I viaggi estremi di Riccardo: “Mi sono perso in un ghiacciaio in Nepal e ho fatto la Norvegia in bici a -25 gradi”

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Prima del Covid avevamo sentito parlare di pandemie solo nei libri di storia, oppure nei telegiornali e sempre in relazione a Paesi lontani. Poi è toccato a noi ed è stato devastante: il virus ha sconvolto tutto. Vite messe in pausa, progetti saltati: abbiamo dovuto imparare a rallentare, abbiamo riscoperto la lentezza. Qualcosa ha deciso al posto nostro che dovevamo stare fermi e ci siamo detti che forse non era stata una grande idea rimandare quel viaggio, non prendere quella decisione, non dire quella parola, non scrivere quel messaggio. Perché se il mondo fosse finito in quel momento, se fossimo rimasti in quarantena ancora, saremmo rimasti col rimpianto. Per Riccardo Mingarelli, il rimpianto è forse la cosa peggiore che esista, è un male che ha deciso di estirpare per quanto possibile dalla sua vita. Non ci è nato con questa consapevolezza, ci è arrivato facendo le sue esperienze, però poi si è detto che voleva vivere senza più rimandare, senza che a decidere fossero gli altri. E così ha preso uno zaino ed è partito: e non si è più fermato. A Fanpage.it ha raccontato che nel viaggio ha trovato la vera essenza della sua vita, ha trovato se stesso. Ha stilato una lista di cose da fare prima di morire: per motivarsi, darsi una spinta, uno stimolo in più, così da tramutare i sogni in obiettivi e così facendo realizzarli. "Poi fammi avere la tua lista delle cose da fare" mi ha detto Riccardo al termine della nostra chiacchierata. E la frase mi ha spiazzato, perché mettere nero su bianco qualcosa significa farlo diventare un po' più vero. Anche i sogni possono fare paura, quando si avvicinano. Però che bello poi quando diventano realtà e sai di essere passato anche attraverso la sofferenza per poterli stringere tra le mani. L'invito di Riccardo a tutti noi è proprio questo: avere il coraggio di scrivere quella lista, perché simbolicamente rappresenta il coraggio di andarsi a prendere la felicità.
Riccardo, dove ti trovi in questo momento?
Stranamente nella mia città d'origine, a Modena! Sto finendo di scrivere un libro su quella che definisco la mia terza vita.
Hai vissuto tre vite quindi?
La mia prima vita è stata da commerciale a Milano in una multinazionale giapponese, ma ho lasciato il lavoro per fare il giro del mondo. Ho fatto un anno e mezzo di Sudamerica zaino in spalla e lì mi sono avvicinato all'avventura, sono diventato un camminatore. Tornato in Italia ho avuto un ristorante per 3 anni, poi mi sono licenziato: era come se sentissi di aver imparato ormai tutto ciò che c'era da imparare lì, andavo col pilota automatico. Quindi è subentrata una depressione che mi ha portato a scrivere una lista di cose da fare prima di morire: quello è stato il cambio drastico che mi ha fatto entrare nella mia terza vita.
Quindi questa tua terza vita è quella di persona che sta inseguendo i suoi sogni, la sua lista di cose?
La lista è solo uno strumento. Mi ricorda che se sto male devo guardare dentro di me, perché qualcosa per cui valga la pena svegliarsi la mattina c'è. Ovviamente non giro con la lista in tasca come quando si va a fare la spesa! A volte ho realizzato cose che non erano neppure sulla lista, altre volte ho realizzato cose nella lista senza neanche saperlo.

Sulla lista vedo che c'è scritto: scalare un 8000 metri. Questo lo hai fatto?
Sì, è stato il 25 settembre 2024!
E vivere in una tribù africana?
Quello mi manca! In Africa non ci sono ancora andato, ma era quello che avrei voluto fare subito dopo aver scritto la lista. Avrei voluto fare volontariato in Africa coi bambini.
Quali sono stati i tuoi ultimi viaggi più recenti?
Nell'ultima annata sono stato in Pakistan per lavoro, ho fatto il coordinatore viaggi ad agosto dell'anno scorso e poi a ottobre sono partito per la Norvegia e ho fatto tutta la Norvegia in bicicletta dormendo in tenda a -25 gradi. Io ogni tanto faccio delle avventure un po' estreme, un po' folli! Sono andato lì a recuperare una bicicletta che avevo lasciato un anno e mezzo fa! Ero andato da Modena a Capo Nord nell'estate del 2024, da metà giugno a inizio agosto. Alla fine del viaggio ho letteralmente citofonato a tutte le case che che erano lì per chiedere se potevo lasciare la bici, che sarei tornato a recuperare. Era la prima volta che salivo su una bicicletta, mi sono innamorato di questo modo di viaggiare e mi ero ripromesso di rifarlo, ma in inverno. Poi sono tornato in Italia per Natale e a quel punto ho fatto dal centro del Sudamerica fino al Salar de Uyuni in Bolivia, sempre in bicicletta e tenda, attraverso luoghi remoti e selvaggi. C'erano giorni interi in cui non si incontrava nemmeno un paesino. Poi o trovavi qualche casa dove chiedere dell'acqua oppure utilizzavi le borracce col filtro e filtravi l'acqua del fiume o delle pozzanghere.

Come finanzi il tutto?
Ho sempre risparmiato nella mia vita. La prima volta, dopo aver fatto il commerciale, mi sono ritrovato con i soldi per fare quello che volevo. Anche dopo, col ristorante, ho risparmiato un po' di soldi. Ho deciso di trasformare casa mia in un bed and breakfast: quando sono all'estero vivo all'estero, quando sono in Italia vivo nel furgoncino. Quindi mi finanzio anche con con il bed and breakfast, poi a volte faccio il coordinatore viaggi.
Questo stile di vita si concilia con l'avere una famiglia? Sulla fatidica lista leggo anche questo: creare una famiglia.
Io mi definisco dipendente dall'apprendimento. Sento che la mia vita è piena quando imparo qualcosa di nuovo. Attualmente io vivo in un furgoncino, in un van. E per quanto tutti dicano: "Puoi viaggiare perché non hai una famiglia, puoi vivere in van perché non hai determinati impegni" io invece credo che tutto sia possibile. Sono sincero: con una famiglia sarebbe più complicato, certo. Però una compagna, chi ti sta accanto, ti sceglie e sa come sei. Un bambino invece ha delle esigenze diverse, però credo che nei primi anni di vita si potrebbe tranquillamente vivere in un camper, in un furgoncino e continuare a viaggiare. Poi a una certa età credo che una socialità o un fermarsi a un bambino serva. In generale comunque è molto meglio fare le cose e cercare soluzioni ai problemi che crearsi problemi prima che avvengono e non fare mai niente.
Qual è stato il viaggio più folle che hai fatto?
La cosa più folle è stata prendere e partire per Capo Nord senza essere mai stato in bicicletta. Tutti mi dicevano: "Non ci arriverai mai". E invece mi svegliavo la mattina in posti in mezzo alla natura bellissimi. È stato incredibile, pieno di apprendimento, ma anche pieno di casini da risolvere! C'erano tante cose che non sapevo: andare in bici è diverso dal camminare, era tutto nuovo per me. Non potevo fare altro che andare avanti, anche se avevo male alle gambe. Una delle cose che mi è piaciute di più è il fatto che in bicicletta ti cambia totalmente il paesaggio e fai tutto con la forza del tuo corpo. Al tempo stesso rimane un viaggio ancora abbastanza lento.

E come camminatore qual è un'esperienza intensa che ricordi?
Ho fatto un anno e mezzo di Sud America a piedi, ho iniziato a 28 anni e questo dimostra che non è mai troppo tardi per iniziare. Ma non avevo mai camminato in Italia. Quindi una volta rientrato ho scelto le Dolomiti in inverno e me ne sono innamorato. Poi sempre in Italia ho fatto il Selvaggio blu in Sardegna. Anche se è un posto gettonato, la difficoltà è farlo in autonomia, quindi senza una guida, gestendo da solo la logistica. Non c'è cibo né acqua nel percorso, ci sono dei punti dove ti devi calare in modalità Indiana Jones dalla montagna e quindi devi avere la corda, devi avere l'attrezzatura, devi sapere fare determinate cose. Faceva così caldo che non serviva la tenda. Andavo a vedere l'alba in spiaggia, sulle spiagge sarde più belle al mondo e mi sentivo come in prima fila al cinema coi popcorn.
C'è stata qualche volta in cui hai pensato di rimetterci la vita?
Sì, nel Selvaggio Blu ho fatto un errore in una calata che poteva costarmi la vita. Un'altra volta mi sono perso all'interno di un ghiacciaio durante un trekking in Nepal: non avevo tenda, non avevo sacco a pelo. Fortunatamente ho ritrovato la strada prima che facesse notte.
Cosa ti è rimasto impresso, girando il mondo?
Quando inizi a viaggiare trovi un'umanità disarmante. L'ho notato molto stando in Sud America ma anche molto in Nepal: più un popolo è povero economicamente più è ricco di sorrisi. Le persone più felici che ho visto all'interno di questo mondo sono le persone che hanno meno perché non pensano al domani, si godono il presente, si godono quello che hanno e lo condividono, condividono tutto e non lo fanno per un tornaconto. A volte mi chiedo: "Ma perché noi che abbiamo tutto stiamo così male?". Il non avere niente ti toglie tanti pensieri inutili.

Sotto questo fronte dell'ospitalità, dell'altruismo, qual è quel popolo che porti nel cuore, quello a cui ti sei sentito più umanamente vicino?
L'Argentina. Questo anche perché conosco molto bene lo spagnolo e con loro riesco a fare dei discorsi profondi, parlo la loro lingua. In inglese non riesci a entrare in determinati argomenti come puoi fare con la lingua locale. E poi vabbè, ogni argentino ha un nonno, un bisnonno italiano: ci portano sul piedistallo. Poi amo molto i sudamericani perché hanno una grande energia, vivono qualsiasi cosa al massimo.
Cosa vuol dire per te che non è mai troppo tardi? È il nickname che hai scelto su Instagram.
Quando sarò sul letto di morte vorrei non avere rimpianti. Non è mai troppo tardi per iniziare a fare una cosa, per cambiare vita, per essere felici. Noi pensiamo che la vita sia lunga, ma in verità non lo è; pensiamo che la vita sia complicata, pensiamo tanto al futuro. Il Covid ci ha insegnato proprio questo. Tutti quanti avevamo dei piani sul futuro a lungo termine, a breve termine e il Covid li ha stravolti a chiunque. Quindi perché rimandare sempre la felicità? Per me è molto meglio agire e a dirla tutta anche avere rimorsi piuttosto.