Il significato delle infinity room di Yayoi Kusama, Barbero: “Uno spazio mentale, chiede di perdere la fisicità”
Luci, colori, un gioco di specchi e ripetizioni, poco più di un minuto a disposizione per immergersi in questo piccolo mondo che ci vuole restituire un pezzo di infinito: sono le Infinity Room di Yayoi Kusama. L'artista è morta ad agosto all'età di 97 anni, quindi quella che inaugura alle OGR Torino è la prima mostra postuma della "regina dei pois". The Eternally Infinite Light of the Universe Illuminating the Quest for Truth (2020) rientra nella più ampia mostra collettiva The Quantum Effect, curata da Daniel Birnbaum e Jacqui Davies. L'installazione resterà disponibile fino al 25 febbraio 2027. L'opera, come tutte le Infinity Room realizzate dall'artista giapponese nella sua lunga carriera, invita il pubblico a confrontarsi con i temi dell’infinito, della percezione dello spazio, della perdita dei confini tra individuo e universo. C'è una totale immersione, che va oltre l'esperienza di un semplice spettatore: l'artista chiede al visitatore di entrare in connessione con lo spazio, di dissolversi in esso, diventandone parte integrante. Questo, porta a percepire se stessi come parte di una realtà sconfinata, andando oltre i limiti fisici dello spazio. Parallelamente, si innesca una riflessione sulla propria esistenza e sul proprio rapporto con l'universo: siamo soltanto una piccola parte di una totalità immensamente più grande. Si tratta di un'esperienza complessa, a cui ognuno può dare la propria personale interpretazione: è proprio la singola e diversificata esperienza personale a completare l'opera e fare la differenza. E in questa esperienza rientrano inevitabilmente anche i social: la condivisione è diventata parte integrante del processo. Questa apertura della dimensione intima non è necessariamente da demonizzare, come ha spiegato il prof. Luca Massimo Barbero.
Lucio Fontana fu tra i primi e più convinti sostenitori di Yaoyoi Kusama. Cosa li accomuna e cosa li differenzia, nella loro ricerca dell’infinito e nel loro lavoro sullo spazio?
Fontana è stato un pioniere dell’arte immersiva. C'è un’affinità con Kusama, che risiede nella volontà di ampliare lo spazio: lo spettatore non è più soltanto spettatore, ma diventa partecipe dell'opera. Alla base c'è poi un'idea di ossessione. Kusama lavorava sulla ripetizione: basti pensare ai dot, i punti.
Possiamo dire che entrambi abbiano anticipato quel rapporto spettatore-opera d'arte in cui non ci si limita più a osservare, ma si entra fisicamente in relazione con essa?
Le Infinity Room nascono proprio da questa idea: proporre un'espansione dello spazio, che è da un lato, ricerca dell’artista e dall’altro, immersione del visitatore nell'opera. Lo spettatore entra in una relazione fisica con questo spazio, che a sua volta si moltiplica attraverso gli specchi. Lo specchio è, tra l'altro, un elemento molto attuale. Fontana non lavorava con gli specchi, ma costruiva lo spazio attraverso la luce. In Kusama, invece, troviamo lo specchio, che amplifica la percezione dello spazio. Lo specchio è un elemento straordinario: rimanda al mito di Narciso, ma soprattutto ci dà l'idea dell'infinito. La forza e l'attualità di entrambi gli artisti risiedono nell'aver creato spazi da mettere a disposizione di chi è davvero disposto a lasciarsi andare. È straordinario pensare che sia Fontana sia Kusama riescano ancora oggi a suscitare questa idea di meraviglia. Entrambi sono pionieri e conservano una grandissima attualità. Questo è molto importante, perché significa che, non essendo mai stati artisti di moda, non sono passati di moda: continuano a interrogare il pubblico e il suo sguardo.

Oggi le installazioni partecipative godono di particolare fortuna anche per una questione di “instagrammabilità”. In questa ottica le Infinity Rooms sono ancora un'esperienza intima di contemplazione o sono ridotte a spettacolo?
Amo utilizzare Instagram e, quindi, non demonizzo i social, così come non demonizzo l'intelligenza artificiale. Ciò che conta è la capacità dello sguardo. Si può essere in uno spazio anche affollato e mantenere uno sguardo lucido, intimo. Tra l'altro, trovo divertente che tantissime persone non riescano a fare un selfie guardandosi allo specchio, ma si fotografino guardando il proprio telefonino. Eppure, lo specchio non è il telefonino: lo specchio è stato materializzato dall’artista! Si assiste, invece, a un abbassamento dello sguardo verso il dispositivo. Se, anziché guardare lo specchio, guardi il tuo telefonino, non sai veramente dove sei e non guardi davvero te stesso. Lo stagno di Narciso è il telefonino, non l'opera di Kusama, che è invece attualissima proprio perché ti chiede di perdere la tua fisicità. È l'unico modo per poter abitare pienamente un momento, immersi in una grande atmosfera allucinata, da affrontare con lucidità e giocosità. Alla base c'è la capacità straordinaria di un'artista che non ti conduce semplicemente in uno spazio decorato, ma ti porta in uno spazio totalmente mentale.
Infinity Mirrored Room – The Eternally Infinite Light of the Universe Illuminating the Quest for Truth: per Yayoi Kusama dov’è la verità, lei dove l’ha cercata?
Lei ci dice che di verità ce ne sono molte. Il tema è: "Io essere umano, sono al centro del mondo oppure ci sono tanti mondi?". Da un lato c'è la meraviglia e dall'altro c'è questa grande domanda sulla condizione esistenziale. Oggi, in un mondo così infinito, la domanda anzi si trasforma e diventa: "Com'è l'essere umano oggi, in un mondo così riflettente di seduzioni?".

Che valore ha il tempo, l'attesa? All’interno dell’installazione la permanenza è di appena 1 minuto e 30 secondi.
Il tempo è il grande argomento della contemporaneità. Ma il tempo non esiste. Il tempo, in fondo, è solo la differenza tra il guardare e l’espedire. Trovo che, comunque, all’interno di un tempo contemporaneo, anche pochi minuti possano rapirti profondamente, se non li trascorri semplicemente a fotografare. Kusama si rivolge proprio alle corde più intime dell'essere umano. Chi non vuole lasciar vibrare quelle corde, effettivamente vede tutto questo come un gesto di puro intrattenimento. E devo dire che non è neanche sbagliato, se si arriva fin lì, perché Kusama è un'artista vitale, molto profonda e, allo stesso tempo, mai noiosa. Non c’è presunzione, ma ironia.