizzava anche un modello in fiberglass bianco che per lui era sostanzialmente quello che per gli altri scultori è il gesso: il materiale che idealizza la forma. Eliminando il metallo lucido, resta solamente il volume. Gli serviva appunto come modello delle opere.

Disco in forma di rosa del deserto n. 1 (Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia – Milano) Photo Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
Disco in forma di rosa del deserto n. 1 (Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia – Milano) Photo Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

E tra le opere più famose e riconoscibili, invece, cosa avete scelto?

C'è la sala dei quattro masterpiece, una piccola sala con quattro pezzi. Sfera n.1 è la prima sfera fatta da Arnaldo: in mostra ci sarà l'esemplare della collezione della Fondazione, l'altro è al MoMA di New York. Poi c'è una Colonna del viaggiatore, l'esemplare di Fondazione: l'altro è nella collezione dei Rockefeller. Poi c'è la Ruota, anche in questo caso l'esemplare di Fondazione, perché l'altro è nella collezione di Rufino Tamayo, un pittore a Città del Messico. E poi il Cubo. Queste quattro opere fra il '63 e il '65 hanno vinto tutti i premi possibili: Biennale di San Paolo, Biennale di Venezia, acquisizioni al Moma, al Guggenheim, alla Gnam di Roma. È il gruppo di opere proprio celebri.

Come mai c'è questa ricorrenza della forma sferica nella sua produzione? Che è poi anche la forma che il pubblico associa subito a lui infatti.

Lui arriva a fare la sfera nel 1963, ma aveva cominciato a lavorare come artista circa 10 anni prima. Quindi la sfera è un po' il compimento dei primi 10 anni del suo percorso artistico. La sfera è la forma perfetta, è il solido euclideo perfetto, quindi è un simbolo di perfezione; è un'immagine del mondo, del cosmo, rimanda al ventre materno, alla Terra. Alla sfera lucida riflettente poi lui applica quello che è il suo linguaggio poetico: lo squarcio, la frattura, l'ingranaggio. È l'equilibrio perfetto di tutte le componenti della sua poetica ed è per questo la forma che poi lui ha scelto per alcune sculture monumentali che oggi sono in collocazioni importantissime, viste e ammirate dal grande pubblico. Lui è stato molto intelligente e pronto nell'intercettare le committenze giuste, per collocare le opere monumentali in modo che raggiungessero il pubblico più vasto possibile. Questo lo ha portato a realizzare opere in posti simbolicamente importanti: anche la Farnesina, il Ministero degli Esteri, i Musei Vaticani, la sede dell'ONU di New York.

Il cubo, 1961–1962 (Collezione Fondazione Arnaldo Pomodoro) Photo Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
Il cubo, 1961–1962 (Collezione Fondazione Arnaldo Pomodoro) Photo Aurelio Barbareschi. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Tu che ci hai lavorato insieme, che lo hai conosciuto come artista e come uomo, che ci sei stato tanto a contatto: qual era il suo modo di di lavorare, di coltivare il processo creativo? 

Da un punto di vista tecnico il processo creativo era qualcosa di strabiliante. Parliamo della scultura di bronzo, che è poi il materiale comunque che ha frequentato di più. Si parte sempre modellando la creta, però tutti gli scultori modellano in positivo la forma. Dopo ci sono una serie di passaggi tecnici con il quale lo scultore, gli assistenti, la fonderia trasformano la forma positiva in creta in una forma positiva in bronzo. Arnaldo invece faceva una cosa molto strana: lui scavava in negativo. Per fare la sfera, non modellava una sfera piena: aveva un catino vuoto, scavava, incideva come se lui fosse dentro la sfera e dovesse spingere per uscire fuori. Diceva: "Io sono come un tarlo che corrode e squarcia". È un'operazione difficile, perché scavando da dentro non vedi cosa stai facendo. Devi sentire le profondità, devi immaginare il segno. È davvero complicato e lui l'ha fatto su opere monumentali che raggiungono un'altezza di 20 metri.

E che rapporto aveva con il pubblico, con la fama?

Lui è sempre stato in primissima fila nel gestire le relazioni con le istituzioni, i critici, i giornalisti: aveva un forte piglio di contatto con il pubblico, di continua interlocuzione. Secondo me questo gli veniva anche dalla lunga esperienza che ha avuto come insegnante. Era abituato a questo tipo di contatto. Tant'è che è lui a volere la Fondazione e la immagina da subito come uno spazio di creatività e dialogo con il pubblico, uno spazio aperto, non il classico archivio d'artista. Lui pensa subito un posto in continua evoluzione.

Sfera grande, 1966–1967 Fiberglass (Collezione Luigi e Peppino Agrati – Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia). Photo Paolo Vandrasch. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
Sfera grande, 1966–1967 Fiberglass (Collezione Luigi e Peppino Agrati – Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia). Photo Paolo Vandrasch. Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Tu quando lo hai visto per l'ultima volta? 

Ci siamo visti qualche mese prima che ci lasciasse.

Che ricordo custodisci di lui?

Io sono in Fondazione da 14 anni: noi mangiavamo con lui quasi tutti i giorni per cui c'era una familiarità molto forte, si condividevano anche i momenti conviviali, le cose più elementari e più quotidiane. Ho cominciato come assistente, poi piano piano sono diventato curatore, quattro-cinque anni fa ho cominciato a proporre di fare delle mostre su Arnaldo in quella che oggi è la sede della Fondazione, cioè il suo studio. E quindi tu ti ritrovi a fare delle mostre su Arnaldo Pomodoro a casa di Arnaldo Pomodoro con Arnaldo Pomodoro! Abbiamo fatto in tempo a fare l'allestimento con lui di tre mostre e mi ha sempre colpito il rigore e la capacità millimetrica di capire se una cosa funzionasse o no. Pur rimanendo aperto ai suggerimenti, a quello che gli veniva consigliato, aveva un occhio infallibile, difendeva le sue idee su come le sue opere andassero esposte. Poi dall'altro lato, io cercavo di introdurre delle cose nuove e lui le valutava con intelligenza. Non smetteva mai di inventare, di immaginare, di mettere in discussione le cose che aveva fatto, immaginandole in modo diverso, riprendendole in mano. Si accendeva quando qualcuno gli faceva vedere qualche foto di qualche mostra, gli si accendevano gli occhi ed era subito: "Questo funziona, questo si potrebbe fare in questo modo". Da lui ho imparato moltissimo.

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