Perché la Lega di Serie A ci ha messo così tanto tempo nell'accogliere la richiesta del Milan di portare il lutto al braccio e osservare un minuto di raccoglimento per la morte di Kobe Bryant prima della gara di Coppa Italia? Perché non dedicare subito all'uomo, allo sportivo, al campione, al padre morto assieme alla figlia, alle vittime della tragedia avvenuta nella contea di Los Angeles sessanta secondi? Sessanta secondi… spesso basta molto meno per dire una cazzata perché non impegnarli meglio?

E stupisce che una mozione del genere non l'abbia avanzata anzitutto il Coni, la massima autorità sportiva italiana. Perché non prendersi un attimo per meditare su quanto la vita, il dono più prezioso, vada rispettata sempre? Perché la Uefa ha detto sì al cordoglio per Emiliano Sala in Champions e in Europa League mentre noi, in Italia, nemmeno riusciamo a dedicare a "Black Mamba" qualcosa che non sia un angolino in una pagina? Perché il calcio non può aspettare un attimo, fare un passo indietro e rendere omaggio alla memoria di uno degli sportivi più forti del pianeta con un gesto semplice?

La risposta a tutte quelle domande è nella tempistica (bisognava davvero pensarci tanto?) e più ancora in un altro episodio avvenuto di recente. Appresa della morte di Pietro Anastasi, la Federazione ha lasciato che la cosa passasse sotto traccia. All'attaccante che col suo gol consegnò all'Italia l'unico titolo di Campione d'Europa finora vinto (1968) non è stata fatta alcuna dedica che non sia una contrizione di facciata.

L'indignazione dei tifosi del Milan, che nelle ultime ore hanno alimentato la polemica social sulla iniziale (non) decisione da parte della Lega di Serie A, doveva essere la stessa di tutti gli sportivi (e non) che sono rimasti scossi dalle notizie e dalle immagini rimbalzate dall'America.

Come si fa a non rendere onore a chi ha perfino meritato la statuetta dell'Oscar per il cortometraggio nato dalla lettera di addio al basket? La scrisse di pugno suo, gli sgorgò dal cuore. Usò concetti semplici per raccontare tutta una vita. "Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere uno dei Lakers", diceva Bryant. "Il mio cuore può sopportare la battaglia, la mia mente può gestire la fatica, ma il mio corpo sa che è ora di dire addio". E la Serie A cosa fa? Aspetta, prende tempo, rimugina sull'opportunità o meno di osservare un minuto di raccoglimento. "Ti ho dato il mio cuore perché c’era tanto altro dietro". E noi lo buttiamo nel "cestino della spazzatura" facendo il canestro della vergogna.