È partito da un paesino della Calabria ed è arrivato sulla vetta del mondo. Il viaggio di Simone Perrotta è stato lungo, pieno di insidie e soddisfazioni, ma questo ragazzo del 1977 nato ad Ashton-under-Lyne, contea della Greater Manchester, ha sudato ogni centimetro della sua carriera prima di restare nella storia del calcio italiano. "Alzare quella coppa è qualcosa di indescrivibile", dice ai microfoni di Fanpage.it e non possiamo che credergli, perché quel 9 luglio molti di noi erano in qualche piazza d'Italia a festeggiare e a ringraziare quel gruppo di atleti per quei momenti straordinari. L’ex centrocampista di Juventus, Bari e Chievo Verona è stato uno dei punti fermi della Nazionale campione del mondo nel 2006 in Germania ma ha fatto parte di uno dei cicli più belli e divertenti della storia della Roma.

“Volevo finire la mia carriera alla Roma. Giusto chiudere qui”. Ci racconta il tuo rapporto con il club giallorosso?
"Giocare nella Roma è una cosa viscerale. Io ho giocato anche nella Juventus e in altre squadre, ma il rapporto con la piazza è diverso perché il calcio viene vissuto in maniera quasi morbosa. Ho vestito giallorosso per nove anni e ho avuto un contatto diverso rispetto alle altre piazze. La mia volontà era quella di finire con la maglia della Roma. Avevo voglia di provare un’esperienza all’estero ma per esigenze familiari e personali ho preferito smettere nonostante stessi bene, ero integro fisicamente e avevo ricevuto tante offerte anche in Italia. Ho deciso di chiudere così e non mi pento assolutamente. L’unica cosa che rimpiango è un’esperienza all’estero ma se si potesse tornare indietro la farei prima di andare a Roma".

A distanza di anni è ricordato soprattutto per il modo di fare il trequartista nel 4-2-3-1 di Spalletti.
"È una soddisfazione. Il trequartista era visto come il classico numero 10, mentre io l’ho fatto con le mie caratteristiche. Il primo a propormelo fu Ancelotti alla Juventus perché era assente Zidane. Il mister mi chiese se volevo giocare lì ma con le mie qualità, non pensando agli altri. Io ho sempre avuto tra le mie caratteristiche quelle di seguire l’azione, ma in fase di non possesso comunque ero il primo che andava sul centrocampista avversario che si abbassava o sul centrale difensivo".

Ricorda il momento in cui il mister le raccontò l’idea di trasformarla in trequartista?
"Era una situazione di emergenza totale perché mancavano Cassano, Montella, Nonda ed era rimasto solo Francesco davanti. Stavamo attraversando un periodo complicato perché avevamo perso in casa con il Palermo, il mister era a rischio esonero e non aveva nessuno da mettere lì: pensò di mettere in campo questo nuovo modulo, che non avevamo nemmeno mai provato. Il primo esperimento lo facemmo a Tromsø, ma non pensavo potesse essere riproposto. La domenica mattina della gara con la Sampdoria, giocavamo il posticipo, mi chiamò e mi disse: ‘Giochi dietro la punta'. Gli chiesi dove avrebbe giocato Totti e lui rispose: ‘Francesco gioca davanti'. Noi giocavamo solitamente con due punte, oppure con due punte e Totti. Spalletti mi disse: ‘Tu devi interpretare il ruolo con le tue qualità, non devi fare altro. Vedrai che Francesco si abbasserà per giocare la palla e avrai i tuoi spazi'".

E fu un successo.
"Trovammo subito un buon feeling perché quando Francesco veniva incontro mi lasciava molti campo per inserirmi e i difensori non erano abituati a movimenti così: non sapevano chi seguire. Andò molto bene e quella squadra per diversi anni fece vedere un grande calcio, sia in Italia che in Europa. Meritavamo di vincere qualcosa in più, ma avevamo l’Inter davanti che era una corazzata. Un vero peccato".

Da una Roma all'altra: cosa pensa della squadra di Paulo Fonseca?
"Mi piace molto. I giallorossi hanno trovato solidità con i tre dietro e anche i calciatori davanti stanno molto bene, si trovano a meraviglia: anche nei momento in cui è mancato Dzeko è stato spostato un piccoletto come Pedro o Mkhitaryan, ma è un discorso che lascia il tempo che trova perché anche lo stesso Dzeko svaria molto e apre spazi per i compagni. Anche a centrocampo è messa bene con Pellegrini, Veretout e Cristante, che a me piace molto. Con il ritorno di Smalling e la ritrovata sicurezza di Mirante la squadra di Fonseca ha tutte le carte per fare bene".

Il 2006 è tappa obbligatoria. A distanza di 14 anni qual è il primo pensiero che le balza in testa di quei giorni?
"Una grande soddisfazione, felicità, esaltazione. Un mix di sensazioni positive perché arrivò tutto in un contesto incredibile. In quel momento rappresenti un paese intero non solo una città. Più passa il tempo e più la assapori in maniera diversa. A volte facevo fatica a crederci ma quando ho visto i Mondiali successivi e poi ho lasciato il calcio mi sono reso conto. Davvero una soddisfazione enorme".

Oggi tanti dei suoi ex compagni sono allenatori. Chi, già all'epoca, dava l’impressione di poterlo diventare?
"Sono invecchiati velocemente (ride, ndr). Pirlo sicuramente sì, ma anche Gattuso era uno che stava sempre sul pezzo, voleva sapere e conoscere. Poi diventare un allenatore di successo dipende da tanti fattori. Gattuso è quello che partendo dal basso ha fatto più gavetta e ha vissuto momenti piuttosto particolari, ma si sta costruendo una carriera di spessore. Ha trasferito il modo che aveva di fare in campo anche in panchina e si fa voler bene dai suoi calciatori per questo motivo".

E invece cosa sta mancando, per ora, alla Juventus di Pirlo?
"Bisognerebbe vivere la situazione in prima persona per capire quali sono le cose che vanno e quelle da aggiustare. È una squadra diversa da quella dello scorso anno e ci vorrà del tempo per mettere in pratica ciò che chiede Pirlo, perché sono cose diverse rispetto a quelle su cui puntava Sarri. Si possono fare tanti discorsi ma spesso contano molto anche le motivazioni dei calciatori. In una squadra che vince da tanti anni, con gli altri che si son rinforzati, possono fare la differenza. Non è affatto semplice".

La Nazionale sta facendo un percorso eccezionale sotto la guida di Roberto Mancini. 
"Mi diverte molto. Ha preso una squadra che era a pezzi e nessuno pensava potesse risollevarsi in così poco tempo. Mancini è stato bravo a fare il cambio generazionale dopo la cocente sconfitta con la Svezia. Mi piace vederla perché è riuscito a dare una fisionomia di gioco. La cosa più bella è che chiunque entri si inserisce in questo meccanismo. Ha fatto un lavoro eccezionale e si denota dalle parole dei ragazzi, si vede che nel gruppo stanno tutti bene. Traspare una grande voglia di fare bene".

Nel centrocampo azzurro oggi c'è abbondanza di talento. Chi è l'azzurro che le piace di più?
"Non ho un preferito perché hanno caratteristiche diverse e sono tutti giovani, potranno dare ancora tanto alla maglia azzurra. C’è stato un periodo, non troppo lontano, in cui tanti dicevano che non avevamo più giovani da lanciare, ma la Nazionale ha smentito in poco tempo questa credenza. A centrocampo sono tutti calciatori ‘moderni' e Mancini sta cercando sempre il modo di farli rendere al meglio".

L’inizio di questa stagione restituisce un campionato molto equilibrato, come non si vedeva da anni. Sensazioni?
"Sarà bagarre fino all’ultima giornata, ma non sarà una storia a due o a tre. Credo che diverse squadre possono giocare per vincere lo Scudetto. Sicuramente la Juventus, l’Inter e il Napoli. Ma ci metto dentro anche la Roma e il Milan. Lotteranno tutte fino alle ultime giornate per vincere il titolo. Mi dispiace solo che ci siano gli stadi vuoti perché lo spettacolo sarebbe stato ancora più bello".