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Opinioni
20 Giugno 2021
12:58

Vaccino Astrazeneca e variante Delta, la gestione Draghi – Speranza è un completo disastro

Quando le cose sembravano finalmente andare per il verso giusto, siamo riusciti a incasinare tutto. Il caso Astrazeneca ha mostrato ancora una volta i limiti del sistema Italia: le Regioni vanno per conto proprio, la comunicazione istituzionale è un disastro, gli “esperti” non ne azzeccano mezza e il Governo è in totale confusione. Non la condizione migliore per affrontare la sfida della variante Delta e di un’estate “normale”.
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Nella lunga e faticosa strada che conduce all’uscita dalla pandemia, maggio ha rappresentato una tappa interlocutoria. È stato il mese in cui la campagna vaccinale è sembrata stabilizzarsi intorno alla ragguardevole cifra di 500mila somministrazioni al giorno, lasciando sperare in una ulteriore accelerazione, grazie al boost di consegne e alla messa a regime della macchina organizzativa, con l'obiettivo di avvicinarci al milione di somministrazioni al giorno. È stato il mese in cui si sono cominciati a vedere gli effetti concreti della "flessione della curva", ovvero la diminuzione dei contagi giornalieri, del tasso di positività in relazione ai tamponi, dell'incidenza e soprattutto del numero di ospedalizzazioni e decessi. È stato il mese centrale per la ripartenza del Paese, con l'allentamento delle misure restrittive e la programmazione della fase di transizione verso la definitiva uscita dalla pandemia. Maggio, però, è stato anche il mese in cui quelli da sempre contrari alle misure di contenimento dei contagi hanno utilizzato il calo dei contagi determinato dalle misure di contenimento dei contagi come prova dell’inutilità delle misure di contenimento dei contagi.

Giugno, invece, doveva essere il mese della svolta definitiva. Ce lo hanno detto in tutti i modi e in ogni momento, da Figliuolo a Draghi, passando per le Regioni, Confindustria e i rappresentanti dei settori turistico e dell'intrattenimento. L'arrivo di circa 20 milioni di dosi doveva servire a mettere ulteriormente in sicurezza le strutture ospedaliere, riducendo ai minimi i nuovi casi e i decessi, per fornire la base concreta al ritorno alla normalità, oltre qualunque ragionamento sul "ragionevole rischio" connesso alle riaperture.

Eppure, siamo riusciti a incartarci, forse come mai prima.

Il colossale pasticcio del caso Astrazeneca

Come detto, la campagna vaccinale sembrava procedere senza grossi intoppi e con risultati piuttosto evidenti: calo dell'incidenza, abbassamento della pressione sui servizi sanitari con la riduzione di ricoveri e ingressi in terapia intensiva, flessione decisa della curva dei decessi.

Invece, siamo riusciti a combinare un enorme casino sulla somministrazione dei vaccini a vettore virale agli under 60, creando un danno alla campagna vaccinale che non siamo ancora in grado di determinare con precisione. Del caso Astrazeneca abbiamo parlato a lungo, ciò che è importante sottolineare è che per l’ennesima volta abbiamo avuto la prova di una falla sistemica, ovvero dell’incapacità delle istituzioni di prevenire le crisi o almeno di gestirle in modo lucido. Dubbi sugli Open Day con Vaxzevria e Jannsen, infatti, erano stati avanzati da autorevoli scienziati ben prima che il tragico evento della morte di Camilla “obbligasse” il Governo a intervenire. Un report di EMA del 23 aprile aveva mostrato come il rapporto rischi – benefici per la vaccinazione con AZ dei giovani variasse in relazione all’incidenza dei casi. La disponibilità di dosi Pfizer e Moderna e l’apertura delle prenotazioni a tutte le fasce d’età rendevano non più necessari gli Open Day con i vaccini a vettore virale per le migliaia di ragazzi che (in modo assolutamente legittimo e giustificato) manifestavano la volontà di vaccinarsi. La presenza di oltre 2 milioni di over 60, da vaccinare in fretta anche in relazione al timore dell’arrivo di una nuova variante, poteva e doveva spingere le Regioni a un ulteriore sforzo per smaltire le dosi di AZ in dotazione. L’utilizzo della vaccinazione eterologa in altre nazioni europee consigliava l’apertura di una ragionata discussione fra enti regolatori, CTS, struttura commissariale e comunità scientifica italiana.

Insomma, c’erano tutti gli elementi per prevenire una crisi o almeno per gestire con linearità una fase particolarmente delicata. Nei giorni successivi al caso Camilla, invece, ne abbiamo viste di tutti i colori, sia dal punto di vista comunicativo che da quello operativo. Dapprima il Governo ha chiesto al CTS di formulare un parere frettoloso e non suffragato da consistente produzione scientifica sull’uso dell’eterologa, peraltro senza che vi fosse ancora il via libera dell’AIFA (il cui Presidente siede nel CTS…). Una volta ottenuta l’indicazione sull’utilizzo dei vaccini a mRNA per la seconda dose degli under 60 vaccinati con Astrazeneca, Speranza si è affrettato a dire che il governo l’avrebbe tradotta “in modo perentorio”, per poi cambiare idea pochi giorni dopo e lasciare la possibilità di una seconda dose omologa su base volontaria e previo “consenso informato”, anche in seguito alle proteste e alla richiesta di chiarimento di alcuni governatori.

Questo passaggio è particolarmente interessante e merita qualche considerazione ulteriore.

Il Governo infatti si è trovato a un passo dall’imporre un trattamento sanitario di fatto ancora sperimentale (per quanto i risultati dei primi test siano molto incoraggianti) in luogo di uno testato, efficace e sicuro (la doppia dose AZ), senza condividere tale scelta con le Regioni, per poi fare parzialmente marcia indietro e scaricare sui cittadini la responsabilità di scegliere, in un contesto comunicativo tossico che ha generato dubbi e paure intorno a un vaccino somministrato già a decine di milioni di persone in tutto il mondo.

Sugli over 60, per non farci mancare nulla, il capolavoro lo ha compiuto direttamente il Presidente del Consiglio. In conferenza stampa, l’ultrasessantenne Mario Draghi, vaccinato con Astrazeneca, ha anticipato che avrebbe ricevuto la seconda dose con Pfizer o Moderna, derogando alle disposizioni della struttura commissariale (che appunto confermano l’uso di Vaxzevria per la seconda dose degli over 60). La motivazione? La prima dose di AZ non avrebbe generato una consistente risposta anticorpale, dunque il suo medico curante gli avrebbe consigliato di passare a Pfizer, in modo da garantire una risposta immunitaria maggiore. Ora, anche volendo tralasciare il fatto che non vi siano studi definitivi a supporto di tale tesi, appare evidente come una dichiarazione del genere abbia come principale effetto quello di determinare un vero e proprio caos. Il perché è presto detto.

Esiste concretamente la possibilità per tutti gli over 60 di fare l’eterologa? È consigliabile fare il test degli anticorpi e valutare quale sia stato il grado di risposta dopo la prima dose con AZ? E, in caso affermativo, ci sono dei valori soglia che il medico di base dovrebbe considerare? C'è un nuovo consenso informato da firmare per sottoporsi a questa pratica? Vanno coinvolti sempre i medici di base nelle fasi della vaccinazione? Ancora, per la questione logistica e organizzativa, come farà un over 60 a comunicare il cambio di vaccino per la seconda dose? E quale impatto potrebbe avere questa nuova possibilità nella gestione delle scorte e della ripartizione delle dosi alle singole Regioni? Infine, come si può pretendere che gli over 60 possano correre a vaccinarsi con Astrazeneca dopo che ai massimi livelli si siano insinuati dubbi non solo sulla sicurezza, ma persino sull'efficacia?

Domande che sembravano destinate a cadere nel vuoto, almeno fino a poche ora fa. Poi ci ha pensato Abrignani, membro del CTS, a chiarire tutto, con un'illuminante intervista a La Stampa: “Draghi non è un cittadino qualsiasi, è il Presidente del Consiglio, in un Paese normale ha il dovere di essere seguito clinicamente meglio di tutti noi”. E dunque tutti gli over 60 potrebbero muoversi nello stesso modo? "No, perché tutti non sono Draghi”.

Benissimo, direi.

La variante indiana, siamo pronti?

Qualche settimana fa, Eurosurveillance ha pubblicato una ricerca condotta in sette Paesi UE, fra cui l’Italia, relativamente all’impatto delle varianti inglese (B.1.1.7), sudafricana (B.1.351) e brasiliana (P.1). Uno degli elementi evidenziati è stato l’aumento del rischio di ricovero, nei reparti Covid e nelle unità di terapia intensiva, per le classi di età comprese fra 20 e 39 anni e fra 40 e 59 anni, così come per la popolazione più giovane. Il maggiore impatto sui giovani delle varianti può essere riconducibile a diversi fattori, ma in ogni caso rimanda alla necessità di continuare a monitorare la trasmissibilità del virus durante le fasi della campagna vaccinale. In tal senso, dovrebbe essere prioritario continuare a rafforzare i meccanismi di contact tracing, associati a un aumento della capacità di testing, questione che invece sembra essere completamente sparita dal dibattito pubblico. Perché, appunto, le varianti restano il vero ostacolo all'abbattimento dei casi e alla tenuta dei sistemi sanitari.

Ora è arrivata la variante indiana, la prova del nove.

I dati che provengono dal Regno Unito non sono incoraggianti e richiederebbero maggiore attenzione e cautela. Come ha spiegato la professoressa Christina Pagel, dopo mesi e mesi di privazione tutti vorremmo essere ottimisti e sereni, ma fingere di non vedere cosa sta accadendo e agire con ritardo può solo peggiorare le cose. La variante “Delta” è più trasmissibile, produce casi mediamente più gravi ed è “parzialmente resistente” ai vaccini, in particolare sui soggetti che non sono stati completamente vaccinati. È molto probabile, dunque, che nei Paesi in cui la B.1.617.2 è o diventerà dominante assisteremo a una nuova crescita dei casi e delle ospedalizzazioni, esattamente come sta avvenendo nel Regno Unito.

Ciò non vuol dire che dovremmo allarmarci o preoccuparci più del necessario. Ma i mesi trascorsi avrebbero dovuto insegnarci che le minacce vanno sempre prese sul serio e che ritardare le azioni di contrasto non è mai una buona idea. Se è scontato il mantenimento delle misure di contenimento “basiche” (distanziamento, mascherine al chiuso, riduzione della mobilità ove possibile), appare auspicabile maggiore cautela nella gestione della fase di riapertura. Sequenziamento delle varianti, tracciamento dei casi, monitoraggio delle infezioni non dovrebbero essere opzioni, ma necessità inderogabili se si vuole tenere sotto controllo l'andamento della curva epidemiologica: in tal senso, bisognerebbe ripensare gli automatismi sulle restrizioni, in modo da non disincentivare le singole Regioni alle attività di testing and tracing dei potenziali casi e di garantire controlli efficaci in una fase di grande mobilità fra Regioni e nazioni.

Il nostro Governo sembra non aver ancora imparato la lezione, prendendo tempo laddove bisognerebbe agire con tempestività e cullandosi sui dati del momento, senza guardare agli scenari potenziali, come avvenuto già tra fine settembre e inizio ottobre. Il caso della quarantena per chi proviene dal Regno Unito, che comincia da lunedì, ovvero dopo la partita Italia – Galles (dunque permettendo a qualche migliaio di turisti e tifosi gallesi di girare senza controlli per una città in zona bianca), è davvero emblematico di questo modo di procedere. E non è benaugurante per i prossimi mesi, visto che, mini-quarantena a parte, non c'è uno straccio di provvedimento per il test and tracing, non sequenziamo ancora i casi per individuare le varianti, non investiamo tutto il possibile nella vaccinazione degli anziani e siamo impegnati solo ed esclusivamente nel dibattito sulle mascherine all'aperto e la riapertura delle discoteche.

Fra parentesi, questo è quanto accaduto la scorsa estate, quella del "liberi tutti":

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono vicedirettore e caporedattore area politica nella redazione romana. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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