Che cos’è l’arte ibrida di Leandro Erlich: “Abbiamo paura di ciò che non riusciamo a classificare”

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“Hybrids” è la mostra dell’artista argentino in corso a Venezia. A Fanpage.it Leandro Erlich ha spiegato.
Intervista a Leandro Erlich
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Il mondo sta cambiando: mutano il clima, le città, gli stili di vita, i significati e le persone stesse. Questa trasformazione, paradossalmente, segue da un lato un processo di distanziamento, dall'altro di avvicinamento: perché benché la tecnologia ci consenta di vivere la realtà in modo più connesso e veloce, siamo talmente spaventati dal contatto umano da respingerlo, per nulla disposti allo scambio, all'accoglienza di ciò che è altro da noi. Apertura e chiusura: la grande contraddizione contemporanea. Leandro Erlich si inserisce in questo movimento con "Hybrids", la mostra dell'artista argentino ospitata fino al 22 novembre 2026 negli spazi del Negozio Olivetti di Piazza San Marco a Venezia, progettato da Carlo Scarpa. Il nome dell'esposizione, che si compone di 25 opere (alcune inedite) già dice tanto: ibrido è il mondo di oggi, ibrido è l'uomo stesso. Le opere dell'artista riflettono su questo concetto, mettendo in relazione più aspetti, così da instaurare un dialogo e attivare una ricerca sui concetti di materia, natura, architettura, tempo. Tra le opere esposte, una delle più significative è quella dedicata alla macchina da scrivere, che Erlich trasforma realizzandola in sabbia: un oggetto fragile, transitorio, non finito ma anzi mutevole. "Hybrids" è un invito a considerare il processo di trasformazione e mutazione nella sua valenza più costruttiva: la contaminazione non diventa perdita di identità, ma possibilità. A Fanpage.it l'artista ha spiegato come ha sviluppato il concetto di "ibrido" nella sua mostra.

Che cosa significa per te la parola "ibrido"?

Un ibrido è qualcosa che nasce dall'incontro tra elementi di natura diversa. In un certo senso, l'ibridazione è insita nell'atto stesso della creazione artistica: creare significa stabilire associazioni, mettere insieme idee, forme o realtà che non appartengono necessariamente allo stesso luogo. L'arte, a differenza di una definizione, non cerca necessariamente di fissare o purificare il significato, ma piuttosto di aprirlo.

In che modo i concetti di ibridazione e trasformazione si riflettono nella tua arte?

L'ibridazione e la trasformazione sono molto presenti nel mio lavoro. Molte delle mie opere partono da elementi della realtà riconoscibili, che vengono trasformati attraverso lo spostamento, la combinazione o l'applicazione di una logica diversa. Forse ciò che caratterizza questo progetto è il fatto che pone un accento più esplicito sull'ibridazione tra ciò che appartiene allo sviluppo umano e ciò che associamo al mondo naturale.

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Quali sono le nuove opere realizzate appositamente per questa mostra?

Diverse opere sono state realizzate appositamente per questa mostra. Una di queste è Flan, in cui un cervello umano si fonde con un dolce. Mi interessava questa associazione inaspettata tra due cose completamente diverse che, tuttavia, possono unirsi attraverso una somiglianza formale, dando vita a una nuova narrazione. C'è poi White Coral, che mette in relazione due forme di costruzione: l'architettura prodotta dagli esseri umani e la straordinaria architettura naturale delle barriere coralline. L'opera parla della difficile coesistenza tra le due e del fragile equilibrio degli ecosistemi, profondamente influenzati dall'attività umana. Infine, ci sono le macchine da scrivere di sabbia, ispirate in parte al contesto della stessa Olivetti. Fino a tempi relativamente recenti, la macchina da scrivere era uno strumento essenziale per trasformare il pensiero in parole. Oggi appartiene quasi alla storia e alla memoria. Ricostruirla nella sabbia introduce i concetti di tempo, erosione e scomparsa: una macchina che un tempo rappresentava innovazione, design e ingegneria viene trasformata in qualcosa di fragile e transitorio. In modi diversi, queste tre opere parlano della stessa cosa: l'incontro tra nature differenti e la trasformazione che questo incontro produce. Un cervello e un alimento, una barriera corallina e una costruzione urbana, una macchina e la sabbia. Queste associazioni sfumano le categorie attraverso cui normalmente organizziamo il mondo.

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In che modo le opere interagiscono con l'edificio? La scelta di Venezia (città ibrida per sua stessa natura) ha influenzato la concezione della mostra o, forse, la selezione delle opere?

L'edificio non funziona semplicemente come un contenitore per le opere. La sua architettura, la sua storia e la sua identità diventano parte dell'esperienza della mostra. E Venezia è, di per sé, una straordinaria costruzione ibrida: una città in cui il naturale e l'artificiale, l'acqua e l'architettura, la stabilità e la trasformazione convivono costantemente. In questo senso, il contesto di Venezia crea una risonanza molto particolare con il progetto.

Ibrido significa anche trasformazione e apertura. Il mondo di oggi è davvero pronto a questa contaminazione, oppure si è chiuso per paura?

Credo che stiamo vivendo un paradosso. Non siamo mai stati così esposti allo scambio e alla circolazione di immagini, idee, culture e tecnologie e, allo stesso tempo, assistiamo a un forte bisogno di riaffermare identità, confini e certezze. Forse la paura nasce proprio di fronte a ciò che non riusciamo a classificare facilmente. L'ibrido mette in discussione l'idea di purezza e ci costringe ad accettare l'ambiguità. E credo che l'arte possa essere uno spazio privilegiato in cui vivere questa ambiguità non come una minaccia, ma come una possibilità.

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