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Manuel Giandonato: “Ho sofferto quando la Juve mi mandava in prestito. Ricordo il messaggio di Del Piero”

Manuel Giandonato ha deciso di smettere con il calcio giocato a 34 anni e ora è secondo allenatore della Recanatese in Serie D. In un’intervista a Fanpage ha ricordato i suoi trascorsi alla Juve, compresa la tragedia di Neri e Ferramosca: “Quella notte la ricordo come se fosse ieri”.
A cura di Fabrizio Rinelli
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Manuel Giandonato fu considerato fin da subito il "nuovo Pirlo". Un giovane che ha vissuto l'ascesa fulminea, l'esordio in Europa League, il dramma dell'infortunio e poi una carriera solida tra i professionisti, chiusa con una scelta di vita relativa al ritiro dal calcio giocato a soli 34 anni. Oggi è allenatore in seconda della Recanatese, in Serie D. Nel corso di un'intervista a Fanpage, Giandonato ha parlato di aneddoti e curiosità relativi alla sua carriera. Cresciuto nel settore giovanile della Juventus assaporando anche la Serie A e la prima squadra bianconera, è passato poi da capitano e leader.

Manuel ha saputo reinventarsi, portando la sua classe e la sua visione di gioco tra Lecce, Livorno, Olbia e Fermana, fino alla recente scelta di mettere la sua esperienza al servizio della Recanatese. Con lui non parleremo solo di quel gol al Manchester United all'esordio giovanissimo tra i grandi, ma di cosa significa davvero vivere di calcio quando i riflettori si allontanano: la fatica, la leadership silenziosa dello spogliatoio e quella passione che, nonostante il passare degli anni e qualche infortunio di troppo, continua a farlo sentire quel ragazzino che ha saputo incantare la Vecchia Signora.

In primis, ti chiediamo un tuo ricordo di Alex Manninger avendo condiviso con l'ex portiere austriaco, morto nei giorni scorsi, lo spogliatoio della Juve.
"Avevamo un bellissimo rapporto perché lui era un ragazzo davvero fantastico, sapeva fare tantissime cose e si interessava a tutto. Poi era un professionista esemplare davvero, in tutto, curava ogni dettaglio".

Sei arrivato a Torino giovanissimo e sei stato subito paragonato a Pirlo. Quel paragone è stato uno stimolo o un peso troppo grande per un ragazzo di vent’anni?
"Arrivai alla Juventus che avevo 13 anni con la completa incoscienza di un bambino. Lì ho fatto tutta la trafila delle giovanili in maniera incosciente, senza troppi pensieri e paranoie mentali. Nel momento in cui sono arrivato alla soglia della prima squadra ci sono rimasto due anni continuando a conservare quell'incoscienza".

E poi cosa accadde?
"Ho sofferto quando ho iniziato ad andare in giro in prestito. Avevo avuto la fortuna di stare 6 anni alla Juve, nel senso che per me il calcio e la normalità era la Juventus, non rendendomi conto che altrove non poteva mai essere uguale alla Juventus. Non ho avuto la facilità di adattarmi subito alle nuove situazioni e soprattutto, avevo iniziavo a percepire quel peso su di me del fatto che si aspettassero tutti sempre delle prestazioni da tto in pagella. Io invece non non avevo la lucidità e la serenità di autovalutarmi a prescindere dal pensiero altrui".

Non riuscivi ad essere te stesso?
"Ero molto condizionato dal pensiero altrui. Quella che per me era una partita normale per gli altri invece era una partita non sufficiente e io mi convincevo che era una partita non sufficiente, quindi ogni volta che andavo in campo per me era sempre un dover dimostrare di essere più forte degli altri. In quel momento lì a 19-20 anni non avevo quella quella forza, quella maturità di capire che dovevo fare un percorso a prescindere da quello che dicevano gli altri, dovevo lavorare più su me stesso che sul pensiero altrui".

Giandonato contro Paletta in un Parma–Juventus.
Giandonato contro Paletta in un Parma–Juventus.

Che impatto ha avuto su di te entrare in uno spogliatoio con leggende come Buffon e Del Piero? C’è un consiglio particolare che Alex ti ha dato e che porti ancora dietro?
"La mia grande fortuna di aver frequentato lo spogliatoio con grandi campioni è stato l'esempio che mi hanno lasciato e che ho colto da loro. Mi volevano bene, sono sempre stato un ragazzo molto rispettoso, con tanto pudore, sempre al mio posto, mai una parola vola fuori posto e quindi loro da questo punto di vista mi hanno accolto benissimo e non mi hanno mai fatto pesare la loro grandezza".

Qual è l'episodio più bello che ti porti dietro di quell'esperienza alla Juve?
"Ricordo il primo allenamento con la prima squadra. Fui catapultato dal campo della Primavera ad allenarmi con loro. Quando entrai in campo per me era Disneyland. Non mi era mai successo di andare con la prima squadra, di stare a contatto in campo con quei giocatori lì, e ricordo che mi venne incontro Fabio Cannavaro presentandosi a me: ‘Piacere Fabio'".

Non te l'aspettavi?
"Lì capisci che non è il campione in campo, è proprio lo spessore umano che fa la differenza. Lui capì che io in quel momento avevo un forte imbarazzo, non sapevo come comportarmi e in poche parole riuscì a rasserenarmi: ‘Piacere Fabio, stai tranquillo, sei uno di noi'. Io non ebbi neanche la forza di rispondergli e infatti lui mi chiese: ‘Mi dici il tuo nome?'".

In molti ricordano quel tuo gol su punizione nell'amichevole per l'addio di Gary Neville. Cosa si prova a segnare così a Old Trafford davanti a Ferguson?
"Quando ho fatto gol davanti a 85.000 persone non mi sono reso conto di quello che avevo fatto, ho solo pensato: ‘Ca**o ho fatto gol all'Old Trafford'. Non avevo realizzato".

Cosa ti dissero?
"Il giorno dopo in convitto c'era la trasmissione televisiva all'ora di pranzo che faceva rivedere le immagini ed è esploso un applauso generale da tutti i ragazzi, è bellissimo. Lì mi sono detto: ‘Cavolo, ho fatto un qualcosa che tutti i ragazzi che sono qui sognano di voler fare'".

Hai vissuto l’inizio dell’era Antonio Conte. Cosa portava di diverso rispetto agli altri allenatori? Si capiva già che avrebbe stravolto la storia del club?
"Ebbi la fortuna di passare con loro i due mesi di pre-campionato perché poi andai via in prestito a Lecce 31 agosto, quindi l'ultimo giorno utile. Quando arrivò Conte si vedeva proprio che aveva voglia di trasmettere ciò che aveva significato per lui la Juventus da calciatore. Per lui era prioritario il fatto di dover vincere sempre, doveva essere la normalità. Dovevamo capire che tutte le squadre contro la Juve davano qualcosa in più perché eravamo la Juve e il modo di lavorare era un modo per farti capire che c'era da far fatica".

I risultati dall'interno li videro subito tutti?
"Quell'anno fece il record di punti e rilanciò una squadra da due settimi posti a vincere lo scudetto. Fu in grado, inoltre, di rivitalizzare giocatori come Pirlo che venivano da stagioni non positive portando una mentalità che negli anni precedenti non si era vista".

Gli allenamenti suoi sono così duri?
"Sono duri perché secondo me oltre alla componente fisica, che poi durante tutto l'anno ti garantisce di correre e andare più forte degli avversari, c'è molto della componente mentale che ti predispone al sacrificio da fare durante l'anno per tutte le partite contro tutte le squadre. Quindi è proprio un modo per trasmetterti la sua mentalità".

Giandonato ha subito diversi infortuni nella sua carriera.
Giandonato ha subito diversi infortuni nella sua carriera.

Quella maledetta amichevole a Salerno nel 2011 ha cambiato tutto. Credi che senza quell'infortunio la tua storia alla Juventus sarebbe stata diversa o il calcio d’élite sarebbe comunque stato difficile da mantenere?
"Dico la verità, sarebbe troppo semplice dirti che senza gli infortuni sarebbe potuta andare meglio, ma è inutile girarci attorno, perché nonostante gli infortuni poi rientri e le possibilità le hai. La verità è che io in quei primi anni della mia carriera non avevo ben capito cosa servisse realmente per fare il calciatore a certi livelli".

Perché?
"Avevo fatto due anni in prima squadra con la Juve e sembrava che tutto quello che facessi fosse la normalità e tutto mi portava ad avere quei risultati. Il problema è che poi quando vai fuori ti ritrovi davanti un altro mondo e io non ero psicologicamente pronto a capire quello che mi serviva".

Eri confuso?
"Io devo essere onesto con me stesso. Sono uscito dalla Juve che avevo fatto cinque partite con la prima squadra e non ricordo giocatori che a 20 anni sono usciti dalla Juve e avevano fatto cinque partite di cui quattro da titolare con la Juve, e due in Europa League. Quindi una volta fuori da lì avevo una consapevolezza dei miei mezzi, nel senso che pensavo di essere forte. Ma poi andavo a Lecce e non giocavo. L'anno dopo vado a Vicenza in B e non gioco. In prestito a Cesena in B all'inizio gioco, poi non gioco. E mi chiedevo come fosse possibile se tutti dicevano che ero forte e poi non giocavo".

E cosa capisti?
"Alla terza panchina iniziavo a dire: ‘Vabbè, ma quello non mi vede, ma quello m'ha preso in giro' e non mi fossilizzavo sul lavoro quotidiano. Perdevo di vista il focus, quello che realmente mi poteva portare a cambiare la mia stagione. Non avevo la costanza di stare in un posto e conquistarmi la titolarità. Probabilmente, inconsciamente, sapendo che tanto a fine stagione sarei tornato alla Juve".

Giandonato con la maglia del Cesena.
Giandonato con la maglia del Cesena.

Cosa accadde quando andasti alla Salernitana?
"Ho capito tutto quando sono andato a Salerno, lì ho fatto proprio uno switch mentale. Quella piazza, nonostante anche lì non giocassi molto, mi ha trasmesso un qualcosa che non avevo mai sentito da altre parti: lottare, giocare per un obiettivo comune e per una maglia. Era la prima volta che mi capitava di giocare per vincere il campionato con un gruppo forte coeso e con una piazza stratosferica per il mio punto di vista. Determinate sensazioni che ho vissuto entrando all'Arechi non le ho rivissute in nessun altro stadio".

Salerno fu dunque fondamentale per il prosieguo della tua carriera.
"Lì ho iniziato a pensare ai miei anni precedenti e ho trovato ciò che mi era sempre mancato. Iniziai a sentirmi responsabile nel portare avanti un ideale di una piazza, di una tifoseria, di una società, e di essere collegato a 360 gradi con compagni, società e piazza per raggiungere un risultato. A Salerno, nonostante giocassi poco, ho fatto quello step mentale che mi ha portato a dare tutto me stesso anche se non giocavo tantissimo".

Hai mai pensato di smettere in quelle stagioni in prestito da una squadra all'altra?
"Di smettere no, mai, perché la passione e le sensazioni che mi dà il calcio sono un qualcosa di incredibile che non mi potrebbe dare nient'altro. Nonostante le cinque operazioni alle ginocchia, io non ho mai pensato di smettere".

Come?
"Sì, il primo infortunio lo ebbi a gennaio 2011 in Under 21. Il secondo poi a dicembre 2011, quindi esattamente 11 mesi dopo, a Lecce in Serie A. Poi mi ruppi il crociato a Livorno ma non ho mai avuto un un ripensamento, mai una voglia di mollare, mai".

La passione per il calcio ti ha fatto andare avanti sempre.
"Sempre a Livorno poi nacque mio figlio e io mi ruppi il ginocchio un mese dopo e nella mia testa dicevo: ‘Se io mollo che ca**o di esempio do a mio figlio che nelle difficoltà uno lascia andare le cose?'. Assolutamente no e quindi quello m'ha dato ancora più forza".

Chi della Juve ti è stato più vicino?
"Dopo il primo infortunio di Lecce ricordo che Del Piero mi mandò un messaggio e 10 giorni dopo l'operazione ci fu Lecce-Juve, io ero negli spogliatoi e lui venne a cercarmi per salutarmi".

Lo striscione dei tifosi della Juventus per Neri e Ferramosca.
Lo striscione dei tifosi della Juventus per Neri e Ferramosca.

Il settore giovanile della Juventus in quegli anni fu anche sconvolto dalla tragedia di Ferramosca e Neri.
"La ricordo benissimo, come se fosse ieri. C'era Juventus-Cesena e io quell'anno ero con il gruppo che faceva il raccattapalle. E noi del convitto avevamo il pullman che partiva da Vinovo e ci riportava in convitto. Quella sera c'erano due pullman, uno che portava noi raccattapalle allo stadio dopo l'allenamento e uno che tornava in Convitto. E c'era un responsabile per ogni squadra che aveva il compito di contare che tutti i miei compagni fossero saliti per poter dare l'ok per partire. Ricordo che il responsabile dei ragazzi da Beretti venne sul pullman nostro a chiedere se erano saliti con noi anche Alessio e Riccardo".

Da quel momento cosa accadde?
"Andarono in infermeria, non c'erano, in magazzino non c'erano, rientrarono negli spogliatoi e videro i vestiti appesi. Noi partimmo per andare allo stadio e dopo poco venne un responsabile che ci disse: ‘Ragazzi, mandate un messaggio a casa che è tutto ok. Chiamate i vostri genitori e dite che è tutto ok'. Io avevo 15 anni, non non avevo ben realizzato, cioè per me a Vinovo era impossibile che potesse succedere qualcosa".

E da quel momento cambiò tanto la vostra vita.
"Da lì sono partiti tre mesi veramente duri perché noi condividevamo ogni momento insieme. Io il mio primo tesseramento alla Juve l'ho firmato lo stesso giorno di Riccardo, eravamo insieme in sede, ho iniziato con lui. È stata dura vedere i genitori in quel modo, abbiamo avuto 2-3 mesi le telecamere sotto il convitto, avevamo dei teli sulle finestre per non farci vedere e non siamo andati a scuola proprio per preservare tutta quella situazione lì. A 15 anni è stata dura".

Vi siete mai resi conto di cosa accadde realmente?
"Noi non ci rendevamo conto anche perché lì in quella raccolta di acque piovane, il laghetto come è stato poi chiamato, c'eravamo andati in tanti a raccogliere i palloni ma senza mai calarci dentro l'acqua. Facevamo in modo che la palla si avvicinasse al bordo e la raccoglievamo. In quel caso però effettivamente non si è mai saputo come siano scivolati dentro".

Chi è il giocatore più forte con cui hai giocato e quello che, secondo te, ha raccolto meno di quanto meritasse?
"Togliendo i campioni con cui ho avuto la fortuna di allenarmi e condividere quegli anni alla Juve mi verrebbe da dire Cristian Pasquato. Sicuramente per qualità tecniche meritava di fare una carriera di alto livello. Come lui, un altro, è Daniele Ragatzu con cui ho fatto tutta la trafila delle nazionali e ho avuto la fortuna poi di passarci due anni e mezzo ad Olbia. Lui è un talento veramente, aveva delle qualità fuori dal normale tant'è che a 16 anni Allegri lo faceva giocare in Serie A col Cagliari".

Cosa scatta nella testa di un calciatore a 34 anni, un'età in cui molti firmano gli ultimi contratti importanti, per dire "basta"? C'è stato un momento preciso in cui hai capito che il ciclo era finito?
"Io da capitano ho passato gli ultimi due anni della mia carriera alla Fermana. L'ultima stagione, cioè quella che equivale alla retrocessione dalla Serie C alla Serie D, mi ha segnato profondamente. Ho fatto davvero tanta fatica a metabolizzarla. Essendo il capitano mi sentivo responsabile, è stata una situazione anche a livello societario non semplice con tre cambi di allenatore e due di direttore sportivo. Insieme a qualche mio compagno ci siamo accollati delle responsabilità che esulavano dalla parte del calciatore e allora ho fatto fatica a metabolizzarla, poi venivo da 10 gol e 15 assist in 2 anni ed ero sicuro che qualcuno in Lega Pro mi avrebbe richiamato".

Ma questo non è avvenuto.
"No, anche perché io avevo un po' l'esigenza, la voglia di rimanere vicino casa perché mi era nato il secondo bimbo, quindi non avevo voglia di stare a tanti chilometri di distanza. Ci sarei stato se ne fosse valsa la pena anche a livello contrattuale, insomma, o per un contratto di 2 anni o per un una cifra che mi consentiva di poter stare lontano".

E così è arrivata la possibilità di andare a giocare in Serie D.
"Sì, mi ha chiamato l'Aquila in Serie D, che io non avevo mai fatto nella mia vita, ma dopo poco ho capito che potevo finire lì perché in determinati valori, determinate cose, facevo fatica a rivedermi".

E ora hai pensato bene di ripartire come allenatore.
"Negli ultimi anni della mia carriera ho sempre avuto questa grande curiosità di allenare, avevo già preso il patentino in quell'estate lì dopo la Fermana da svincolato, ero andato a Coverciano. Mi sono portato avanti e ho deciso di smettere e la fortuna è stata che la Recanatese, squadra in cui avevo militato da calciatore, mi ha chiesto di entrare a fare parte dello staff. Quell'occasione io l'ho presa al volo. È un ruolo che sento di poter fare anche grazie alle esperienze che ho avuto sia negative che positive".

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