Mamma e figlia morte a Campobasso, l’ipotesi dell’errore nei test sul padre: la spiegazione dello Spallanzani

Anche l’Istituto Lazzaro Spallanzani IRCCS interviene, con una nota ufficiale, per fare chiarezza sul "giallo di Pietracatella", il borgo molisano vicino Campobasso dove lo scorso dicembre sono morte Antonella Di Ielsi (50 anni) e la figlia Sara Di Vita (15 anni). Il centro, punto di riferimento nazionale per le malattie infettive, ha ritenuto necessario precisare i passaggi relativi alla gestione dei campioni biologici di Giovanni Di Vita, padre e marito delle due vittime, al centro della vicenda perché risultato negativo alla ricina, ma che in realtà potrebbe anche essere entrato in contatto con la sostanza che ha ucciso la moglie e la figlia.
"A seguito delle ultime notizie relative alla vicenda di Pietracatella, avendo rilevato alcune imprecisioni comparse sulla stampa, l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani' IRCCS di Roma, al fine di evitare speculazioni e ricostruzioni non corrette, chiarisce che i campioni del paziente Di Vita Giovanni sono stati raccolti e conservati presso l’Istituto secondo modalità specificamente previste e validate per le indagini di microbiologia clinica, che costituivano l’unica tipologia di analisi per la quale l’Istituto era stato formalmente coinvolto. In tale ambito, la conservazione è avvenuta a +4°C per le indagini sierologiche e mediante congelamento a -20°C per gli estratti destinati alle analisi molecolari, in conformità a protocolli standardizzati per lo specifico test di riferimento".
Ma come mai questo chiarimento? Le ragioni vanno probabilmente ricercate nelle dichiarazioni dei giorni scorsi della procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, che aveva pubblicato alcuni stralci delle analisi del Centro antiveleni di Pavia che avevano certificato l'"intossicazione acuta" da ricina nelle analisi del sangue delle due vittime, ma la "negatività" di Giovanni Di Vita. Ebbene, secondo il tossicologo tale circostanza "può ritenersi compatibile sia con l'eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, dell'analita, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l'esecuzione delle analisi".
Intervistato dalla trasmissione IgnotoX, inoltre, il direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia Carlo Locatelli era stato ancor più esplicito parlando di possibili problemi di conservazione dei campioni analizzati. "In Italia – ha detto – lo scorso anno ci sono stati 7-8 casi di intossicazioni da ricina, casi di ingestioni accidentali di piccole quantità e nessuno è deceduto. Quelle persone avevano mangiato dei semi di quella pianta. Ricordo che nel nostro paese il ricino cresce in modo spontaneo". Poi, in merito agli esami su Giovanni Di Vita, Locatelli aveva detto: "Ai nostri test ripetuti più volte è risultato negativo alla ricina, ma il campione non era stato inizialmente conservato da noi. Quando passano dei mesi dall'ingestione di un veleno di questo tipo e il campione non viene protetto in un certo modo è anche possibile che le tracce del veleno svaniscano".
Da qui, dunque, la replica dello Spallanzani, secondo cui la conservazione dei campioni è stata invece "conforme ai protocolli standardizzati per lo specifico test di riferimento".