Alberto Fontana: “Oggi lavoro negli hotel di famiglia, basta calcio. Il primo stipendio fu un sollievo”

Ci sono due categorie di calciatori: quelli che lasciano il segno con i trofei e altri che restano impressi per l’umanità con cui attraversano il calcio. Alberto Fontana ha vinto nella sua carriera ma appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Portiere longevo, affidabile, capace di giocare fino a oltre quarant’anni in Serie A, ma soprattutto uomo profondamente legato alle proprie radici. A Fanpage.it Fontana ripercorre tutta la sua carriera: dagli inizi a Cervia, “nato praticamente sulla sabbia”, fino agli anni all’Inter accanto a Francesco Toldo, passando per le promozioni con Bari e Atalanta, la favola Chievo Verona e il Palermo di Zamparini. Il racconto è quello di un calcio diverso, fatto di spogliatoi veri, sacrifici familiari e appartenenza territoriale. Fontana parla del padre bagnino, dei debiti dei suoi genitori, del primo stipendio vissuto come una liberazione e di quanto il mare abbia sempre influenzato le sue scelte di vita.
Cosa fa oggi Alberto Fontana?
"Sono tornato a vivere in Romagna, a casa mia. Io sono di Cervia e, dopo tanti anni in giro per l’Italia, sentivo il bisogno di tornare nel mio ambiente. Mia sorella ha un hotel, mia moglie ha un hotel a Cesena e io mi occupo un po’ della parte burocratica e amministrativa. Diciamo che oggi sono abbastanza fuori dal mondo del calcio".
Quindi ha scelto volutamente di staccarsi dal calcio?
"Sì, è stata una scelta precisa. Continuo a guardarlo, ogni tanto qualcuno mi chiama per chiedermi un’opinione, però non vivo più quel mondo quotidianamente. Per fare calcio davvero devi stare in giro, devi accettare certi ritmi e certe dinamiche. Io invece, dopo aver smesso abbastanza tardi, avevo voglia di tornare nel mio mondo, vicino alla famiglia e ai miei luoghi. E poi io sono nato al mare: il mare ha un richiamo particolare. Quando cresci così, con quell’orizzonte davanti tutti i giorni, ti resta dentro per sempre".

È stato uno dei portieri più longevi della Serie A. Qual è stato il segreto per arrivare a giocare fino a 41 anni?
"Guarda, secondo me ci sono state tante casualità insieme. La mia struttura fisica, per esempio, da ragazzo mi penalizzava molto. Ero magro, avevo poca muscolatura, sembravo fragile e quindi all’inizio non trasmettevo sicurezza. Però quella che sembrava una debolezza col tempo è diventata un vantaggio enorme. Non ho mai preso peso, il fisico è rimasto leggero, elastico. E soprattutto ho avuto la fortuna di non avere mai infortuni gravi. Qualche problema normale sì, ma niente che mi abbia davvero fermato. Poi bisogna considerare anche il periodo storico. Quando ho iniziato io c’erano portieri incredibili e giocava praticamente solo il titolare. Nelle grandi squadre non esisteva ancora il concetto del secondo pronto a giocare dieci o quindici partite. Ce n’era uno e basta. Io mi sono trovato dentro una generazione fortissima, con pochissimi spazi. Quando quella generazione ha smesso, sono arrivati comunque portieri validi, ma meno numerosi. Quindi chi fisicamente stava bene ha potuto allungare la carriera di tre o quattro anni".
Ripensando agli inizi nel settore giovanile del Cesena, quando ha capito che il calcio sarebbe diventato il suo lavoro? È vero che all’inizio nessuno pensava che saresti diventato un calciatore?
"Assolutamente sì. Nei primi tre anni al Cesena non giocai praticamente mai. Ero basso, piccolo, magro. E quando per tre anni non scendi mai in campo il dubbio ti viene. Ti chiedi se davvero ce la puoi fare. La fortuna della mia vita è stata incontrare Giorgio Fioravanti, il preparatore dei portieri del Cesena. Una persona avanti trent’anni rispetto agli altri. Già negli anni Ottanta ci faceva lavorare coi piedi, ci diceva che prima o poi il calcio sarebbe cambiato. E soprattutto mi ripeteva sempre: ‘Tu sei un ritardatario, ma diventerai un portiere'. Mi ha convinto lui a non mollare. Poi successe una cosa incredibile: in un anno crebbi di più di quindici centimetri. Da ragazzo scartato mi ritrovai improvvisamente a essere considerato uno dei migliori".
Quanto hanno contato Cervia e la tua famiglia nella sua crescita?
"Tantissimo. Mio padre era bagnino e aveva uno stabilimento balneare. Io sono nato davvero sulla sabbia. Non è un modo di dire. Avevamo un appartamento dietro al bagno e da maggio a settembre vivevamo lì. Credo che anche il fatto di buttarmi continuamente sulla sabbia abbia contribuito, quasi naturalmente, a farmi innamorare del ruolo del portiere. Poi quando tornavo a casa non ero ‘il portiere Fontana, ero il figlio del bagnino'. Questa cosa qui mi ha fatto sempre tenere i piedi per terra. E poi era una vita bellissima. D’estate vivevi sempre all’aperto, giocavi tutto il giorno, stavamo in spiaggia fino a sera. Io e tanti altri ragazzi della zona facevamo tre allenamenti al giorno senza rendercene conto. Finivi di lavorare e andavi subito a giocare a calcio sulla sabbia".

È a Cesena che firmato il primo stipendio da professionista?
"Eccome se me lo ricordo. All’epoca c’erano ancora le lire e il primo precontratto era una cifra piccola, però per me aveva un valore enorme. Credo fosse sulle 800 mila lire. Più che altro ricordo la soddisfazione di non pesare più troppo sui miei. I miei avevano costruito tutto lavorando sedici ore al giorno e facendo debiti. Era una famiglia giovane, piena di sacrifici ma anche molto sorridente. Quando arrivarono i primi soldi ebbi la sensazione di poter finalmente dare una mano, anche piccola. E quella sensazione lì non la dimentichi più".
Dopo le esperienza nelle serie minori, con Vis Pesaro e SPAL, lei ha vissuto promozioni importanti con Bari e Atalanta: quale ricorda con più emozione?
"Partiamo da Bari, perché fu il primo vero distacco dalla mia terra. Fino ad allora ero sempre rimasto relativamente vicino casa: Pesaro, Ferrara… Bari invece era lontana davvero. E all’inizio non fu semplice. Però mi bastarono due giorni di ritiro per capire che avevo fatto la scelta giusta. C’era una squadra fortissima: Protti, Tovalieri, Joao Paulo… e soprattutto si respirava subito l’aria di chi doveva vincere. Bari in Serie B non vuole stare. Lo percepisci immediatamente. Quell’anno portammo sessantamila persone allo stadio. Vincemmo il campionato insieme alla Fiorentina e ancora oggi abbiamo una chat dove ci sentiamo tutti. Significa che si era creato qualcosa di speciale. Poi avevo un rapporto bellissimo con Peppino Alberga…"
Ce lo racconta?
"Molto volentieri, perché da lui ho imparato tantissimo. Io ero agile, istintivo, veloce. Lui invece era il portiere perfetto nella posizione, nei dettagli. Allenarmi ogni giorno con lui mi ha migliorato enormemente. Il ruolo del portiere è un mondo a parte. Se hai l’intelligenza di capire che il compagno vicino a te ha una qualità migliore della tua e cerchi di impararla, cresci. Se invece pensi di sapere già tutto, hai finito di migliorare".
E Bergamo?
"Bergamo è una realtà incredibile. Nonostante sia vicina a Milano arrivi lì e capisci subito che esiste solo l’Atalanta. Il resto non conta. La squadra di oggi non è quella che ho vissuto io ma si può dire senza problemi che la Dea è un modello che le città medio-piccole dovrebbero seguire: settore giovanile, sostenibilità, organizzazione. Hanno capito tutto prima degli altri e continuano a fare campionati importanti".

Dopo l'Atalanta, Fontana va al Napoli e poi all’Inter…
"Arrivavo da Napoli e avevo anche un triennale pronto, ma quando si aprì la possibilità dell’Inter ero troppo curioso di capire cosa fosse davvero il grande calcio. Quando arrivi lì cambia tutto. Non esistono partite normali. Anche l’amichevole estiva sembra una finale. Ti trovi in uno spogliatoio con quindici nazionali e capisci subito che il livello mentale è completamente diverso. Io sapevo benissimo di avere davanti Francesco Toldo, che era più forte di me. E questa cosa mi aiutava, perché quando riconosci il valore di chi hai davanti vivi tutto con serenità. Mi allenavo per farmi trovare pronto e basta".
Tra le partite più ricordate di Fontana in nerazzurro c’è il derby terminato 0-0 con parate clamorose. Io, ad esempio, ricordo una su Crespo davvero notevole. Si può dire che è una delle partite simbolo della sua carriera?
"Sì, perché esordire in un derby a 37 anni è una cosa che non immagini più. Arrivi a quell’età pensando che certe occasioni ormai siano passate. Invece il calcio a volte ti regala sorprese incredibili. Ricordo quella partita come un regalo. Anche perché all’Inter mi fecero sempre sentire importante. Quando giocavo io nessuno andava nel panico. Questa è una soddisfazione enorme per un secondo portiere".
Subito dopo l'esperienza all'Inter, Fontana va al Chievo Verona e contribuisce ad una storica qualificazione europea: come nacque quel trasferimento?
"Io in realtà volevo tornare a Cesena, perché mi sentivo in debito con la mia città dopo la retrocessione. Però poi arrivò il Chievo e mi trovai dentro un’altra favola. Quando arrivai lì capii immediatamente perché quella squadra faceva miracoli ogni anno. C’era Sartori, che secondo me è uno dei più grandi intenditori di calcio che abbiamo avuto. Con budget bassissimi riusciva sempre a trovare giocatori forti. Ma soprattutto il Chievo era una società organizzata in maniera perfetta. Ti pagavano puntuali, le famiglie stavano bene, trovavano casa a tutti. Sembrava una piccola famiglia. E infatti tanti giocatori, pur avendo offerte più importanti, sceglievano di restare".
Dopo tanti anni al Nord, Alberto Fontana torna al Sud e sceglie Palermo…
"Rino Foschi mi inseguiva da anni e alla fine mi convinse. Ma la verità è che Palermo mi affascinava tantissimo. Era il mare, il Sud, il calore della gente. E poi arrivavo in una squadra fortissima. C’erano Corini, Barzagli, Zaccardo, Miccoli, Cavani… Noi un anno siamo stati primi in classifica fino a dicembre. Lo stadio era sempre pieno e il rapporto tra la città e la squadra era incredibile".

Le vicende con il Palermo e l’esclusione dalla rosa sono state molto discusse: col senno di poi, pensa che quella situazione si sarebbe potuta gestire diversamente?
"In realtà fu tutto molto gonfiato. Io avevo chiesto di andare via perché arrivava Amelia e pensavo fosse giusto così. Avevo anche offerte importanti, tipo la Roma o il Parma. Però l’allenatore mi voleva tenere e da lì si creò una situazione complicata. Zamparini doveva difendere un investimento importante come Amelia e prese una posizione. Ma io con lui non ho mai litigato davvero. Era una persona particolare: poteva fare gesti meravigliosi e poi impuntarsi completamente su una decisione. Ma io con Zamparini ho sempre avuto un ottimo rapporto umano".
Fontana ha parato diversi rigori in carriera, tra cui Zidane e Kaká…
"Il rigore è il momento in cui il portiere non rischia niente. Se va dentro è normale, se lo pari diventa tutto amplificato. Ai miei tempi si studiava già, ma se vogliamo fare un parallelo con oggi è cambiato tutto perché viene analizzata ogni cosa. Voglio dire che, però, conta tantissimo anche l’istinto in situazioni del genere".
C’è una frase molto bella che ha detto: ‘A casa mia non ero il portiere Fontana, ero il figlio del bagnino'. Quanto hanno inciso nella sua carriera e nella sua vita privata la sua famiglia e il suo legame con i luoghi della sua infanzia?
"Ed è la verità. Tornando a Cervia nessuno ti trattava come il calciatore famoso. E questa cosa mi ha aiutato tantissimo a rimanere equilibrato. Quando vivi in certi contesti, dove tutti si conoscono e nessuno ti mette su un piedistallo, impari a non prenderti troppo sul serio. E secondo me questo nel calcio aiuta tantissimo, perché appena pensi di essere speciale rischi di perdere il contatto con la realtà".