L'uomo sbagliato nel posto (e forse nel momento) sbagliato. Una rosa sbagliata. Sbagliate sono state la scelta e la convinzione che per vincere finalmente anche in Europa, ma giocando bene, si potesse calare in una realtà come la Juventus il "comandante" che aveva fatto tremare il palazzo quando era alla guida del Napoli. La velocità della riflessione fatta dalla società sul futuro di Maurizio Sarri spiega come in realtà una decisione era stata già presa. Ad agosto inoltrato, e con poco tempo a disposizione per approntare la prossima stagione, serviva dare una svolta immediata a margine di un bilancio negativo per quanto accaduto in un anno durissimo e fallimentare.

Ha pagato il tecnico – com'è naturale che accada – ma le colpe del flop clamoroso sono da ricercare anche altrove. A cominciare dalla gestione di un mercato non funzionale al suo calcio (che ha subito, non indirizzato) fino ad altri fattori che hanno alimentato il saldo in negativo: età media della rosa alta; alcuni calciatori non abbastanza briosi, altri un po' logori; giovani che hanno deluso (Rabiot) e altri che hanno pagato lo scotto dell'esordio in un campionato difficile (de Ligt); carattere, personalità e mentalità non certo da grande squadra (eccetto il portoghese, molti sono apparsi più scarichi).

La conquista del nono scudetto consecutivo non poteva bastare né essere il principale obiettivo (come dichiarato in maniera stucchevole da Bonucci dopo la gara col Lione), né costituire un alibi abbastanza robusto rispetto alla sensazione che lo ha sempre accompagnato: l'ex azzurro non era l'uomo che faceva al caso della "vecchia signora". A Torino non ci hanno mai creduto davvero. Lo hanno osservato da lontano, ne hanno apprezzato il lavoro, lo hanno temuto da avversario ma ne hanno toccato con mano l'inadeguatezza a reggere la pressione e la responsabilità dell'ambiente bianconero.

Tre gli esempi palpabili del feeling impossibile: il caso Ronaldo, la cui gestione è deflagrata contro il Milan salvo appianarsi con un passo indietro del tecnico perché lo stesso Sarri non aveva spalle sufficientemente forti e coperte per convincere il campione ad accettare ruolo e posizioni differenti (solo Mourinho poteva persuadere Eto'o a fare il terzino) o imporre scelte impopolari come una sostituzione; l'incapacità di trovare la quadra in mediana facendo fruttare le geometrie di Pjanic; la vicenda Dybala, lanciato nella mischia contro i francesi nonostante non fosse in condizione fino a quando l'argentino non è stato costretto ad arrendersi perché sfinito e dolorante. Opzione avventata o da "dilettante" in un contesto come la Juve. Non è stato solo un problema di risultati o di rivoluzione tattica mai iniziata (il vero fallimento è questo, perché mai è riuscita a metterla in atto) ma di identità mancata.

La squadra che doveva essere "sarriana" e "sarrista" è diventata un gruppo di solisti in cerca di autore, certificando che il "sarrismo" è stato più un'epoca eroica ("napolismo") che una recrudescenza di modernità o l'inizio di un nuovo ciclo dopo Sacchi e gli olandesi. E se a questo si aggiungono quel "abbiamo giocato una partita bellissima" e poi "se in Champions ci fosse una classifica, saremmo primi o secondi" è facile intuire perché al triplice fischio dell'arbitro sono partiti anche i titoli di coda. Battuto in finale di Supercoppa dalla Lazio. Battuto in finale di Coppa Italia ai rigori dal Napoli. Spedito a casa dal "romanista" Rudi Garcia. L'abitudine alla sconfitta non è da Juve.

Del resto, se Allegri – che in finale di Champions League era arrivato ben due volte, la prima centrata addirittura al debutto in panchina – era stato sollevato dall'incarico dopo averle prese sul muso dai "ragazzi" dell'Ajax perché fare sconti proprio a Sarri, estromesso dalla Coppa da un avversario (il Lione) notevolmente inferiore dal punto di vista tecnico e per nulla equiparabile alla perfezione "dell'arancia meccanica" olandese? Perché perdonargli (anche) gli affanni che hanno scandito la vittoria di un titolo arrivato a fatica, ottenuto più per i demeriti degli avversari (l'Inter di Conte e la Lazio di Inzaghi franate in diversi momenti della stagione) che per meriti propri?

Ecco perché, alla fine del giorno più lungo, le perplessità del presidente questa volta hanno preso il sopravvento: non puoi investire tanti soldi, fare capriole contabili con la strategia delle plusvalenze, programmare campagne di marketing per rilanciare il brand, ingaggiare uno dei più forti calciatori al mondo come Cristiano Ronaldo e poi fare quella figura in campo.

Andrea Agnelli era accanto a Massimiliano Allegri durante la conferenza di addio. Non è mai stato vicino a Sarri, nemmeno nel giorno della presentazione (era seduto in prima fila). Non lo ha ringraziato pubblicamente dopo la conquista dello scudetto. Non gli ha teso una mano quando, alla vigilia della partita di Coppa, il tecnico ha chiamato indirettamente in causa la società parlando del suo futuro. Né ha messo la sordina al mormorio di fondo che ha fatto da colonna sonora all'ultimo periodo di Sarri.

E ha fatto l'unica cosa saggia si potesse fare in una situazione del genere: andare avanti, per adesso, con Nedved, Paratici e Cherubini per trovare un nuovo allenatore e programmare daccapo la prossima stagione, la terza con CR7 preso per vincere (o provarci almeno) la Champions, obiettivo finora fallito. Non c'era altra scelta, soprattutto dopo aver interrotto il rapporto con Marotta e avviato la nuova stagione societaria. Sarebbe stato come sconfessare se stesso. Esonerare Sarri, l'uomo che aveva tolto la tuba blu ed era sceso a compromessi tradendo la propria storia, era più facile. Scommettere su Andrea Pirlo può sembrare un azzardo ma può essere perfetto per gestire la transizione e riavviare il nuovo corso.

"La scelta odierna – si legge nella nota ufficiale – si basa sulla convinzione che Pirlo abbia le carte in regola per guidare, fin dal suo esordio sulla panchina, una rosa esperta e di talento per inseguire nuovi successi". Da maestro a mister, chiariscono da Torino. Magari come accaduto con Zidane al Real Madrid, precoce sì ma dopo aver sostenuto un po' di gavetta. E al loro dio goloso non credere mai.