Da ghosting a love bombing, lo psicologo: “Il nuovo vocabolario delle relazioni dà un senso a ciò che non capiamo”
Oggi le relazioni non hanno più un andamento lineare, uguale per tutti. Ed è difficile spiegare a un'amica che: sì, tu e il ragazzo che ti piace vi frequentate, ma non è che state proprio insieme, perché vi vedete ok, ma solo il fine settimana. Ecco quindi che nasce la parola situationship, perfetta per descrivere una situazione di limbo in cui non si è esattamente una coppia stabile, ma neppure si è solo amici. Troppo complicato metterla in questi termini: servire l'anglicismo è decisamente più pratico, veloce, immediato. Lo stesso vale per un termine come ghosting: come altro lo vuoi chiamare uno che ti ha corteggiato per mesi e che poi smette di rispondere ai messaggi, ignora le chiamate, ti blocca sui social e non ti degna neppure di una spiegazione? È un fantasma e basta. Questo vocabolario delle relazioni si arricchisce di giorno in giorno di parole nuove, tutte inglesi: servono a spiegare, a capire, a razionalizzare ciò che non capiamo. Perché effettivamente, di sensato in una persona che ti molla e poi come se nulla fosse ritorna come uno zombie proprio mentre ti sei rifatto una vita, c'è ben poco. Crearsi il termine zombiening semplifica la comprensione, rende più facile accettarla e soprattutto, fa sì che tanti possano adottarlo con la stessa semplicità: si crea una narrazione condivisa. E se qualcosa non riguarda solo me ma anche altri, è più facile da sopportare. Fanpage.it ha chiesto al dottor Matteo Mazzucato perché quando si tratta di relazioni e rapporti personali abbiamo bisogno di dare una definizione a tutto.
Breadcrumbing, gaslighting, ghosting: perché abbiamo bisogno di dare una definizione a tutto?
Dare definizioni è una pratica comune che consente di rendere riconoscibile, comprensibile e comunicabile ciò che si sta vivendo. Diamo un nome quando nasce una bambina per darle "identità" o scegliamo di usare termini come "femminicidio" per sensibilizzare la comunità sui fenomeni culturali su cui serve dare necessaria visibilità. Ancora, abbiamo bisogno di un nome anche quando, ad esempio, ci si chiede in una relazione: "cosa siamo?". Usiamo definizioni in ogni ambito e come esseri umani ne abbiamo bisogno per orientarci nel mondo. È un processo che semplifica il mondo che viviamo riducendo la complessità e l’incertezza della realtà in categorie note, rassicuranti e condivisibili. Nelle relazioni questo bisogno diventa particolarmente evidente quando, non potendo accedere direttamente al mondo dell'altro, dobbiamo continuamente interpretare comportamenti, parole, azioni inaspettate e persino silenzi. In una modernità che, prendendo in prestito le parole del sociologo Bauman, potremmo definire "liquida", le relazioni non seguono più copioni sociali così condivisi da stabilire con certezza quando una relazione può cominciare, quali aspettative comporta, quali tappe dovrebbe attraversare e persino come dovrebbe finire. Ed è in questo humus culturale che vengono coniate, impiegate e riutilizzate parole per dare un senso a ciò che appare difficilmente comprensibile o che è anche solo sconosciuto. Da qui: breadcrumbing, gaslighting, ghosting, orbiting, love bombing, zombieing, caspering, peacocking o situationship. Neologismi, spesso anglicismi, capaci di comprimere in pochi caratteri esperienze di vita personali e culturalmente situate, trasformandole in storie immediatamente riconoscibili e condivisibili.
A cosa serve un vocabolario collettivo nel racconto del proprio vissuto?
Usare termini comuni per raccontare il proprio vissuto consente di poterlo rendere (ri)conoscibile sia con sé stessi, dandogli "identità", sia con gli altri, potendo trasformare in parole una sensazione, un'emozione o un'esperienza non percettibile, non visibile e altrimenti appartenente a un mondo psicologico indefinito e privato. Il passaggio dal dirsi: "non so cosa stia succedendo" al "mi sta facendo breadcrumbing" non dice come si sia generata quella specifica situazione, potendola così anticipare e gestire per il futuro, ma la rende comunque riconoscibile e raccontabile. Queste parole funzionano come scorciatoie narrative che riducono la complessità delle esperienze di vita in formule immediatamente riconoscibili dagli altri, come riassumere in poche righe un poema epico. Basti pensare all’espressione "mi ha fatto ghosting" e al suo presupposto potere di evocare implicitamente, in poche parole, un'intera sequenza di aspettative, silenzi, domande e interpretazioni. Poter usare una parola appartenente a un vocabolario collettivo non è solo una scelta linguistica, ma ha un'ulteriore funzione psicologica. Permette di trasformare qualcosa di personale, interno, privato, intimo, in un vissuto che "anche altri hanno vissuto", un qualcosa raccontato sui social, un contenuto virale condiviso da altri e altri e quindi riconoscibile come esperienza condivisa: non è capitato solo a me, non sono sola o solo. In questo senso una parola può modificare anche la posizione da cui una persona racconta sé stessa: da "sono io che sto esagerando" o "questa cosa succede solo a me" a "quello che sto vivendo è riconoscibile e altre persone possono comprenderlo". Un vocabolario collettivo non offre quindi soltanto parole, ma anche possibili posizioni da cui interpretare e raccontare sé stessi e ciò che è accaduto. Il paradosso è che la stessa operazione che ci aiuta cognitivamente a comprendere il mondo può anche limitarne la comprensione. Un'etichetta riduce la complessità abbastanza da renderla pensabile e raccontabile, ma proprio per questo può farci smettere di interrogarla, e da strumento per leggere un’esperienza diventa la spiegazione dell'esperienza stessa.
Tutti questi nuovi termini della sfera dating/relazionale che diventano virali rischiano di svalutare l’analisi approfondita di un professionista, di metterla in ombra?
Non è l’uso di anglicismi psicologici a essere rischioso per il lavoro dello psicologo o della psicologa. Non lo è nemmeno la loro diffusione nella comunità a mettere in ombra ciò che la psicologia può dare. Per il professionista il rischio nasce quando queste etichette smettono di essere considerate parole attraverso cui una persona organizza e racconta la propria esperienza e vengono trasformate in oggetti psicologici, che sembrano esistere prima del loro incontro e indipendentemente dalle storie nelle quali acquistano significato. È responsabilità del professionista sviluppare un essere psicologo e psicologa esperto di processi di cambiamento, anche quando un evento è cristallizzato in un anglicismo psicologico. Ancora, è responsabilità del professionista essere scienziato in costante aggiornamento su ciò che le ricerche riportano avvenire nelle interazioni di vita quotidiana, ma anche essere semiologo nell'analisi dei segni che l’altro usa, come psico-anglicismi e neologismi, e psicologo e psicologa antropologa nel ricostruire il contesto nel quale questi nascono, si alimentano e vengono riutilizzati. Viviamo in un'epoca in cui la psicologia è diventata un dispositivo culturale che produce parole e teorizzazioni che escono dagli studi professionali e vengono utilizzati quotidianamente per interpretare sé stessi, gli altri e il mondo. Per questo oggi anche per gli psicologi e le psicologhe è normale incontrare neologismi e anglicismi, ma anche auto-diagnosi, spiegazioni degli eventi orientate da personali conoscenze in ambito psicologico o indicazioni trattamentali costruite prima dell'incontro con il professionista con il supporto dell’intelligenza artificiale. In questo contesto rimane una responsabilità del professionista essere un "epistemologo", ovvero qualcuno interessato non soltanto al contenuto di ciò che viene raccontato o al termine "detto", ma al processo conoscitivo che ha consentito di produrlo e quindi dirlo. È proprio questa competenza professionale a trasformare anche gli psico-anglicismi in opportunità di conoscenza e non svalutazione del proprio intervento.
La psicologia come si pone nei confronti di questi psico-anglicismi?
La psicologia è una scienza che considera queste parole come parte del modo in cui oggi le persone raccontano e rendono intelligibili le proprie esperienze. Il lavoro psicologico avviene in un'interazione tra un professionista, con le sue domande, e una persona, con la propria storia e con le parole che sceglie per condividerla. Il compito dello psicologo e della psicologa, in questo senso, non è correggere il vocabolario delle persone, ma approfondire quali effetti abbia l’uso di queste definizioni e restituire a queste movimento narrativo nella ricostruzione dell’universo simbolico nel quale queste hanno trovato senso di appartenenza. Si potrebbe dire che gli psico-anglicismi devono essere un punto di partenza della conversazione clinica, non il suo punto di arrivo. In un'ottica di comunità, la diffusione di questi psico-anglicismi pone la psicologia anche in una posizione di studio dove, attraverso la ricerca, esplorare perché oggi sentiamo il bisogno di un nuovo vocabolario per significare le relazioni, quali trasformazioni nei rapporti abbiano reso queste parole necessarie e che cosa la loro diffusione racconti della società nella quale siamo immersi.