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Opinioni
9 Aprile 2022
11:11

Macché Ci vuole un fiore. Per la Rai ci vuole Francesco Gabbani: è nato uno showman

Ci vuole un fiore non rimarrà nella storia di Rai 1. Il debutto alla conduzione di Francesco Gabbani, invece sì. Così nasce uno showman.
A cura di Grazia Sambruna
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Il film Elizabethtown si apre con il protagonista Orlando Bloom che spiega la grande differenza tra un fallimento e un fiasco. Un fallimento è “la semplice assenza di successo”, mentre un “fiasco” è un disastro di proporzioni mitiche, una leggenda popolare che si tramanda agli altri, che fa sentire la gente viva perché non è successo a loro. Ecco, la serata evento di Ci vuole un fiore su Rai 1 venerdì 8 aprile, certo non aveva la stessa rilevanza di quel Sanremo condotto da Giorgio Panariello l’annus horribilis 2006. Ma i presupposti per un fiasco c’erano tutti: tanto per cominciare, Drusilla Foer che avrebbe abdicato preferendo la co-conduzione dei prossimi David di Donatello con Carlo Conti. Poi le serate che da due si riducono a una “per via della guerra in Ucraina”, qualcuno fa scrivere a Francesco Gabbani via Instagram. Se lallero.

Lo stesso conduttore, rilascia a pochi giorni dalla grande soiree una serie di interviste in cui fa sibillini riferimenti a una nuova fidanzata che però nessuno è mai riuscito, nemmeno lui, a mostrare in 3D o tramite social, nemmeno una furbesca paparazzata. Tanto che le malelingue hanno cominciato a pensare che si trattasse dell’escamotage più antico del mondo per attirare l’attenzione e assicurarsi di far approdare titolo e punto ora del programma anche sui siti e sitarelli più in voga tra le mitologiche casalinghe di Voghera e loro nipotame. Insomma, in Ci vuole un fiore non credeva nessuno. Non è una sorpresa, dunque, trovarci qui a scrivere che lo show sia forse stato un fallimento agli ascolti tv, ma non un fiasco per le doti del conduttore.

Questa versione bonsai di Trenta ore per il clima ci ha regalato un nuovo showman in erba, anzi green, Francesco Gabbani. Chi ce lo doveva dire.

Già all’indomani dell’inaspettata vittoria di Sanremo con Occidentali's Karma, dietro domanda diretta aveva risposto che il suo sogno sarebbe stato quello di condurre uno show, possibilmente un one man show. E giù a ridere. Figuriamoci, si leggeva negli occhi di tutti: questo, già miracolato, vuole fare il nuovo Fiorello.

Ha stupito non poco, dunque, la scelta di Rai 1 di chiamarlo a condurre un intero show. Uno show, certo, che si basava sull tre “R” di Ridurre (anche il budget, s’intende), Riciclare e Riutilizzare, un trio perfetto per combattere la crisi ambientale, ma anche, a voler essere maligni, per rintracciare i criteri del Gabba-ingaggio. Eppure il cantautore porta avanti l’intero spettacolo su una tematica importante ma non certo digeribilissima, con uno shining di spontaneità che molti conduttori navigati si sognano ancora la notte, pur dopo anni e anni di mestiere.

Gabbani monologa, dialoga col pubblico, si muove, va bene alle volte un filo goffo ma quello è portamento, regala momenti musicali altissimi con gli ospiti reinterpretando Battiato con Morgan, Battisti con Fulminacci, Celentano con se stesso e perfino una canzoncina catchy a tema economia circolare (!) insieme all’ex Presidente del Consiglio (incaricato) Carlo Cottarelli che imbraccia pure lui una chitarra e fa una cosa rarissima da vedere in Rai, come in tv in generale: si diverte. 

Ecco, questa forse è la chiave della riuscita televisiva del Gabbani conduttore come anche del suo personaggio mediatico: ogni volta che sale su un palco, trasmette a parole, a sguardi, a sorrisi di star vivendo il momento della sua vita. Un entusiasmo mai sopra le righe ma contagioso. Gabbani non ha il mestiere, ma ha il talento. Tanto da oscurare la co-conduttrice Francesca Fialdini, non pervenuta per carisma né per tempi di scaletta.

Ci vuole un fiore non ha avuto tempismo: sono due anni che sentiamo parlare ogni giorno della fine del mondo tra pandemia e guerra con la minaccia nucleare sempre all’erta, e dunque chi si subirebbe, di propria volontà e al venerdì sera, un programma sull’apocalisse nella sua declinazione ambientalista? Ci vuole un fiore, poi, è stato delicato, elegante, perfettamente curato nella scenografia e ambientato in uno studio da far tremare i polsi all’Ariston. Se la qualità di un programma si dovesse calcolare solo ed esclusivamente in base ai dati Auditel, in tv ci sarebbe pressapoco solo l’orrore profetizzato dal Colonello Kurtz in Apocalypse Now.

Perché l’Italia è ed è sempre stata un "Paese di musichette mentre fuori c’è la morte", come si epitaffiava in Boris ben prima che la situazione globale divenisse così grave. E allora, mai come oggi, lunga vita alle musichette che della morte ne abbiamo abbastanza. Namastè, alè. 

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Sto scrivendo. Perennemente in attesa che il sollevamento di questioni venga riconosciuto come disciplina olimpica.
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