Cosma Brussani: “Mi insultano gli omofobi e gli insicuri, all’inizio rispondevo ora lascio andare”

Dal primo video virale ai nuovi personaggi, dal libro ai video dedicati al tema della salute mentale: Cosma Brussani si racconta a Fanpage.it.
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Ex allievo del Centro Sperimentale, Cosma Brussani dopo il diploma ha capito di non voler proseguire la carriera né come attore né come doppiatore, per lo meno non in modo tradizionale, tra cinema e teatro. I social sono diventati il suo strumento di comunicazione. Molti ricordano il doppiaggio di Rihanna e della Cinesua, uno dei primi a diventare virale, messo online senza neppure troppa convinzione. Ultimamente, messi da parte i doppiaggi, si sta invece cimentando con personaggi nuovi. C'è il "pariolino", tradizionalmente snob e superficiale. C'è il "boro" col suo linguaggio colorito e l'atteggiamento senza troppi fronzoli. Dulcis in fundo c'è la cosiddetta "zecca" della sinistra e dei centri sociali. Stereotipi? Sì forse, ma con un fondo di verità. A questi video, che definisce "demenziali", ha affiancato anche altri contenuti. Ha aperto un secondo profilo, in cui affronta il tema della salute mentale, partendo dalle sue esperienze personali con l'ansia e la dissociazione. Ha da poco pubblicato anche un libro, che affronta le stesse tematiche: "Ti aspetto qui" è proprio una full immersion nei suoi traumi, nel mondo della terapia, dei tabù che ancora ruotano attorno a questi temi. A Fanpage.it si è raccontato senza filtri e senza maschere, tenendo per un momento da parte i personaggi che è solito interpretare, lasciando fuori le "voci" che lo aiutano ad affrontare la realtà e parlando per una volta solo come Cosma.

Ciao Cosma, benvenuto. Sui social ormai sei famoso per i tuoi doppiaggi, i tuoi personaggi. Ma te lo ricordi qual è stato il video virale o comunque quello che ti ha fatto capire che quello che facevi poteva funzionare?

Era un periodo della mia vita un po' vuoto, perché non sapevo che volevo fare, non ero nessuno. A un certo punto vedo questo video di Rihanna di Vogue doppiato in portoghese, dove lei si truccava, e ho pensato: devo assolutamente farlo in italiano. Avevo questa abitudine con i miei amici del Centro Sperimentale, di fare questi doppiaggi improvvisati sui video. Allora, l'ho fatto, ma così tanto per: ricordo di aver messo il Mac dentro l'armadio. Ho iniziato a registrare, è venuta fuori questa cosa e l'ho pubblicata, ma così: senza aspettative. Il giorno dopo l'ho sentito in radio, trasmesso da Fabio Volo. Ed è esploso.

Ma visto che hai citato il Centro Sperimentale: tu quando ti sei diplomato lì puntavi a una carriera da attore o da doppiatore?

Io volevo fare l'attore già da adolescente. Dal primo anno al Centro Sperimentale ho iniziato a lavorare, cosa che in realtà non si poteva fare. Ogni volta che mi chiamavano per fare i provini, io pensavo: "Oddio, che palle". Quando mi prendevano per fare il ruolo pensavo: "Oddio, che palle". Quando stavo sul set, dove ci sono queste attese infinite, io pensavo: "Oddio, non mi va". A un certo punto mi sono chiesto: "Forse non ti va di fare questo lavoro!".

Quindi non era una questione di talento, era che proprio non ti andava!

Attenzione! Potrebbe sembrare che io faccia questo discorso per giustificarmi e dire: "No, sono io che non ho voluto". Secondo me le motivazioni sono più di una. Uno: facevo schifo. O meglio: avevo potenziale, se fossi stato meno immaturo avrei potuto diventare quantomeno capace. Poi due: i tatuaggi. Quando andavo a fare i provini, ogni casting mi diceva: "Cosma, abbiamo capito che sei matto, però basta tatuaggi perché se poi vai in lizza con uno che non è tatuato, noi prenderemo sempre quello che non è tatuato". E invece io continuavo. Questa cosa mi ha fatto riflettere, perché forse inconsciamente mi tatuavo apposta. Sai, quell'atteggiamento da bambino che sta a scuola, che vuole fare ma non vuole fare. Poi hanno comunque smesso di mandarmi ai provini, dicevano che non c'era lavoro. Andava bene a me, andava bene a loro: quindi addio. Il doppiaggio non lo avevo preso in considerazione, poi Angelo Maggi mi chiama e mi chiede di fare un corso. Lì ho imparato come funziona e lì tutti mi dicevano che ero a un buon livello, ma poi quando ho iniziato ad andare veramente a fare i provini per il doppiaggio, è stata una cosa molto strana. Io non ero più abituato a farmi dirigere e avere quell'ansia da prestazione dove devi dimostrare di essere in grado.

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Tu eri regista di te stesso!

Ma sì, perché a casa tua nel cesso sono tutti bravi, capito? Lì invece mi usciva la voce moscissima, senza timbro, tutta fuori sync, dizione zero, mi si azzeravano tutti i parametri e quindi ero molto in difficoltà.

Però sui social hai trovato la tua dimensione, hai trovato un modo per esprimerti. Adesso mi sembra che tu faccia un po' meno doppiaggi, ti sei inventato dei personaggi…

L'ho fatto perché così almeno mi si vede in faccia: io ho anche una discreta mania di protagonismo!

Quindi Rihanna e la Cinesua non torneranno più?

No, no. Però è stato divertente. All'inizio lo rinnegavo, invece anche quello è stato divertente: io devo tutto a lei.

E invece i personaggi che interpreti adesso come te li sei inventati?

Io non mi sono inventato niente, penso, perché non sono il primo che fa queste cose. Però nel primo video del Boro, che ho fatto con un mio amico storico, non ci eravamo prefissati di fare quello. Ci siamo detti: "Senti, voglio fare una cosa nuova, ok? Un po' pazza. Mettiamoci davanti al telefono, quello che viene viene". Lui si è messo là, sembrava che aspettasse. Allora io immediatamente ho immaginato che lui stesse aspettando l'autobus a una fermata. Ma non era proprio pensata, niente o quasi è pensato di queste cose che facciamo.

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Hai una pagina Instagram che è molto seguita, parliamo di centinaia di migliaia di follower. Hai deciso di aprirne una seconda. Agli occhi esterni può sembrare una mossa controproducente, il fatto di avere un profilo così seguito e aprirne un secondo, che anche se affronta temi diversi, inevitabilmente farà un po' più fatica ad ingranare. Come mai hai sentito questa esigenza del doppio binario?

Io certe volte sono proprio sciocco, non sono furbo: per me una cosa o è nera o è bianca. Quindi se faccio una cosa devo demolire quello che non faccio più, non esiste mai il compromesso intelligente. Meno male la mia agenzia mi ha fatto ragionare. All'inizio volevo eliminare completamente quello che facevo nel profilo storico, non riuscivo più a vedere le due cose insieme, ossia la psicologia e i video che io chiamo demenziali. In realtà è bastato staccare le due cose. Anche perché il secondo è un profilo veramente difficile da far ingranare. Qua c'è un altro problema che io avevo. Quando un video andava male, io lo dovevo cancellare e questo è sbagliatissimo. Io non tolleravo il fallimento. Se una cosa andava male andava eliminata: non è mai esistita, io non l'ho mai fatto. Questo è controproducente anche mentalmente, secondo me. E quindi adesso che le cose sono staccate, ho la cosa dignitosa dove parlo di psicologia e di quello che mi piace e dove non sto più attento ai numeri, perché ho iniziato da zero. Posso fregarmene: questa è una grande libertà. E non è facile, venirci a patti, perché io appunto ero completamente schiavo di questa cosa. Dall'altra parte ci scarico tutto quello che mi pare, senza però cancellare più niente. Una cosa sulla quale mi attaccano in continuazione è che mi dicono: "Non sei un professionista, non puoi dare consigli alla gente". Come se io andassi in giro a fare diagnosi. Io parlo solo della mia esperienza, di ciò che credo di aver imparato in terapia sulla mia pelle. Io dico: "Ho sofferto di questo, ho scoperto questo, mi potrei anche sbagliare, non sto dicendo un assoluto". E questi impazziscono. Ma sono abituato. C'entra molto poco il perché loro ti attaccano, ogni pretesto per loro è buono. È sempre lo stesso tipo di persona.

Qual è il tuo vissuto, il tuo percorso con l'ansia, con la dissociazione, con tutti questi disturbi di cui tu parli nel secondo profilo?

Tutto è iniziato quando io avevo 21 anni, ero davanti casa mia e non la riconoscevo, non mi ricordavo il mio nome, che faccia avessi. È stato terrorizzante, una sensazione di minaccia opprimente: un vero e proprio incubo a occhi aperti. Ma in realtà, purtroppo io credo di essere stato dissociato quasi dalla nascita. Se tu mi chiedi della mia infanzia, io ho cinque ricordi messi in croce, tutti mezzi brutti. Io non ricordo niente, perché secondo me ero già dissociato da bambino.

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Ma dall'ansia quindi si guarisce, ci si convive, si gestisce, si prova a domarla? Tu come te la vivi ora?

Questo è molto controverso. Io nonostante tutto credo che si possa eliminare. Se tu riconosci gli schemi, capisci la logica causa-effetto, secondo me si può smontare. Io tante cose le ho smontate. Non mi succedono più. Adesso è molto difficile che io mi dissoci come è successo a 21 anni. Mi sono ripreso, però sono cose che ti lasciano un segno, ti demoliscono un po'. Ti porti dietro questa ansietta. Adesso se dissocio è più una sensazione di distacco, una sorta di nebbiolina.

E qui veniamo a "Ti aspetto qui". Scriverlo ti ha aiutato?

No, assolutamente no!

Com'è stato questo percorso di scrittura, questa immersione nei traumi, nel passato, nel vissuto?

Il mio cervello mi protegge talmente tanto da queste cose che io ne parlo in continuazione, non me ne frega niente. Anzi: io pensavo che non me ne fregasse niente e invece mi tocca. Eppure il cervello mi fa uno scudo talmente talmente forte su queste cose, che all'apparenza io credo che non mi scalfiscano. Ad esempio, quando c'è stata la presentazione del libro ero proprio lanciato, mi stavo divertendo, stavo parlando di tutta questa roba. E invece a un certo punto stavo per svenire. È come se il mio cervello mi avesse detto: "No, che fai? Molli il controllo così? Te la godi così tanto? Sei pazzo. Tu devi stare sempre allerta". Quindi io dico che posso parlarne, ma poi proprio a livello più profondo mi tocca. Ci sono tante cose che io ancora non voglio vedere.

E come ne sei uscito quindi da tutto questo percorso di scrittura?

Secondo me il fisico non mente. Ogni volta che rileggevo il libro mi commuovevo. Ogni volta che guardo la copertina mi sento male. Secondo te una persona che sta ancora così, è risolta? Quella commozione che mi prende quando penso al me bambino non è sanissima, perché io mi rendo conto della pena che provo per me stesso. Non è il massimo, ma non deve essere un peso. Si deve capire, accogliere.

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Sì, forse abbiamo questa tendenza ad avere poca cura e a voler tenere indietro quella parte di noi, quel bambino…

E più lo reprimi più lui urla, perché vuole farsi sentire. Come l'ansia. L'ansia non è un nemico, vuole farsi sentire per farti capire che non sei allineato.

Non è un controsenso che una persona così ansiosa come te, riesca a mettersi davanti a un telefono e girare un video che poi guarderà e commenterà chiunque? Non senti il peso del giudizio?

Ti avrei risposto fino a poco tempo fa no, perché non sono io. Le persone pensano che io parli nella vita vera, come parlo nei video. Stranamente questa è l'unica intervista che ho fatto parlando normalmente e non me ne sono accorto neanche. Ma io parlo sempre alterando la voce, non sono mai me. Da poco ho iniziato a parlare normalmente, perché lo usavo proprio come scudo se tu mi insulti o mi attacchi in qualsiasi modo. Gli omofobi mi dicono: "Sei gay" perché ti vogliono sminuire. In realtà per me non è un insulto, non me ne frega niente. Però all'inizio io rispondevo malissimo a tutti. Ora sono maturato sotto questo aspetto, ora lascio andare. Rosico, ma attenzione: non perché mi sento colpito. Ma perché poi vado a vedere chi sono le persone che mi insultano e sono sempre persone orrende, poco attraenti. È che gli attiva qualcosa guardando quel mio video. Anche a me succede, sono una persona insicura: ogni comportamento del genere viene da una ferita. Ormai li riconosco immediatamente e quindi me ne frego ora, piano piano ho imparato a lasciare andare.

E quando clicchi su condividi poi stai lì che guardi le visualizzazioni, vedi quanti ti mettono like?

All'inizio sì e se i video non andavano bene li cancellavo. Adesso non lo faccio più. Sono contento se va bene, ma anche se è sbagliato per il lavoro che faccio, io non ho mai fatto le cose per piacere agli altri. Non ho mai rincorso il trend, cioè non ho mai pensato: "Questo piace e quindi lo faccio anche io". Non sono mai stato furbo in questo modo. Io mi sono sempre voluto divertire e sono stato così fortunato che quello che diverte me ha divertito anche le altre persone, che è una fortuna immonda!

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