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Pablo Granoche: “Col primo stipendio davo una mano a casa. Vi spiego cos’è la Garra Charrua”

Dall’Uruguay all’Italia, dal gol alla panchina: Pablo Granoche racconta a Fanpage.it la sua nuova vita da allenatore dell’Oltrepò. Un viaggio tra sacrifici, scelte e identità, con lo spirito del “Diablo” ancora acceso.
A cura di Vito Lamorte
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L’appuntamento è di quelli semplici, senza filtri. Dall’altra parte del telefono c’è Pablo Granoche, oggi allenatore dell’Oltrepò in Serie D, ieri bomber capace di lasciare il segno ovunque sia passato. La voce è serena e disponibile, con quella calma di chi ha vissuto tanto e ha ancora voglia di raccontarlo. Si parte dal presente ma inevitabilmente il discorso scivola indietro: l’Uruguay, il Messico, l’Italia, i gol e le scelte che hanno cambiato una carriera. Con 98 reti è il miglior marcatore straniero nella storia della Serie B. Granoche, che ha 43 anni, non si nasconde e a Fanpage.it alterna riflessioni tecniche a ricordi personali, con uno sguardo sempre lucido sul calcio di oggi.E quando si parla di identità, emerge tutta la sua essenza: quella “garra” uruguaiana che lo ha accompagnato in campo e che oggi prova a trasmettere dalla panchina. Perché El Diablo, in fondo, non ha mai smesso di vivere le partite.

Cosa fa oggi Pablo Granoche?
"Sono allenatore all’Oltrepò e, onestamente, sono contento della scelta. È un anno che mi sta facendo crescere tanto sotto tutti gli aspetti. Ho cambiato anche direttore sportivo in corsa, sono successe tante cose che mi hanno fatto crescere velocemente come allenatore".

Che campionato è la Serie D?
"Molto tosta. Si vede che c’è tanta preparazione anche da parte delle altre squadre. È un campionato che ti insegna tanto".

Possiamo dire che avete anche rispettato le aspettative?
"Siamo partiti come squadra più giovane e con uno dei budget più bassi. Ho iniziato una settimana prima del campionato, quindi non era semplice. Però questo dà ancora più valore al lavoro fatto da tutti.

Quando ha deciso di diventare allenatore: era un’idea che aveva già da giocatore oppure è nato in maniera casuale?
"Sì, mentre giocavo ho iniziato a fare il corso. Era già un’idea che avevo. Appena ho smesso col Chievo ho fatto subito il vice lì e da quel momento ho capito che mi piaceva davvero".

Granoche palla al piede nella sua prima esperienza alla Triestina.
Granoche palla al piede nella sua prima esperienza alla Triestina.

Ha avuto tanti allenatori nella sua carriera: chi l'ha influenzata particolarmente?
"Ho avuto tanti allenatori importanti: Maran, Novellino, Pioli, Di Carlo… da ognuno ho preso qualcosa. Soprattutto cerco di non ripetere le cose che a me non piacevano da calciatore".

È sempre “El Diablo” anche in panchina?
"Sì, mi infuoco anche in panchina! Però è diverso, in campo potevi sfogarti, lì devi trattenerti. Vivo la partita con lo stesso spirito da giocatore".

Da dove nasce il soprannome “El Diablo”?
"Nasce dal mio periodo in Messico. Il Toluca giocava in rosso ed era chiamato ‘i Diablos Rojos'. Un giornalista a Trieste disse ‘arriva uno dei Diablos Rojos', e da lì è rimasto ‘El Diablo'".

Il Messico è un paese che da noi non è molto calcolato ma personalmente è un campionato che apprezzo: ci racconta la sua esperienza lì?
"Bellissimo. Un campionato di altissimo livello, pieno di sudamericani forti. Stadi pieni, ambiente spettacolare. È un calcio molto competitivo e moderno".

Granoche ai tempi di Modena.
Granoche ai tempi di Modena.

Del Messico si parla molto delle situazioni extra-campo, soprattutto ora che si avvicinano i Mondiali: ha mai vissuto pressioni ‘particolari' lì?
"No, mai. Ho vissuto un calcio molto passionale, ma senza problemi particolari. È stata un’esperienza bellissima".

Facciamo un passo indietro e torniamo a casa sua, in Uruguay: come nasce la tua storia col calcio?
"Ho iniziato a 6-7 anni. In Uruguay si vive di calcio, è come una religione. È normale crescere così".

Se le dico Miramar Misiones, cosa le viene in mente…
"Lì ho avuto l’occasione di giocare con continuità e ho iniziato a segnare tanto. Poi ho vinto anche la classifica marcatori e da lì è arrivata l’Europa".

È lì che ha preso il suo primo stipendio da professionista?
"Sì, era basso, serviva più a coprire le spese. Però mi aiutava a essere indipendente e dare una mano a casa".

Granoche esulta dopo un gol con la maglia dello Spezia.
Granoche esulta dopo un gol con la maglia dello Spezia.

Poi sbarca in Italia, alla Triestina: si aspettava un impatto così positivo?
"Un mio amico mi disse che il calcio italiano era perfetto per me. E aveva ragione. Subito mi sono trovato bene e ho fatto gol".

Il primo ricordo a Trieste?
"Lo stadio, il ritiro e poi la città. E soprattutto il vento di Trieste… quello non si dimentica!"

Un momento a cui sei legato in particolare con la maglia della Triestina?
"Il primo gol contro il Messina: entrai dalla panchina e segnai il pareggio. E poi anche la finale playoff col Pisa, con lo stadio pieno".

Dopo la Serie B a Trieste si spalancano le porte della Serie A con il Chievo Verona: che momento fu?
"Positivo come presenze e prestazioni, ma mi è mancata continuità nel gol. Quello ha fatto la differenza per il mio futuro in Serie A".

Granoche in azione ai tempi del Chievo.
Granoche in azione ai tempi del Chievo.

C’è una piazza a cui è più legato?
"Trieste e Verona perché sono nati i miei figli e ho giocato in Serie A. Poi Modena e Spezia sono state tappe importanti".

A proposito di Modena, lei ha avuto anche Crespo come allenatore. Com’è stato rapportarsi con uno dei migliori centravanti degli ultimi vent'anni? 
"Bellissimo. Allenarti con uno come lui è speciale. Purtroppo è stata una stagione complicata tra infortuni e risultati, ma il rapporto era ottimo".

Ora che è lei l'allenatore, come lavora con gli attaccanti?
"Cerco di non stressarli. Non voglio dire ‘io facevo così'. Li lascio liberi e provo solo a dare piccoli consigli per migliorarli"

Granoche tenta una rovesciata con la maglia della Triestina.
Granoche tenta una rovesciata con la maglia della Triestina.

Della sua carriera mi ha colpito particolarmente l'episodio della squalifica  a causa di un premio extra dopo 7 anni: che ricordo ha oggi di quella situazione?
"Sinceramente faccio fatica a commentarla. È stata una cosa difficile da capire anche per me, preferisco non entrare nel dettaglio".

Con quali occhi guarda al futuro mister Granoche?
"Voglio crescere come allenatore, ma senza fretta. Vivo il presente, cerco di migliorarmi ogni giorno e vedremo cosa succederà".

Ultima curiosità. In Italia viene usata spesso la locuzione “Garra Charrua” per parlare degli uruguagi: dato che ognuno la appiccica dove vuole, ci spiega il significato per voi?
"È convivere bene con la sofferenza. L’uruguaiano dà il meglio quando è sotto pressione. È una caratteristica del nostro popolo".

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