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Viaggiare prima e dopo il turismo di massa, Sergio: “Phi Phi Island era un paradiso, ora arrivi e vedi fast food”

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Sergio a Phi Phi Island in Thailandia
Sergio Brunori ha visto i suoi luoghi del cuore trasformarsi sotto il peso dell’overtourism: a Fanpage.it ha raccontato cosa è cambiato col turismo di massa.

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Alcuni posti, un tempo considerati veri e propri paradisi terrestri, oggi hanno completamente mutato il loro aspetto e sono diventati destinazioni a cui si accede con molta più facilità e per questo fin troppo sovraffollati. Vale per le spiagge, vale per le montagne, vale per alcune città un tempo magari considerate off limits e oggi diventate delle calamite; ma è un problema che riguarda anche piccoli borghi e posti remoti, che remoti lo sono sempre meno. Chi è legato a un'esperienza di viaggio autentica, di esplorazione, di conoscenza ovviamente fatica a entrare in queste logiche del "dover esserci": molti turisti scelgono un posto perché lo hanno visto in un film, perché lo hanno visto sui social, perché devono fare la foto in quel determinato posto come la fanno i travel blogger. E non c'è nulla di male, ciascuno ha la propria idea di viaggio e vacanza: è legittimo. Ma ci sono posti che dall'overtourism vengono davvero molto penalizzati, vengono snaturati completamente. Questo aspetto risulta tristemente evidente soprattutto a quei viaggiatori incalliti che questi posti li hanno visti mutare. Sergio Brunori è uno di loro. A Fanpage.it ha raccontato come sta cambiando il settore travel nell'era del turismo di massa. Ormai uno dei criteri da tenere presente quando si sceglie la destinazione di un viaggio è: quanti turisti affamati di foto instagrammabili ci troverò?

Sergio qual è stato il tuo primo viaggio "importante"?

È stato il viaggio in Cina nel 1990-1991, quando sono andato a Pechino con una borsa di studio e ci sono stato un anno. Parliamo di 36 anni fa: era una Cina completamente diversa, la Cina vera, la Cina ancora dura.

Cosa ti ha colpito di quella Cina degli anni Novanta?

È stato un impatto forte all'inizio. Gli occidentali eravamo pochi, in tutta Pechino non c'era neanche un ristorante occidentale: per un anno ho mangiato sempre cinese. Quell'anno ho viaggiato in lungo e in largo per il Paese perché ero studente e potevo farlo, avevo tempo, ma lo facevo in maniera molto spartana. Spostarsi in Cina da una parte all'altra del Paese prendendo solo treni, significava stare in viaggio 3 giorni e 3 notti su sedili di legno senza la cuccetta.

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Sergio a Sharm el–Sheikh invasa di barche

Hai avuto modo di tornarci anche dopo in Cina? 

Mi sono laureato nel 1992 e sono tornato in Cina a vivere nel 1995: ci sono stato fino al 2000. Il boom della Cina, lo sviluppo galoppante è stato proprio nella seconda metà degli anni Novanta, quando stavo lì a lavorare. Mi sono accorto che stava diventando una meta molto gettonata: io stesso ho accompagnato dei gruppi di turisti italiani, collaborando con qualche tour operator.

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Folegandros, Cicladi

Ci sono altri posti in cui sei tornato a distanza di anni trovandoli trasformati dal turismo di massa, rispetto a come li ricordavi?

Phi Phi Island la prima volta l'ho vista nel 1997 ed era proprio un paradiso. Poi dopo è arrivato il film con Di Caprio che ha portato tanto turismo di massa che l'ha stravolta. Il successo ha avuto un prezzo. Quando ci sono tornato anni dopo è stato un duro colpo. Prima stavi sulle palafitte sull'acqua, adesso invece quando arrivi al molo venendo col traghetto da Phuket, ti ritrovi da un lato Burger King e dall'altro McDonald's. Il paesaggio turistico contemporaneo comprende ormai anche elementi che potrebbero trovarsi praticamente ovunque nel mondo: catene internazionali, fast food, insegne luminose, negozi, bar, escursioni organizzate e una quantità di servizi costruiti per accogliere un flusso continuo di visitatori.

Ho visto Angkor Wat in Cambogia negli anni Novanta prima che arrivassero i voli diretti e i grupponi di turisti con auricolari e bandierina. Tra i luoghi snaturati dal turismo di massa c'è lo Yucatan, in Messico. Chichén Itzá è uno dei luoghi archeologici più straordinari del mondo. La piramide di Kukulcán, con la sua geometria perfetta, è uno dei simboli della civiltà Maya e una delle immagini più riconoscibili del Messico. Ma basta allontanarsi dall'immagine da cartolina per incontrare un'altra realtà. Intorno al sito, il turismo ha creato un'economia fatta anche di bancarelle, oggetti artigianali, magliette, cappelli, statuette e souvenir di ogni genere. I venditori possono arrivare molto vicino ai percorsi frequentati dai visitatori e, in alcuni punti, la percezione è quasi quella di attraversare un enorme mercato costruito attorno a un monumento millenario. Il contrasto è straniante. Da una parte c'è una civiltà che ha lasciato una delle più importanti testimonianze archeologiche dell'America precolombiana. Dall'altra, il visitatore contemporaneo viene accompagnato dentro una macchina turistica che gli offre, praticamente nello stesso spazio, la possibilità di comprare un piccolo souvenir della propria visita. Non è soltanto una questione estetica. È una questione di atmosfera. Un luogo archeologico ha bisogno anche di silenzio, distanza, capacità di suggerire un mondo scomparso. Quando il monumento diventa lo sfondo di un'ininterrotta attività commerciale, qualcosa inevitabilmente cambia.

La Grecia offre un altro esempio di questa trasformazione. È stata per decenni una destinazione capace di unire bellezza naturale, villaggi tradizionali e una dimensione mediterranea relativamente autentica. Oggi alcune zone dell'isola, soprattutto durante l'alta stagione, raccontano un'altra storia. La crescita del turismo ha portato nuovi hotel, ville, beach club, ristoranti, locali e attività legate all'ospitalità. Le case tradizionali, le stradine bianche e le spiagge diventano parte di un'immensa scenografia turistica. La domanda internazionale fa aumentare il valore degli immobili e incentiva nuove costruzioni e nuove attività. Il problema non è che arrivino i turisti. Il problema nasce quando un territorio viene progressivamente organizzato quasi esclusivamente in funzione di chi arriva per pochi giorni. Il paradosso è sempre lo stesso: più un luogo diventa famoso per la sua autenticità, più persone arrivano per cercare quell'autenticità. E più persone arrivano, più difficile diventa conservarla.

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Sergio in Cina

Che rapporto hai col turismo di massa?

Oggi è molto difficile trovare luoghi non toccati dal turismo di massa. Questo ha dei pro e dei contro. Un pro è sicuramente il fatto che è più democratico viaggiare, anche grazie alle compagnie low cost che danno la possibilità a più persone di andare in giro. Prima, fino agli anni Novanta, era un po' elitario: non erano molti a viaggiare o comunque a fare viaggi così lontani. Adesso è più alla portata di tutti. Di contro, invece, è diventato uno stravolgimento per questi posti, che sono stati snaturati e non hanno più quel fascino che avevano prima. La democraticità è positiva, i turisti portano un benessere diffuso che permette anche di reinvestire nella valorizzazione del posto. Per esempio sono stato a Favignana quest'estate e ho visto che tanti posti che prima erano in abbandono, adesso sono stati riqualificati. Perché? Per i tanti turisti in più che arrivano. Prima era meno gettonata, adesso è presa d'assalto. Di contro, però, il fascino che poteva avere Favignana 7-8 anni fa, adesso è difficile da trovare. Lo vedi, da un punto di vista pratico, se devi prenotare un ristorante: è tutto pieno. Quindi non puoi andare all'avventura: devi aver schedulato tutto, devi aver prenotato tutto tempo prima. Non c'è più il gusto della scoperta, della sorpresa. Sicuramente sarebbe semplicistico sostenere che il turismo sia soltanto un male. Per moltissimi territori rappresenta lavoro, reddito, infrastrutture, opportunità economiche e possibilità di conservare monumenti e tradizioni. Milioni di persone vivono grazie ai viaggi e all'ospitalità. La questione è un'altra: quanto turismo può sopportare un luogo prima che il turismo stesso cominci a comprometterne le caratteristiche?

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Sergio davanti alla piramide di Chichen Itza nello Yucatan

L'overtourism condiziona il tuo modo di viaggiare, nella scelta dei posti dove andare?

Cerco sicuramente di stare lontano dai posti che so essere molto gettonati, molto affollati, molto instagrammabili. Almeno in certe stagioni. L'overtourism non distrugge soltanto i luoghi: li uniforma. Forse il fenomeno più interessante non è nemmeno il semplice sovraffollamento ma l'omologazione. In un mondo in cui possiamo raggiungere quasi ogni angolo del pianeta, il turismo internazionale ha creato una curiosa contraddizione: viaggiamo sempre più lontano, ma rischiamo di trovare sempre più spesso le stesse cose. Lentamente, il luogo perde proprio quella diversità che aveva attirato il visitatore. Il turismo contemporaneo non si limita quindi a raccontare i luoghi. Li modifica. La domanda, alla fine, non è se dobbiamo smettere di viaggiare: è che cosa vogliamo trovare quando arriviamo. Se cerchiamo soltanto la fotografia perfetta, probabilmente contribuiremo a trasformare ogni luogo in uno sfondo.

Ma quindi: tornare dopo anni negli stessi posti, lo consigli o è da non fare?

Secondo me è bene non tornare nei posti che ti sono piaciuti, perché la delusione è un rischio troppo forte, è dietro l'angolo! È meglio conservare il ricordo di come era!

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