Gli esami del dna confermerebbero che la paternità del bambino nato nell'autunno 2018 alla 35enne di Prato, accusata di atti sessuali con minore, andrebbe attribuita al giovane (13enne all'epoca del concepimento) che con la donna avrebbe avuto una relazione. Lo apprende l’Ansa da fonti vicine all'inchiesta. “I campioni del test – aveva detto in mattinata uno degli avvocati della professoressa, Mattia Alfano – sono stati eseguiti e i risultati ci saranno a ore: la verità dei fatti secondo noi prescinde da questo risultato ed è per questo che abbiamo chiesto che sia sentita subito dagli investigatori". Il legale e l'altro difensore della donna, Massimo Nistri, hanno presentato la richiesta di poter fare dichiarazioni spontanee, quindi nel pomeriggio la procura di Prato ha convocato la prof negli uffici degli inquirenti. La donna è stata sentita per circa due ore e mezzo. "Non possiamo dire niente: l'interrogatorio è stato secretato", hanno detto uscendo gli stessi avvocati Alfano e Nistri.

La procura dei minori prosegue le indagini

Nel frattempo emergono anche altri dettagli sulla vicenda. In particolare, i messaggi che l’insegnante inviava al giovane, con insistenza. "Perché non rispondi? Rispondimi", scriveva allo studente delle scuole medie al quale faceva ripetizioni d'inglese. I messaggi sono stati  trovati nel telefono cellulare del 15eenne che – riferisce La Nazione – è stato poi consegnato dalla madre del giovane agli investigatori della Squadra Mobile nel momento in cui lei stessa ha presentato querela contro l'insegnante. La famiglia del ragazzino aveva infatti che la frequentazione con la donna potesse essersi trasformata in una vera e proprio relazione tra i due. Proprio da questa relazione sarebbe nato un figlio, o almeno così la donna avrebbe confessato al ragazzino. Che alla fine, non riuscendo più a sopportare la pressione, l'ha raccontato ai genitori