Sembra una boutique Chanel ma è un negozio finto: la provocazione di Tom Sachs con arredi e vestiti fatti di rifiuti

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Instagram @31ruecambon_
“31 Rue Cambon” è l’installazione di Tom Sachs realizzata per la Fashion Week: una riflessione sul rapporto toriginale-copia, sulla riconoscibilità del lusso.

New York è il centro del mondo fashion in questi giorni, ha gli occhi del settore puntati addosso: la città sta infatti ospitando la Fashion Week tra party esclusivi, sfilate, eventi. Per l'occasione, l'artista newyorkese Tom Sachs, esperto di arte concettuale e cultura pop, ha realizzato un'installazione al 245 Centre Street: ha ricreato nel dettaglio la storica boutique Chanel che si trova al 31 rue Cambon di Parigi. A prima vista, passando lì davanti sembra di trovarsi esattamente nella capitale francese, dinanzi all'ingresso del negozio: tutti i dettagli sono realistici e perfettamente aderenti agli originali. Eppure, è tutta finzione: quel negozio non esiste, non c'è alcuno store in cui entrare. L'opera si chiama appunto 31 Rue Cambon (a cura di Colby Mugrabi): sarà aperta al pubblico al Tom Sachs Studio di New York dall'11 settembre al 10 ottobre 2026. L'indirizzo è quello che aveva scelto come sede Gabrielle Chanel in persona, nel 1918.

Da parte dell'artista c'è la volontà di provocare, di mettere in discussione qualcosa di iconico ed estremamente noto, di trasformare qualcosa di inconfondibile, che si riconosce al primo sguardo. Sachs vuole ingannare con questa riproduzione del flagship store, trasportandolo idealmente da Parigi a New York e al tempo stesso, portando il visitatore dentro un'illusione bella e buona.

Per realizzare l'installazione, ha utilizzato materiali di scarto riciclati dai rifiuti di Downtown: ha recuperato cartoni, compensato, vetri rotti, pezzi di vecchie biciclette, nastro adesivo. È riuscito ad assemblare il tutto con la tecnica del bricolage così da dare vita agli arredi dello store, agli abiti esposti, a ben 31 look che ricalcano fedelmente i famosi tailleur in tweed con bottoni oro della Maison, oppure i capi delle collezioni più celebri, visti addosso alle celebrity. Ci sono i completi visti addosso a Naomi Campbell, Elizabeth Taylor e Diana Spencer: per crearli ci sono voluti circa dieci giorni di lavoro per ciascun modello. Ci sono delle slingback costruite in cartone e legno, dei gioielli costruiti coi mattoncini LEGO: insomma, una reinterpretazione urban del lusso, fatta con materiali grezzi tutt'altro che pregiati ed esclusivi, quelli tipici dell'Alta moda.

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L'iniziativa dell'artista è indipendente, non è una collaborazione con la Maison: l'installazione è proprio una riflessione sul rapporto tra originale e copia, sull'immagine a 360 gradi, su quei codici stilistici caratteristici di un brand che restano riconoscibili anche se privati del loro status di lusso. Qui, infatti, tutto fa capire perfettamente di chi si parla, di dove ci si trova: senza esserci davvero, però. C'è la boutique, ci sono i vestiti, ma niente è in vendita e tutto è riconducibile a un solo nome. "Questo negozio, per me, è reale, anche se non puoi comprare nulla" ha detto l'artista. È una sorta di universo parallelo. La domanda sorge spontanea: cosa ci piace davvero di un brand? È il modo in cui i capi vengono realizzati o il fatto che sia un marchio riconoscibile? Ci piace Chanel o ci piace ciò che rappresenta?

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