Bernardo Cumbo ha vissuto due anni in un eco villaggio: “Ora racconto le storie di chi sceglie una vita alternativa”

Ci sono momenti in cui la vita sembra già tracciata, scandita da tappe riconoscibili e rassicuranti. Studiare, lavorare, costruire qualcosa di stabile. E poi ci sono traiettorie diverse, più incerte ma anche più aperte, che nascono spesso da una domanda semplice e radicale insieme: è davvero questa la mia strada? Negli ultimi anni, sempre più persone hanno iniziato a interrogarsi su modelli di vita alternativi, cercando un equilibrio diverso tra lavoro, relazioni, ambiente e benessere personale. Non si tratta necessariamente di rifiutare ciò che è considerato "tradizionale", ma di ridefinirlo, adattarlo, o a volte superarlo del tutto. È proprio in questo spazio di ricerca che si inserisce il percorso di Bernardo Cumbo, che già a diciannove anni ha scelto di fermarsi invece di correre nella direzione più prevedibile. Davanti al bivio tra università e lavoro, ha intrapreso una terza via, prendendosi il tempo per capire chi fosse e cosa volesse davvero. Da lì è iniziato un viaggio che lo ha portato a vivere in un ecovillaggio, a entrare in contatto con pratiche e visioni nuove e, soprattutto, a trasformare quell’esperienza in un racconto condiviso.

Hai scelto uno stile di vita che si allontana da quello "tradizionale". Quando è stato il momento in cui hai capito che era questa la tua strada?
Avevo 19 anni e una scelta davanti: università o lavoro? Ma io scelsi una terza via: un anno sabbatico per conoscermi: chi sono? quali sono i miei valori? I miei punti di forza? In quel momento di ricerca è arrivato l’incontro con un ecovillaggio, scoperto quasi per caso online (grazie all’algoritmo di Facebook). Ho vissuto lì per quasi due anni e quell’esperienza ha aperto un portale di opportunità: fitodepurazione, bioedilizia, comunicazione non violenta, educazione in natura, sociocrazia, tematiche e discipline di cui non avevo mai sentito parlare, ma che cambiarono il mio modo di vedere il mondo e la vita . Da lì è nato anche il desiderio di raccontare questo mondo e condividerlo con altre persone.

Hai iniziato molto giovane con un documentario che cercava di “far aprire gli occhi” ai tuoi coetanei: quali erano le domande che ti tormentavano di più in quel periodo?
Credo che ognuno di noi sia il risultato di un intreccio tra volontà personale, scelte, valori e del contesto in cui si cresce: l’educazione ricevuta, la società che abitiamo, le relazioni che viviamo. In quel periodo ero molto curioso proprio di capire questo: quanto la società contribuisce a formarci. Così ho iniziato a farmi domande profonde. Mi chiedevo cos’è davvero la politica, quale fosse il sistema economico in cui viviamo, cosa fosse il capitalismo, come la scuola mi avesse educato e a cosa mi avesse educato. Erano domande esistenziali, ma avevo vent’anni…

Hai vissuto quasi due anni in un ecovillaggio: cosa ti ha dato davvero quella esperienza, al di là dell’ideale? E cosa invece è stato più difficile di quanto immaginassi, quali sono le difficoltà che si affrontano nel vivere immersi nella natura?
La mia definizione personale di ecovillaggio è che sia un laboratorio di un nuovo mondo. Sono luoghi in cui le persone provano modi diversi di relazionarsi, prendere decisioni, comunicare, coltivare il proprio cibo, produrre energia e immaginare nuove forme di educazione. La parola chiave è proprio provare: non con l’obiettivo di trovare soluzioni definitive, ma con quello di sperimentare, testare e capire cosa funziona e cosa no. Il tutto in contesto naturale, immerso nella natura, con attenzione alle relazioni. E a proposito di relazioni: qui è la sfida. Per me un ecovillaggio è anche una palestra interiore.

È un luogo che ti mette continuamente in relazione con gli altri e, proprio per questo, ti aiuta a conoscerti meglio. È un’esperienza molto bella perché permette di conoscerti meglio, di scoprire nuove pratiche e azioni virtuose, ma è anche impegnativa: richiede tempo, cura e un grande lavoro su di sé. Ad esempio, negli ecovillaggi si cerca di prendere le decisioni insieme. È qualcosa di molto prezioso e significa anche partecipare a riunioni, cerchi, confronti continui. È un percorso che va scelto con consapevolezza.

Tu oggi racconti le storie di chi ha scelto vite alternative: cosa ti trasmettono e cosa ti lasciano questi racconti?
La parola che riassume tutto è speranza. La speranza che un modo diverso di vivere, più sostenibile, più sano e più in armonia con noi stessi, con gli altri e con il mondo, non sia solo un’idea astratta, ma qualcosa di reale e tangibile. Io ho la fortuna di vederlo, sentirlo e toccarlo con mano in ogni storia che incontro lungo il mio percorso. La cosa più bella è che ogni storia è diversa: non esiste una sola strada giusta, ma tante possibilità. Ed è proprio questo che cerco di raccontare. In fondo il mio motto nasce da qui: sepofà. Perché queste esperienze dimostrano che il cambiamento non è solo necessario, è già in corso.

Le vite che racconti sembrano spesso più libere, ma richiedono anche rinunce importanti: qual è la rinuncia più grande che hai fatto tu personalmente?
Quando racconto queste storie, spesso si parla di rinunce: rinunciare al gas, alla macchina, a certi comfort. Ma la domanda che mi pongo sempre è: si tratta davvero di rinunce o di scelte? Io credo che ogni scelta che facciamo abbia un impatto su di noi, sull’ambiente e sulla comunità in cui viviamo. Il punto non è togliere qualcosa, ma scegliere cosa vogliamo alimentare con la nostra vita. Perché ogni scelta è una direzione. E scegliere significa decidere quale futuro sostenere ogni giorno.

In un mondo che misura tutto in termini economici, cos’è per te il vero "successo"? È cambiato rispetto a quando hai iniziato?
Forse dirò qualcosa di semplice, ma per me è importante ricordarlo: la nostra vita è brevissima. Se la guardiamo rispetto alla storia dell’Italia, del mondo, e ancora di più dell’universo, siamo davvero un granello. Questa consapevolezza cambia il modo in cui guardo al successo. Per me il successo significa vivere la vita "surfando l’onda": fare ciò che mi piace, ciò che mi diverte, ciò che mi fa stare bene, nel rispetto di me stesso, della natura e della comunità di cui faccio parte. E soprattutto cercare, attraverso quello che faccio, di ispirare altre persone a credere che un cambiamento è possibile. È questa la mia idea di successo: come diceva Eduardo De Crescenzo, la vita non va allungata, va allargata.

C’è chi guarda queste scelte alternative con scetticismo o le considera utopiche: qual è la critica che ti viene fatta più spesso e come rispondi?
Quando penso alla parola utopia mi viene subito in mente Eduardo Galeano: "L’utopia è là all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino di dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi. A cosa serve l’utopia? Serve a questo: a camminare". E per me è proprio così: queste esperienze non sono perfette, non sono per tutti, sono delle possibilità, delle opportunità, delle nuove direzioni. Le critiche che emergono più spesso riguardano i soldi, la famiglia, i genitori anziani, la paura di fallire o gli aspetti legali. Alcune sono pregiudizi, altre sono paure profonde.

Ai pregiudizi rispondo sempre con un invito: andare a vedere. Oggi esistono comunità e co-housing anche nelle città, realtà concrete e accessibili. Le paure invece raccontano qualcosa di importante. Spesso la questione economica è la prima obiezione, ma anche la più semplice da usare quando si ha timore di cambiare. Anche perché oggi esistono strumenti, bandi e possibilità per iniziare anche con poche risorse. Per questo mi piace lasciare una domanda aperta: quando critichiamo queste esperienze, cosa c’è davvero sotto? Un pregiudizio, una paura o un desiderio che non abbiamo ancora ascoltato?

Dopo tutti i viaggi, gli incontri e le storie raccolte, senti di aver trovato una tua direzione definitiva o sei ancora in una fase di ricerca?
Quello che mi guida da sempre è il desiderio di portare impatti positivi nella vita delle persone e nel mondo. Oggi lo faccio attraverso le storie che racconto, attraverso il Viva Viva Fest e attraverso gli incontri che creo, online e dal vivo. Le forme possono cambiare nel tempo, ma la direzione resta chiara: contribuire, anche nel mio piccolo, a rendere il cambiamento più visibile e più possibile.
