Durante Atalanta-Napoli, Alejandro Gomez ha servito il 15° assist del suo campionato. Un record negli ultimi anni di Serie A. È il dato che meglio racconta l'evoluzione del Papu, la sua nuova dimensione calcistica. Arrivato in Italia 10 anni fa, come esterno offensivo dai grandi colpi, oggi si è liberato da ogni catena elevandosi allo status di tuttocampista nella macchina (quasi) perfetta di Gian Piero Gasperini. Lo si vede ovunque: davanti alla difesa per far partire l'azione, sulla trequarti per cercare l'ultimo passaggio, in zona gol perché l'istinto resta sempre quello dell'attaccante. La stella attorno al quale ruota l'intero universo della Dea. I 32 anni sono il culmine della sua maturità calcistica. Il momento ideale per prendersi del tempo e raccontare la propria storia. Così come in campo, anche in questo caso Gomez ha deciso di sorprendere, scegliendo una strada diversa: ‘Ciao, sono il Papu' (edito da Rizzoli) è il racconto del Gomez bambino, quello dei primi calci ad un pallone e dei primi passi nello spogliatoio, pensato per i bambini di oggi. A fumetti, per essere ancora più diretto: "Questo era molto importante per me", racconta il Papu a Fanpage.it.

Papu, in primis: come stai?
"Bene. Stiamo tornando alla normalità, per fortuna. Anche nella vita quotidiana oltre al calcio. C'è voglia di ripartire".

Definisci la possibilità di giocare a calcio “la felicità più grande che possa esistere”. Senti di avere un ruolo speciale in questo momento così particolare?
"Credo che abbiamo una certa responsabilità. Purtroppo non possiamo far tornare le persone che se ne sono andate in questo periodo, qua in città, ma vogliamo fare qualcosa di importante per cercare di riportare un po' di gioia tra la a gente che tanto ha sofferto in questi mesi".

Tanti calciatori hanno scritto un libro sulla propria storia. Tu hai scelto di rivolgerti ai bambini, attraverso i fumetti.
"Penso che per fare una biografia o un libro sulla tua vita devi raccontare qualcosa di veramente importante. Non una semplice raccolta di aneddoti con i compagni o situazioni di partita. Ho preferito raccontare quello che mi è successo quando ero bambino, soprattutto per incoraggiare i piccoli che hanno un sogno e vogliono diventare calciatori. Anche attraverso i fumetti, per i bambini che hanno appena iniziato a leggere".

Racconti le paure e le ansie di quando eri bambino. Oggi, da calciatore, hai ancora una grande paura?
"Per fortuna no. Ho sempre avuto tanta personalità e molto coraggio, anche se racconto che da piccolo avevo qualche timore, perché più piccolo di statura rispetto agli altri. Ma questo non è mai stato un problema: ho cercato di impormi con le mie qualità e le mie caratteristiche al di là di tutto. Mi sono sempre sentito forte e questo mi ha portato avanti in tutta la mia vita".

Nel libro ti definisci timido, eppure in campo non sembra. Quando sei diventato un leader?
"Leader si nasce. Si può anche diventare con il tempo, ma è una capacità che si ha dentro. Ovviamente con l'età viene più facile e più naturale, per l'esperienza che si accumula e che ti porta a parlare in un certo modo. Lo ero già a 20 anni, in campo, ma adesso mi sento più preparato per esserlo anche fuori".

Ad un certo punto dici “Eravamo tutti uguali”. E’ un messaggio importante, si lega anche al tema del razzismo. 
"Il razzismo non è solo un problema del calcio. E' un problema della società, che viviamo ogni giorno. Come certe cose succedono per strada, possono verificarsi allo stadio. Il problema alla base è questo. Troppa gente è ancora ignorante, vive nel passato. Sembra siano rimasti agli anni '50, ma siamo nel 2020 e certe cose non si possono vedere più".

Chi è stato nella tua carriera italiana, più di tutti, il compagno “che parla tanto ed è super simpatico”?
"Oggi è Luis Muriel. E' lui quello simpatico, che fa gruppo, che scherza. Sempre di buon umore, non si lamenta mai di niente. Persone come lui servono allo spogliatoio e fanno bene al gruppo".

Parli anche di amici. Nel calcio ne hai trovati?
"In questo mondo è molto difficile trovare un amico. I cambiamenti sono veloci e frequenti: cambi squadra, giochi due anni con uno e dopo non lo vedi più. Ma nei tre anni di Catania ho legato molto con Mariano Izco. Lui sì, è un grande amico. Abbiamo un legame fortissimo, parliamo ogni giorno di ogni situazione di vita, non solo di calcio. Anche se ci vediamo solo una volta all'anno c'è sempre lo stesso sentimento".

Nei fumetti parli di “amici che giocano a calcio”. Sembra la descrizione dell'Atalanta…
"Noi siamo consapevoli che dietro tutto il divertimento e i risultati c'è grande sacrificio. Questo gruppo da anni sta facendo grandi cose, non ha mai avuto un problema dentro o fuori dal campo. Per fare questo tipo di calcio e di risultati hai sempre bisogno di un grande gruppo, altrimenti non vai da nessuna parte. Per noi è fondamentale avere ragazzi a posto, che non pensano di essere arrivati: vogliamo gente utile, disposta a lottare l'uno per l'altro".

Di recente hai raccontato un tuo segreto per muoverti bene in campo: guardi sempre la posizione dell’arbitro. Hai un’altra dritta da dare? Magari utile già da piccoli…
"Ormai nel calcio è tutto inventato, non posso insegnare segreti. Sfruttare la posizione dell'arbitro è una cosa che ho imparato da grande, che ora in campo mi viene naturale. Già so in quale posizione mettermi per cercare di ricevere palla. E' questione di anni di lavoro e duro allenamento".

Per come parli e insegni, sembri quasi un allenatore. Hai già dei piani per il futuro a lungo termine?
"Non lo so ancora. Naturalmente mi piace il calcio, ne sono un appassionato. Niente può essere paragonato al sentimento, la passione e l'adrenalina che trasmette il calcio. Cercherò di restare intorno a questo mondo, ma non so ancora bene in che ruolo".

Da bambino avresti mai sognato di ritrovarti tra le 8 migliori squadre d’Europa a giocarsi il trofeo più importante?
"Ho sempre cercato di giocare al massimo livello possibile. Mi sono preparato tutta la mia carriera per arrivare ad essere un calciatore importante. E sì, sicuramente ho sognato da bambino un momento così. Qualcuno magari ha la fortuna di avere un'opportunità così più presto durante la carriera, io l'ho avuta più tardi. Ma non mi lamento. Negli anni sono maturato tanto come calciatore e come persona e anche se ho meno possibilità da sprecare, sono contento per com'è andato tutto".

Arrivato a questo punto ti accontenti semplicemente di esserci o inizi a pensare alla possibilità di vincere?
"Vincere sarebbe bellissimo. Io l'ho fatto in Argentina con una piccola squadra come l'Arsenal de Sarandí, vincendo la Copa Sudamericana, e ho vinto il Mondiale U20 con la nazionale. So quanto sia bello vincere trofei, ma non è tutto. Credo sia più bello riuscire a lasciare il segno in una squadra, per sempre, piuttosto che essere uno dei tanti in una squadra abituata a vincere. Uno che nessuno ricorderà. I trofei servono per il curriculum, ma sono altre le cose importanti".